Il Sorpasso di Dino Risi: appunti sulle canzoni e lo score di Riz Ortolani

Appunti sull’impiego della musica ne Il sorpasso
Il capolavoro di Dino Risi, classico della commedia all’italiana datato 1962 e memorabile road-movie che si sgrana lungo la via Aurelia (da Roma a Castiglioncello) nel pieno dell’euforia del miracolo economico italiano, ha tra le sue peculiarità quella di sfruttare una colonna sonora concepita più come parte integrante della narrazione filmica che come commento. L’idea di fotografare un preciso momento storico passa anche attraverso un’accurata selezione dei successi pop dell’epoca, i famosi 45 giri a decorso stagionale, che, lungi dall’essere un semplice riempitivo, assumono una funzione rivelatrice degli umori degli italiani: la sequela di canzonette, divenute a loro modo pietre miliari della nostra cultura popolare, rende istantanea e realistica l’immersione nelle consuetudini e nelle passioni della gente comune.
Durante il boom divennero socialmente trasversali, dopo anni di dure privazioni, un certo slancio ottimistico, la ricerca del benessere e del divertimento facile. Il sorpasso è un esaustivo compendio di alcuni degli aspetti e dei simboli di questa tensione generazionale, come l’auto di proprietà, l’andar per locali, il ballo, le vacanze al mare. Cambiarono anche - e la pellicola lo testimonia ampiamente - le modalità di fruizione della musica, che, grazie alla diffusione dei giradischi portatili, dei juke-box e di orchestrine più o meno improvvisate, rimbalzava da un luogo all’altro (dagli autogrill alla spiaggia, dai bar alle feste campagnole) allietando i momenti di aggregazione. L’espediente di utilizzare la musica leggera in ambito cinematografico oggi potrebbe apparire ovvia, ma allora era una novità assoluta. Del resto il primo film americano che assegna alle canzoni rock il compito di riflettere un fenomeno sociale e culturale è Easy Rider (1969); il regista Dennis Hopper ha dichiarato più volte di essersi ispirato a Il sorpasso, fin dal titolo (in America è difatti noto come Easy Life).

IL FILM
Come è risaputo, Il sorpasso ruota interamente attorno al contrasto tra i protagonisti, due sconosciuti incontratisi per caso a Ferragosto in una Roma deserta. Bruno Cortona, magistralmente interpretato da Vittorio Gassman, è un quarantenne mai cresciuto con un matrimonio fallito alle spalle ed una figlia che praticamente non conosce, vive di espedienti e ama godersi la vita senza porsi troppi scrupoli: Risi sembra voler proiettare in lui lo stereotipo dell’italiano sbruffone, beffardo, edonista, inaffidabile, sempre a caccia di donne, incapace di concentrarsi per più di qualche istante sullo stesso argomento, e tuttavia non privo di attrattive. Roberto Mariani, nell’altrettanto efficace interpretazione di Jean-Louis Trintingnant, è un poco più che ventenne studente universitario di giurisprudenza: incarna paradossalmente i valori arcaici di un’Italia che sta morendo, sorpassata da quella nuova. Roberto ha infatti ancora una concezione tradizionale della famiglia, ritiene che un uomo si possa impegnare con una donna solo quando avrà raggiunto, grazie alla laurea, una solida posizione economica, è molto inibito e impacciato, i suoi complessi lo rendono incapace di assecondare il flusso degli eventi (Bruno a un certo punto gli chiede: «Ma come campi? Che te godi tu della vita?»). Tra i due il “vecchio” è lui: si veste come un sessantenne (porta pure la canottiera), non guida l’auto, trascorre l’estate in casa a studiare. Al contrario Bruno veste sportivo, impazza al volante della sua Lancia Aurelia B24 “supercompressa”, appare disinvolto in ogni situazione, che spesso affronta con malcelato cinismo. Sfruttando le sue doti affabulatorie, trascinerà Roberto in un viaggio verso la Toscana, che è anche, per quest’ultimo, l’inizio di un percorso di formazione, un’iniziazione alla vita finalmente vissuta e non solo immaginata. L’esperienza viene però tragicamente interrotta poco più di 24 ore dopo da una fatale uscita di strada conseguente all’ennesimo sorpasso azzardato: Bruno riuscirà a salvarsi uscendo per tempo dall’abitacolo, mentre Roberto, intrappolato nell’auto, troverà la morte sugli scogli.


