Jesus Rolls – Quintana è tornato! - Intervista a Émilie Simon

Jesus Rolls – Quintana è tornato!
E con lui, la musica da film di Émilie Simon.
Reportage del concerto e intervista alla compositrice. Casa del Cinema di Villa Borghese, Roma.

Quando rimanemmo tutti folgorati dal cameo di John Turturro ne Il grande Lebowski, accompagnato dalle schitarrate dei Gipsy Kings, tutto ci saremmo aspettati tranne che più di vent’anni dopo lo stesso personaggio sarebbe tornato al cinema sulle note di una sofisticatissima cantautrice francese (ma è poi così assurdo, visto che anche i Gipsy Kings sono francesi?).

Comunque Émilie Simon, compositrice di questo spin-off diretto da Turturro – tutto dedicato all’indimenticabile personaggio di Jesus Quintana, incallito giocatore di bowling –, rompe le barriere di genere e incorpora nella sua score elementi eterogenei di salsa, mambo e flamenco, rileggendoli sulla falsariga di quel pop songwriting di matrice francese che lei stessa aveva fatto proprio e insieme rielaborato nella sua carriera da solista (fin dall’album d’esordio, il self-titled Émilie Simon). L’autrice, nota al cinema soprattutto per le sue musiche originali de La marcia dei pinguini (Luc Jacquet, 2005), si sintonizza con il racconto di Turturro, che nobilita gli outsiders per mezzo di un calore e un’umanità volutamente assenti dal capolavoro dei Fratelli Coen del 1998, e compone una partitura fatta di melodie deliziose, di pezzi strutturalmente molto semplici (le progressioni sono elementari) e suggestivi: quanto di più lontano ci possa essere dall’algida geometria compositiva di Carter Burwell, compositore feticcio dei Coen il cui contributo “originale” più appariscente per Il grande Lebowski fu un pezzo techno di tre minuti e mezzo intitolato “Wie Glauben”.
L’esecuzione dei tre brani cardine tratti dal film – svoltasi alla Casa del Cinema di Roma il 16 ottobre scorso, a precedere l’anteprima mondiale del film –, in cui la bellissima voce della cantante (la stessa Simon) è stata accompagnata dal chitarrista Francesco Grant, ha messo perfettamente in luce la sintesi stilistica operata dall’autrice: pur nella stringatezza dell’organico, lo scarto e l’amalgama tra lo scandito accompagnamento ritmico, talvolta rafforzato da battiti di mani della cantante, e la flessibilità della voce – talora soave, talora incisiva e battagliera – hanno testimoniato della felice contaminazione. Specialmente il lento brano che la Simon ha “cantato” con la melodica – e che nel film si può ben ascoltare sui titoli di coda eseguito dal flauto – resta impresso nella memoria: le note dell’aerofono si attorcigliano malinconicamente su cromatismi di passaggio, mentre la chitarra resta ancorata a un ritmo sincopato e ballabile. Si direbbe sempre gipsy music, ma in un altro senso…
Molto cordialmente, Émilie Simon ha concesso un’intervista nel tempo che intercorreva tra il mini-concerto e la proiezione del film. Riportiamo la conversazione qui sotto.

Colonne Sonore: Come si è svolta la sua collaborazione con il regista John Turturro?
Émilie Simon: Abbiamo discusso molto, inizialmente, riguardo il tono del film, l’atmosfera che doveva emanare e i personaggi. Poi, una volta che abbiamo parlato a lungo delle linee generali, il lavoro si è svolto scena per scena: lui reagiva a ciò che gli inviavo – “questo mi piace”, “questo si può allungare”, “questo si potrebbe accorciare”, ecc. Andando avanti così abbiamo lavorato insieme per una cosa come dieci mesi. Io ho cominciato a scrivere musica prima che iniziassero a girare il film. Scrissi una serie di pezzi che John voleva fossero pronti già prima delle riprese.

CS: Immagino che, come molti, lei fosse già una fan del film originale, Il grande Lebowski, e del personaggio interpretato da John Turturro…
ÉS: Sì, naturalmente…

CS: Nella sua score trovano spazio alcuni soli strumentali, come quelli di chitarra e flauto. Quanto è stato scritto nero su bianco e quanto invece è stato lasciato all’improvvisazione?
ÉS: Era tutto scritto. Certo, delle volte abbiamo deciso di lasciare spazio a tentativi multipli, e di conseguenza a un certo margine di improvvisazione. Ma la maggior parte della mia partitura è stata scritta da capo a fondo.

