28 Ago2012
Addio Ermanno Comuzio
La musica per il cinema, e coloro che la amano, la ascoltano e la studiano, hanno perso un punto di riferimento e una figura cui siamo tutti, consapevolmente o meno, debitori. Ermanno Comuzio se n’è andato a 89 anni nella sua Bergamo, con quella silenziosa signorilità che ne faceva un gentiluomo “lumbard” di altri tempi, geneticamente estraneo ad appartenenze regionali o localistiche, anzi intelletto aperto, europeo e raffinatissimo.Questa testata probabilmente non esisterebbe senza Ermanno Comuzio. Molti di coloro, sia della mia generazione che di quelle successive, che si sono occupati e si occupano di musica per lo schermo, probabilmente non avrebbero mai scoperto questa arte se Comuzio, fin dagli anni ’50 – cioè per primo in Italia – non avesse cominciato a rivelarcene i segreti, i tesori, i protagonisti: convinto com’era che la musica dentro il cinema fosse un linguaggio solo provvisoriamente mascherato dentro un altro, radicato in un altro, motivato in un altro. Ma vivente di vita propria, di leggi proprie, e di caratteristiche formali uniche e inalienabili. Il termine “colonna sonora” ha iniziato a divenirci familiare negli scritti di Comuzio, attraverso le sue puntigliose catalogazioni, le sue filmografie, le sue informazioni, l’inesauribile archivio costituito dai suoi appunti e dalla sua memoria. Decenni prima del web, Ermanno ha ascoltato migliaia di film di ogni nazionalità prendendo nota, dettando dopo ogni proiezione su un registratorino – mentre i colleghi scivolavano via frettolosamente ai titoli di coda – impressioni, note, dati, riferimenti, inanellando nomi di compositori non solo americani o italiani o francesi ma svedesi, russi, turchi, polacchi, indiani, cinesi, africani... Compulsati poi in una vena rigorosamente tassonomica, scientificamente compilativa ma sempre vivacemente valoriale, che è sfociata prima in “Colonna sonora” e nel “Filmusiclexicon” del 1980, poi nella prima edizione del “Dizionario ragionato dei musicisti cinematografici” del 1992, infine nel monumentale “Musicisti per lo schermo” in due volumi più cd-rom del 2004, a cura dell’Ente dello Spettacolo: oltreché in innumerevoli scritti e voci enciclopediche (per l’Enciclopedia dello Spettacolo, per la Treccani ecc.).
“Ragionato”: la chiave è in quella parola. L’imponenza degli apparati e la mole di informazioni e di filmografie raccolte non erano infatti mai concepiti come materiali aridi, asettici, ma come strumenti orientativi di valutazione dei vari contributi e delle varie figure. Ermanno non era un musicologo, non era un critico musicale, non si trastullava in teoremi/teorie o in dogmi; era un critico cinematografico di vaglia (per il giornale della sua città, ma anche per testate come “Cineforum”, “Sipario” e “Cinematografo”) con la capacità – rarissima per non dire inesistente nella sua categoria – di enucleare il suono, di ascoltare le immagini. O, se preferite, di guardare la musica.
Dotato di un’ironia acuta e garbata quanto pungente e immaginifica, e di un eloquio pacato quanto accattivante, non tratteneva certo il giudizio di valore: qualità che lo mise a suo tempo in rotta di collisione con Ennio Morricone (maestro che pure amava e ammirava, ma non tutto e non comunque né sempre), in un diciamo così “conflitto di attribuzioni” per la compilazione della voce a questi dedicata. Conflitto che Comuzio scansò con classe e distacco superiori.
Non era un appassionato della discografia cinemusicale, e faticava a comprendere le ragioni della sopravvivenza di una partitura cinematografica estraniata dal film: su questo discutemmo amabilmente e fra molti sorrisi, più di una volta. Ma era un database vivente per quanto riguardava leit-motiv, dettagli, interventi strumentali, soluzioni timbriche, relativi ad una impressionante quantità di film e di colonne musicali. Amava la musica, il cinema, e il loro matrimonio segreto, così come l’infinito forziere di gemme che questo matrimonio ha partorito. A differenza della musicologia e della filmologia, spesso perse e strangolate nei propri labirinti teorici, egli era perfettamente conscio che la musica per il cinema è l’ultimo grande “genere” musicale della nostra epoca, tutto ancora da storicizzare, riordinare e studiare sul campo.
E questo ha fatto, sinché ha potuto, con pazienza, precisione certosina, passione, metodo. Lasciandoci un patrimonio di informazioni, di dati, di stimoli, di curiosità semplicemente incommensurabile. Come è incommensurabile il vuoto che ci lascia da amico, da maestro, da collega. Da uomo che amava e capiva le immagini e le note.