IL CONTRIBUTO DI RIZ ORTOLANI E LE CANZONI
La produzione decise di scritturare un professionista specializzato in colonne sonore per affiancare al repertorio di canzoni due temi strumentali, uno agile ed uno intimista, con i quali identificare meglio l’indole dei protagonisti ed i chiaroscuri della storia. La scelta cadde su Riz Ortolani che nello stesso anno si era fatto notare con le musiche (scritte insieme a Nino Oliviero) per il film-documentario Mondo cane. L’irruzione del jazz nel cinema italiano decretata da Piero Umiliani con I soliti ignoti (1958), dove tra l’altro uno degli attori di punta era proprio Gassman, viene consolidata da Ortolani che ritaglia un energico tema swingato per ensamble moderno con la sezione ottoni particolarmente incisiva. È questo il tema dei titoli di testa, mentre vediamo scorrazzare la Lancia Aurelia di Bruno alla ricerca di un telefono pubblico, e quello delle prime sequenze in cui inizia il viaggio con Roberto. La frenesia, l’esuberanza e la fame di vita del vulcanico quarantenne non potevano trovare un correlativo musicale più simmetrico. “Tema lento” è invece un romantico motivo per orchestra d’archi, volutamente sdolcinato per marcare la differenza col precedente, e infatti servirà soprattutto a supporto delle circostanze più raccolte: si diffonde da un giradischi a casa di Roberto mentre studia procedura civile; durante i suoi monologhi nostalgici a casa degli zii nella campagna intorno a Grosseto; durante i dialoghi-confessione con Bruno (in qualche caso in una versione ancora più lenta per tromba con sordina); nella quieta solitudine postprandiale del ristorante di Civitavecchia, quando decide di andarsene via senza l’ingombrante compagno di viaggio (in questo caso il pezzo è eseguito da una fisarmonica). Occasionalmente però scaturisce dal livello interno, sempre per tromba con sordina ed ensemble jazz, anche nel locale ‘Il Cormorano’, quando Bruno balla avvinghiato alla moglie di un industriale settentrionale e cerca di sedurla.

Probabilmente ascrivibili ad Ortolani sono anche altri episodi non inclusi in nessuna antologia in commercio:
⁃ lo strumentale soprannominato da Bruno “Twist alla burina” in una scena che ritrae alcuni contadini cimentarsi goffamente nei balli moderni;
⁃ due versioni strumentali di “Quando, quando, quando” (di cui si dirà più avanti), una suonata dal vivo da una fisarmonica con accompagnamento ritmico quando i due arrivano alla trattoria ‘Da Ernestino’ dalla quale ripartono immediatamente per inseguire due turiste tedesche (perché tanto, sentenzia Bruno, «se magna da schifo: zoccoli d’asino e vino de fichi») e quando Roberto, giunto alla caotica fermata d’autobus vicino al vecchio porto di Civitavecchia, vorrebbe testimoniare, poi energicamente dissuaso da Bruno, sul furto di una valigia; l’altra strimpellata alla mandola da una delle due suore dell’ordine delle Figlie Spirituali di S. Rosalia di Partinico che chiedono l’elemosina agli avventori del ristorante di Civitavecchia;
⁃ una mazurka per fisarmonica sola durante il pranzo di Ferragosto nello stesso ristorante;
⁃ la romanza di stampo classico intrapresa al pianoforte da Bruno a casa degli zii di Roberto, mentre il cugino Alfredo si vanta dei suoi successi forensi e snocciola teorie antidemocratiche;
⁃ un lento ballabile di ispirazione jazzistica per tromba con sordina nella già citata scena con la moglie dell’imprenditore nel night club ‘Il Cormorano’.

Un discorso a parte merita “Le klaxon” (al pari dei due temi principali scaricabile online dai siti di musica digitale) che riproduce per pochi secondi il suono del clacson a toni complice delle spregiudicatezze automobilistiche di Bruno, diventando quasi un tratto della sua personalità. Una scelta, quello di trasformarlo in traccia musicale, che potrebbe lasciare perplessi visto che si tratta praticamente di un rumore, un grumo di note invadenti. In realtà è un particolare importantissimo nell’economia del film, un vero e proprio Leitmotiv in cui qualche studioso ha intravisto addirittura una valenza sinistra, perché suona come una sorta di marcia funebre, un rintocco ossessivo che prepara all’epilogo tragico. Del resto tutta la vicenda è disseminata di presagi di morte: il riferimento alle tombe etrusche, la visita involontaria al cimitero dei tedeschi, l’incidente stradale del camion carico di frigoriferi, l’insofferenza mostrata da Bruno per l’orologio a pendolo a casa degli zii di Roberto, come se lontanamente intuisse che la vita ha una scadenza.
Passando alle canzoni, c’è innanzitutto un piccolo mistero, o forse semplicemente un refuso: sui titoli di coda è elencata tra le altre “Gianni” per la voce di Miranda Martino, ma nel film non ve n’è traccia.
“Vecchio frac” di Domenico Modugno, uscita nel 1955 e già considerata un classico, viene ascoltata sull’auto dai due protagonisti grazie ad un mangiadischi Philips applicato al cruscotto della spider e Bruno non riesce a trattenere qualche commento: «Questo è forte, è mistico... ‘na cosa che te fa pensa’... a me Modugno me piace sempre, quest’uomo in frac me fa impazzi’ perché pare ‘na cosa da gnente e invece c’è tutto: la solitudine, l’incomunicabilità e poi quell’altra cosa, quella che va de moda oggi, l’alienazione, come nei film di Antonioni». Inoltre è sempre Bruno, più moderno di Roberto anche in questo, l’unico che sembra apprezzare la musica di consumo: spesso canticchia i motivetti di alcune delle canzoni inserite nella colonna sonora.
Durante la sosta all’autogrill, un juke-box propone due hit del 1962: “Quando, quando, quando” a ritmo di bossa nova e il twist “Guarda come dondolo”, cantate rispettivamente da Emilio Pericoli ed Edoardo Vianello. “Per un attimo” è il 45 giri, inciso da Peppino Di Capri nel 1960, che Bruno mette nel mangiadischi per intrattenere l’anziano villico cui ha dato un passaggio.

