Intervista esclusiva a Ciccio Merolla

Il ritmo come fusione tra percussioni e immagini – Intervista esclusiva a Ciccio Merolla

Qualche settimana fa mi chiama l’amico giornalista Renato Marengo, noto critico musicale, conduttore televisivo, scrittore di molteplici libri importanti sulla musica popolare e non solo, produttore discografico e chi più ne ha più ne metta, napoletano di nascita e romano di adozione, il quale mi propone un’intervista al compositore e percussionista, detto il percussautore, di fama nazionale Ciccio Merolla. Mi comunica di essere l’unico giornalista di Milano – gli altri colleghi provengono da Roma e altri locali – ad avere l’onore, è proprio il caso di sottolinearlo, di poter intervistare il musicista partenopeo nella sua casa di Napoli in pieno centro, a due passi dagli storici quartieri spagnoli, in cui la verace e calorosa accoglienza campana non manca di farsi presente e vitale fin da subito con la sua confusione e frenesia di una delle città più vive, attraenti e contraddittorie che abbia mai conosciuto.

C’è anche da dire, anzi rimarcare incisivamente, che la giornata dell’incontro stampa sui generis, per la promozione del nuovo album di Merolla, dal titolo quanto mai esplicativo non solo per le commistioni musicali del medesimo ma per il forte ed esasperante caldo estivo da rimanere fusi (sciolti) una volta e per tutte, ovvero “Sto tutto fusion”, prodotto dalla Jesce Sole srl, ha fatto sì che il suddetto caldo asfissiante e quasi mortale fosse compensato da una convivialità della famiglia di Ciccio, del percussionista stesso e dei musicisti che hanno preso parte all’album, indimenticabile davvero. E per questo desidero citarli doverosamente, perché discutere con loro è stato intensamente profondo e affettuosamente amichevole: Piero De Asmundis, Andrea “Oluwong” Esposito e Giuseppe “PeppOh” Sica.

Una lunga chiacchierata informale e un pranzo di prelibatezze campane a seguire, in una casa ricca di musica e baciata da una luce solare calda e avvolgente come avvolgente è stato sentir parlare di sé e della sua carriera Merolla, il quale mi/ci ha fatto appassionare ancora di più ad un album e alla sua figura di musicista e autore di contaminazioni sonore delle più disparate ma concretizzanti in album e brani di una ricchezza melodica ed esecutiva tali da divenire sin dal primo ascolto delle reali filosofie musicali universali tra tradizione passata e modernismo attuale. Prendo in prestito le parole di Manuela Ragucci, ufficio stampa di Merolla e del CD “Sto tutto fusion” la quale così lo descrive: “Con "Sto tutto fusion" in uscita alle porte dell’estate 2019, Ciccio Merolla continua e conferma con determinazione quel solco su cui si basa tutto il suo percorso musicale e la sua filosofia di vita. Troppo semplice parlare di sola contaminazione, il discorso va oltre la fusione dei generi: quando la musica è una ricerca continua che porta a scoprire, a conoscere, ad amare, di volta in volta, una sonorità, un musicista, uno stile, porta a cercare nell’altro, nella diversità, quella affinità che genera un discorso nuovo. E nella musica di Merolla questa scoperta, questa ricerca, questa passione non mancano mai e i porti, in cui è attraccato in questo nuovo viaggio, sono luoghi musicali capaci di contenere mondi che affondano radici nel terreno fertile della sua terra, mai avara di spunti e storie che vale la pena raccontare.
Inoltre desidero inserire alcune dichiarazioni del succitato Renato Marengo facenti parte del comunicato stampa ufficiale di questo album:
Ho conosciuto Ciccio Merolla mentre scrivevo per Rai Eri il libro “ENZO GRAGNANIELLO dai Quartieri al San Carlo”, in occasione della partecipazione di Gragnaniello a un’opera di Roberto De Simone su Eleonora De Fonseca Pimentel sulla rivoluzione giacobina napoletana del 1799. Enzo Gragnaniello partecipò col suo quartetto esibendosi sul grande palco del Teatro San Carlo di Napoli, con quattro brani della tradizione popolare, Ciccio era il suo percussionista. Mi accorsi subito che la collaborazione di Ciccio  andava ben oltre il suonare alla sua personalissima maniera campanelli e tamburi, Ciccio era anche l’ispiratore del momento animista, del periodo Mantra di Gragnaniello. E le conferme arrivarono anche durante le riprese che con Michael Pergolani facemmo per lo speciale televisivo di Rai3 a loro dedicato.
E in quell’occasione nel raccontare la storia di Enzo dedicammo a Ciccio un intero capitolo raccontando in parte anche la sua storia. Lui, come Enzo nato nei Quartieri, tirandosi fuori con grande determinazione da un ambiente difficile, quasi da un destino segnato, proprio grazie alla sua passione per la musica e al suo talento, che gli faranno guadagnare la stima di personaggi come Tullio De Piscopo, James Senese, dello stesso Gragnaniello, di  Eugenio Bennato e di tanti altri protagonisti del mio Napule’s Power, movimento musicale di cui Ciccio Merolla, anche se di generazione successiva, è entrato a pieno diritto a farne parte. Compositore e leader di formazioni funky, rock, di musica popolare, Ciccio è stato antesignano del rap napoletano, del reggae e di tanta musica afro mediterranea che dal dopoguerra si produce, si suona e si canta a Napoli.
Questo nuovo CD, appena uscito, “Sto tutto Fusion”, è caratterizzato oltre che dal suo personalissimo senso del ritmo, da suoni, melodie, spazialità, uso onomatopeico della voce, spiritualità e grande ironia.

