Addio a Marvin Hamlisch

Marvin HamlishMarvin Hamlisch, compositore raffinato e lieve quanto colto e duttile, se n’è andato  a Los Angeles, a 68 anni. Ne aveva appena 30 quando, nel 1974, fu il più giovane musicista hollywoodiano ad aggiudicarsi non uno ma ben tre Oscar insieme: per Come eravamo di Sydney Pollack (miglior partitura e canzone, con la sublime “The way we were” che grazie alla voce belcantistica e soffusa di Barbra Streisand scalò le classifiche) e per La stangata di George Roy Hill (miglior adattamento dai brani ragtime di Scott Joplin).

Newyorkese di ascendenze ebraico-mitteleuropee era sempre stato mozartianamente precoce: praticamente in fasce rieseguiva al pianoforte motivi ascoltati una sola volta in radio e a sette anni fu il più giovane allievo della Juilliard School. Amico di Liza Minnelli e della Streisand, entra nel cinema per la sua naturale, fluente quanto discreta vena melodica, molto “americana” ma anche intrisa di influssi impressionisti europeizzanti.

Dal ’68 scrive partiture complesse, spesso scarne e pudiche (Un uomo a nudo di Frank Perry con Burt Lancaster, potente metafora dell’alienazione individuale nella società Usa), ma anche brillanti e sagaci (i primi film di Woody Allen, la commedia Kotch di Jack Lemmon con protagonista il sodale Walter Matthau). Possiede doti sofisticate di strumentatore, che lo fanno rifuggire da qualsiasi enfasi o tentazione “muscolare”, persino quando viene cooptato per uno 007 (La spia che mi amava, il cui hit è cantato da Carly Simon e scritto con Carole Bayer Sager, con cui Hamlisch ebbe anche un legame sentimentale) o per il fantascientifico DARYL.

Sul fronte drammatico predilige toni tenui, magari con una certa tendenza al “larmoyant” (Il campione di Zeffirelli, La scelta di Sophie di Pakula) ma è maggiormente a suo agio nei drammi agrodolci di matrice metropolitana, ancora una volta legati alla presenza – da attore stavolta – di Jack Lemmon, come Salvate la tigre e Prigioniero della seconda strada, con soundtrack nervosi e asciutti, jazzistici ma anche seccamente cameristici.

A Chorus Line, che a metà degli anni ’80 trasloca da Broadway a Hollywood grazie a Richard Attenborough, è il suo ultimo successo davvero epocale, affresco spigliato e malinconico di un’era e uno stile al tramonto. Ma la sua attività, sia pur diradandosi, prosegue sino a pochi anni fa, attraverso quel genere intimistico-sentimentale adattato a personaggi semplici, quotidiani, tipico di un film come Paura d’amare, love story antiromantica con Al Pacino e Michelle Pfeiffer riuniti otto anni dopo il furioso Scarface depalmiano, oppure virato sui moduli della commedia agrodolce come L’amore ha due facce, che nel 1996 gli fa ritrovare la sua amica Barbra.

In una carriera cosparsa di premi, la sua ultima fatica, nel 2009, è stata il satirico The Informant! di Steven Soderbergh ma Hamlisch era anche compositore (ingiustamente poco noto) extracinematografico, nonché prestigioso e attento direttore d’orchestra, sinfonico e teatrale, di pagine classiche e di musical. Era un compositore integro e integrale, appartato e di grande misura, pur nell’incessante ispirazione e in quella spontanea cultura della grande canzone che discende dalla tradizione americana dei Kern, dei Porter, dei Rodgers.

“La musica può fare la differenza” disse una volta. Marvin Hamlisch sapeva il perché.

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