Nelle scene girate all’esterno e all’interno del night club di Castiglioncello ‘Il Cormorano’ si diffondono nell’ordine un pezzo latino-americano con ritmica cha-cha-cha, poi ancora “Guarda come dondolo” e “Per un attimo”. Una volta giunti alla spiaggia di Castiglioncello, ecco irrompere uno dei più iconici esempi del catalogo pop balneare italiano: “Pinne, fucile ed occhiali” di Edoardo Vianello. Si continua con “St. Tropez twist” di Peppino Di Capri (ripresa anche durante la sfida a ping-pong tra Bruno e Bibì, l’attempato fidanzato della figlia), di nuovo “Quando, quando, quando”, infine “Don’t play that song (You lied)”, brano soul originariamente registrato dal cantante americano Ben E. King ma qui adottato nella versione di Peppino Di Capri. Il suo testo intriso di sofferenza si staglia su Roberto che trova finalmente il coraggio di provare a telefonare a Valeria, la vicina di casa da lui amata benché mai frequentata, lacerando così quel guscio di timidezza di cui è prigioniero. Lì vicino, tra il gruppo di giovani che balla in un’atmosfera agrodolce, si nota una ragazza con la gamba ingessata. Nel frattempo Roberto non riesce a contattare Valeria. Questi particolari valgono come una funesta premonizione: da qui in avanti Roberto si mostra cambiato, si sforza di somigliare all’esperto uomo di mondo che ha di fianco, ma nella loro amicizia c’è un anello che non tiene e improvvisamente tutto precipita.
Dopo lo schianto, sottolineato da un frammento rallentato e drammatizzato del tema iniziale, sullo sguardo impietrito e rigato di sangue di Bruno Cortona, leggiamo forse una presa di coscienza ed un accenno di redenzione. Ma nell’incidente mortale non è difficile individuare - e la critica lo ha fatto a più riprese - anche una metafora dell’Italia, un paese perennemente irrisolto e proiettato verso la modernità in modo talmente scriteriato da rischiare di perdere i legami con i suoi valori più fondanti. La ‘nuova Italia’ (Bruno) scalzerà la ‘vecchia’ (Roberto) quando quest’ultima si sarà lasciata, almeno in parte, corrompere dalla prima: un’interpretazione amara ma, a posteriori, incredibilmente profetica. Di lì a qualche tempo il Belpaese effettivamente perderà, insieme all’opportunità di rinnovarsi nel rispetto delle proprie radici, quell’innocenza che aveva contraddistinto gli anni dell’immediato secondo dopoguerra. Inizierà così una lunga notte di crisi: le recessioni economiche si susseguiranno a ondate; i rancori sociali esploderanno irreversibilmente; il terrorismo politico, i sequestri di persona, le azioni sempre più temerarie della criminalità organizzata funesteranno la cronaca quotidiana; i costumi tenderanno ad imbarbarirsi; la classe dirigente vivrà un’escalation involutiva senza precedenti... Da allora è passato più di mezzo secolo, ma a tutt’oggi l’alba appare ancora lontana.

BIBLIOGRAFIA
M. Comand, Dino Risi. Il sorpasso, Torino, Lindau, 2007;
A. Crespi, Storia d'Italia in 15 film, Bari, Laterza, 2016;
M. Mafai, Il sorpasso. Gli straordinari anni del miracolo economico, 1958-1963, Milano, Mondadori, 1997;
E. Giacovelli, La commedia all'italiana. La storia, i luoghi, gli autori, gli attori, i film, Roma, Gremese Editore, 1995.