Ciccio Merolla ha avuto a che fare col mondo dell’Ottava Arte e scoprirete il perché leggendo questa mia intervista che mi è costata tanto sudore e conseguente deodorante per non uccidere i colleghi presenti con me nella fornace napoletana. Ma è stata altresì e seriamente una folgorazione musicale in primis, e ancor di più personale e direi di amicizia con un personaggio della Musica partenopea mediterranea che ridurre solo a questa definizione sarebbe svilirne la possenza interpretativa, esecutiva e professionale nonché umana. Grazie Ciccio per la bella giornata tra le tue note, i ritmi di una città che come New York non dorme mai e della tua famiglia dolcissima e conviviale oltre ogni dire. E grazie a te Renato che mi coinvolgi sempre in imprese musicali uniche e preziose. Ecco a voi Ciccio Merolla che ‘sta tutto Fusion’.  

 

Colonne Sonore: Il ritmo percussivo di una batteria incessante e sempre altamente sottolineante le sequenze è l’altro stupefacente piano sequenza del film Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) di Alejandro González Iñárritu che include una colonna sonora singolare: tutta batteria, ad opera del rinomato musicista batterista messicano Antonio Sanchez. Che impressione ti ha suscitato tale OST? E come ti comporteresti, da altrettanto percussionista eccezionale quale sei, nel caso ti venisse affidata una colonna sonora di questo tipo?
Ciccio Merolla: Guarda, le percussioni non hanno limiti perché le percussioni possono spaziare tra lo strumento melodico, vedi la marimba, lo xilofono, il tamburo djembe, al ritmo forsennato. Io inseguo moltissimo le emozioni che mi suscita suonarle. Certamente quando mi trovo a creare una colonna sonora, spesso accade che non hai la possibilità di vedere le immagini prima di comporre, ma magari solo di leggere una storia attraverso la sceneggiatura. A quel punto diventa veramente molto difficile, perché credo che quando fai una colonna sonora ti devi mettere al servizio delle immagini, al servizio della storia. Quindi, in riferimento al film Birdman, diciamo che se avessi avuto quelle immagini probabilmente non l’avrei fatta così bella la colonna sonora (risate). Però mi piace l’idea di fare una colonna sonora solo con le percussioni. In segreto e dirlo al regista solo dopo che ha una musica per il suo film di sole percussioni (ride). In ogni caso mi avrebbe fatto molto piacere realizzare una colonna sonora del genere. Però sono anche una persona molto allegra, e farei tranquillamente anche con sole percussioni un cinepanettone. Prendi, ad esempio, la famosa musica di Febbre da cavallo: è quasi tutta percussioni brasiliane e pensiamo la gioia che può dare un brano di questo tipo, un pezzo unico nel suo genere. Mi piacerebbe veramente spaziare dal cinepanettone al film d’azione. A Napoli si dice “ne ho per tutti”. Inizialmente ho seguito molti corsi da rumorista; ero molto affascinato da questa figura professionale, andavo a vedere i rumoristi alla Rai e cercavo di carpire tutti i loro segreti e ugualmente ho sempre cercato anche nei miei concerti di ricavarmi comunque un momento dove creo o spero di creare un tipo di atmosfere con le percussioni. Quando ero piccolo, nel vicolo dove vivevo, facevo un gioco con gli amichetti del quartiere: gli facevo chiudere gli occhi e creavo delle atmosfere percuotendo e poi mi facevo dire cosa sentivano. Sono sempre stato molto affascinato dalle mille e mille atmosfere che si possono creare e stimolare con le percussioni. A volte basta un fischio che da lontano ti ricorda qualcosa del tuo passato, che ti emoziona, e invece un brano eseguito da 100 strumenti d’orchestra lo senti ma non ti provoca nulla. E’ proprio quella emozione che quel suono ricercato e particolare ti dona che suscita giustappunto un certo tipo di emozione. Mi farebbe piacere sfidarmi su qualsiasi tipo di film. Ok, sul cinepanettone non è solo perché incassa tanti soldi, quindi una questione meramente economica, ma più che altro una sfida capace di renderlo qualcosa che ad oggi non è mai stato. Speriamo quindi; comunque vivo di immagini quando creo musicalmente. Tutto quello che vedo poi cerco di portarlo in musica bene.