CS: Nel film compaiono i Gipsy Kings. In che misura hanno influenzato la sua musica per questo film? Il risultato si potrebbe definire quasi una sorta di “Gipsy Kings incontra Edith Piaf”…
ÉS: (ride) E’ un accostamento molto divertente; non ci avevo pensato… Naturalmente sono stati un’influenza; i Gipsy Kings facevano parte della colonna sonora de Il grande Lebowski. Jesus giocava a bowling sulla loro musica, dunque rimangono indissolubilmente legati a quel personaggio. Quindi sì, in questo senso mi hanno influenzato; ma per me sono stati anche un punto di partenza per andare in tante altre direzioni. Successivamente, infatti, mi sono spostata sugli stili della salsa, del mambo, della canzone francese – due canzoni sono in francese –, quindi alla fine la musica scaturisce da tante origini diverse, da tante influenze mescolate insieme. Perché sa, io non sono una zingara (ride). Non sono molto lontana – in realtà – da un paese zingaro francese, quindi conosco la musica gitana, il suo sound… ma di base non è la mia vera cultura; così ho cercato di riprodurla a modo mio. E’ stato un processo molto libero, senza il dovere di rispettare regole di stile o tradizione: ho potuto giocare con le influenze come con dei colori, miscelandoli a piacere.

CS: Scrivere musica che risponde alle strutture della canzone o in generale della popular music permette al discorso musicale di catturare il senso di intere sequenze piuttosto che i dettagli, come un primo piano o un particolare paesaggio. Pensa che la sua musica sia capace di commentare anche il minimo dettaglio visivo: un volto, un colore?  
ÉS: John è molto dettagliato nelle sue indicazioni, molto preciso. A volte chiedeva addirittura che nella musica succedesse qualcosa in corrispondenza di particolari movimenti dei personaggi: l’emergere di uno strumento, ad esempio. Ricordo questa bellissima scena con Susan Sarandon in cui la musica si sposava perfettamente con le immagini: accompagnava ogni singolo gesto dell’attrice.

CS: Lei ha studiato musica contemporanea e ama inserire suoni e rumori di vario genere nei suoi brani, come ad esempio nella colonna sonora del film La marcia dei pinguini, dove si ascolta il suono del ghiaccio che si rompe. E’ una conseguenza dello studio della “musique concrète”? Fa parte del piacere di fare musica da film: vedere la propria musica contaminarsi con suoni apparentemente estranei come dialoghi, rumori, effetti sonori?
ÉS: Certamente lo è, ma non ho dovuto fare nulla del genere per John. Con La marcia dei pinguini l’utilizzo di suoni “naturali” derivava da una situazione molto particolare: non c’erano umani ma solo animali e paesaggi incontaminati, la volontà era quella di creare una “musica dell’antartico” e insieme aggiungere un che di surrealistico; i suoni concreti avevano senso perché rimandavano a un’assenza di strumenti musicali che sono un prodotto dell’uomo. L’unica musica che puoi ascoltare in Antartide è il vento, il rumore del ghiaccio che si rompe, dei passi. L’approccio di John è molto diverso: nel suo universo tutto si svolge al momento, tutto è molto spontaneo, molto umano e caldo, a differenza dei pinguini (ride). A John piace avere a che fare con esseri umani, perché ama la loro vulnerabilità, la loro sensibilità – nel mio caso quella musicale. Ne La marcia dei pinguini tutto sembrava provenire da un altro mondo ed era molto etereo, mentre in Jesus Rolls tutto è – per dirlo in una parola – molto più terreno.

CS: Dunque è più facile che la musica contemporanea abbia a che fare con qualcosa di non umano?
ÉS: Dipende. Certamente per questo film di John non serviva. Magari per un altro; chissà…


 
Ringraziamo Émilie Simon per il gentilissimo tempo dedicatoci.
E un ringraziamento a Lucia Angelici della Sugar per la possibilità concessaci di intervistare la compositrice.

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