CS: Hai avuto un assolo percussivo nel film dei Manetti Bros. che da poco abbiamo intervistato, Ammore e malavita, nella sequenza nominata ‘pallottole & tamburi’. Ci vuoi raccontare la tua esperienza in questo film pluripremiato e se hai improvvisato sul set la tua performance? E il tuo rapporto con i registi romani, con i quali hai avuto dei piccoli ruoli nella serie L’ispettore Coliandro, e nel film Song ‘e Napule?
CM: La performance per la scena che menzioni è avvenuta tutta in diretta e mi sono divertito tantissimo ad eseguirla. l fratelli Manetti hanno la capacità di farmi sentire talmente a mio agio che a volte quasi mi dimentico che stiamo girando un film o una serie. Nel senso che hanno questa abilità di prendere un personaggio e devi essere semplicemente quello che sei; anche se la telecamera o la cinepresa riprende un personaggio col nome differente dal tuo in quella performance attoriale di quel momento. Tutte le volte che siamo sul set con i Manetti Bros. tutti gli attori vivono perfettamente a loro agio e questa cosa proviene dal loro eccezionale modo di fare ed essere, perché hanno proprio questa preziosa ed unica capacità lavorativa. Poi si complimentano con tutti; insomma tu con loro ti senti un divo. Credo che sia proprio la stessa modalità di come faccio musica. I Manetti fondono il passato con il presente e non hanno nessuna paura di contaminare le cose, sono molto coraggiosi sotto questo aspetto. Te l’ho detto che li ammiro moltissimo (ride).

CS: Parlaci del tuo contributo alla colonna sonora del film documentario Vinilici.
CM: Questo docufilm in particolare, per esempio, è stato un grande terreno fertile; intanto perché ho lavorato con Antonio Fresa, un pianista che amo moltissimo, e poi il fatto di aver avuto la possibilità di capire bene la storia, di entrare profondamente nel tessuto filmico e della sua trama. Tra l’altro con i ragazzi extracomunitari di Vinilici è stato assolutamente difficile non aprigli il mio cuore e la penna è andata da sola nella scrittura della partitura così come il tamburo andava avanti sentendo e vedendo il loro ritmo, il loro modo di camminare, il modo di gesticolare; per me era il mio metronomo.

CS: Hai appena citato il compositore Antonio Fresa. Ha composte le musiche e canzoni del film d’animazione adulto, Gatta Cenerentola, insieme a Luigi Scialdone. Cosa te ne pare del film e della sua colonna sonora?
CM: Film straordinario. Certamente avrebbe avuto bisogno di una spinta in più! Per quanto riguarda poi la diffusione e la promozione non c’è terreno fertile per pellicole del genere nel nostro Paese, addirittura se parliamo di animazione allora siamo messi proprio male. Vedi, Gatta Cenerentola, come per i film dei Manetti Bros, sono quei classici documenti artistici che comunque rimangono nel tempo ma vengono riscoperti e apprezzati tardivamente rispetto al momento attuale in cui escono, ed è parecchio ingiusto.

CS: “Sto tutto Fusion”, il tuo nuovo album, come lo descriveresti?
CM: In questo disco vi sono dei pezzi sia cantati sia strumentali ed anche di sole percussioni. Un album nato dalla mia fusione con dischi di percussionisti bravissimi, come quelli di alcuni musicisti che amo da sempre e che mi hanno folgorato negli anni. Dischi di sole percussioni che quando vai a sentirli, i pezzi sia canzoni o solo brani strumentali, donano dignità ad uno strumento che è sempre in qualche modo stato considerato di accompagnamento puro e semplice qui da noi in Occidente. Ovviamente non abbiamo riti religiosi o popolari tribali, come ad esempio in Africa ed altri pochi paesi del mondo, nei quali la musica dei contadini che lavoravano le terre, era fatta dal percuotere qualsiasi oggetto che emettesse un suono ritmico. Per noi occidentali il tamburo ha sempre rappresentato la guerra quindi in qualche modo è stato sempre bandito. Dal canto mio invece credo che sia uno strumento straordinario. La prima esigenza dell’infondere ritmo e credo che sarà anche l’ultima esigenza. Posso trovarmi anche a suonare un pezzo dei Kraftwerk e bastano due note percussive che la gente rimane incantata, perché evidentemente è proprio un bisogno fisico dell’essere umano sentire il ritmo, e ancora di più se proveniente da un tamburo o altro strumento ritmico. Credo che questa cosa sia la mia grande fortuna; lo puoi mettere dappertutto. Sogno propriamente di inserire il tamburo come elemento principale. Cerco di lavorare in questa direzione, perché le potenzialità che può avere sono molteplici. Quando la sera facciamo i concerti, oramai iniziati da un mese nelle piazze, e parte il pezzo di “Caravan Petrol” di Renato Carosone per assolo di tamburo e voce, c’è un coinvolgimento talmente grande che a me procura un enorme orgoglio. Questo amore per le percussioni, che negli anni è accresciuto enormemente sempre più, ha avuto il suo apice grazie al cantautore napoletano Enzo Gragnaniello che non solo mi ha chiamato a suonare con lui – per il sottoscritto un grande onore e piacere – ma mi affidava degli incarichi notevoli e importanti: mi devi inventare questa cosa, mi devi creare questo tipo di tappeto per farmi scrivere su questa cosa. La paura da parte mia era immensa. È verissimo che quella grande paura è stata anche per me una grande opportunità, perché nel giro di poco tempo sono diventato subito conosciuto. Con Enzo siamo andati dappertutto, con chitarre e percussioni veramente abbiamo fatto interi tour. Inoltre ci sono state altre esperienze con Edoardo Bennato e successivamente Napoli Centrale con il leader James Senese che mi hanno permesso di vivere un periodo professionale e di apprendimento bellissimo. Per non parlare di Tullio De Piscopo, Pino Daniele e Tony Esposito.  Sono stati tutti personaggi molto tosti ma di cui ti innamori lavorativamente, perché quando li conosci veramente, scopri che sono personaggi che hanno messo al centro della loro vita la Musica e la conseguente creazione di album straordinari e altrettanti concerti incredibili.

CS: Cosa significa per te la Musica applicata alle Immagini?
CM: Quando sentiamo un pezzo sia se chiudiamo gli occhi sia se li apriamo, inevitabilmente, e senza volerlo, inconsciamente, ci andiamo a cercare delle immagini che in qualche modo hanno un’attinenza a quello che noi stiamo sentendo. Se ci trovassimo qui a Napoli, in Via Caracciolo, a guardare il mare e il nostro splendido Golfo, dentro di noi, anche se non ce ne accorgiamo, sicuramente c’è una musica che ci spinge a guardare e ad apprezzare tutto. Questa musica e queste immagini sono le due facce della stessa moneta. Quindi è Una che è proprio inclusa nell’Altra. Io non potrei fare a meno delle immagini sulla musica e non potrei fare a meno della musica su alcune immagini.

 

Foto di Claudia Sabater

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