Luca il contrabbandiere
Fabio Frizzi
Luca il contrabbandiere (1980)
Beat Records DDJ038
16 brani – Durata: 36’ 43”

Non inganni il titolo quasi deamicisiano. Ti figuri un inoffensivo film per ragazzi con tanto di finale edificante, ti ritrovi un concentrato di iperviolenza con crudeltà assortite. Poi compare il nome del regista: Lucio Fulci, “il terrorista dei generi” come definito da Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore nella loro monumentale monografia. Fulci che cerchi, orrore che trovi.
Osannato all’estero (poéte de macabre in Francia, godfather of gore in ambito anglosassone) e bistrattato da noi sino alla tardiva riscoperta sia grazie al mutato clima più propenso alle cinematografie non autoriali nell’accezione ortodossa ed accademica, sia anche per merito dello studio citato (autentica bibbia sull’argomento) e dell’interesse di riviste quali “Segnocinema” e “Cine 70”, e senza dimenticare l’input di Tarantino. Immerso nei generi fino al collo e mai prono, sempre piuttosto dinamitardo, manipolatore, destrutturatore, terrorista appunto – come lo furono in altri contesti Sergio Leone e Stanley Kubrick. Più di cinquanta titoli dai primi musicarelli e commedie ai western di culto, dal film storico ai thriller morbosi ricettacoli di psicopatie e paranormalità varie, per approdare alla trilogia zombesca (ammesso che Zombi 3 sia tutto farina di Fulci) e all’horror; con incursioni nella fantascienza, nel postatomico, nel rape and revenge, nel camorristico. Manca solo il porno (ma quanto eros malato nelle sue storie). Cinema cattivo sempre, persino nelle commedie, e dominato dall’ossessione oltranzista dello sguardo. Nei suoi film si sprecano i pp e ppp degli occhi; ciò che in altri poteva essere – dopo Leone - imitazione, maniera, omaggio, in lui diveniva metafora registica e spettatoriale della coazione a mostrare e a guardare l’inguardabile in un corto circuito senza fine. Da un certo momento cominciò a prendere lo spettatore a calci in pancia ed anche – e volentieri - sotto la cintola; elaborando e perfezionando un’estetica dello schifo indigesta e mirabile. Cinema connotato, ritratto di una personalità marcata e tormentata, girato con perizia tecnica non discutibile (aveva svolto il suo apprendistato come sceneggiatore con Steno, Bolognini, Mastrocinque ed altri) ed una forza visionaria degna di Poe e Lovecraft, entrambi adorati. Scendendo più a fondo, Lucio Fulci primeggia all’interno della cinematografia italiana di genere sì per il terrorismo che si presta ad analisi semiotiche, strutturali e così via; ma soprattutto per il malessere autentico, ‘vero’ che attraversa le sue pellicole e si attacca alla pelle. Un clima insano e vischioso, non solo nei celebrati horror: anche nei western (Le colt cantarono la morte: e fu tempo di massacro, 1966; e ancor più I quattro dell’Apocalisse, 1975, spossanti teatri della crudeltà), nel dramma storico Beatrice Cenci (1969), persino nelle commedie (l’accanito acre anticlericalismo e antidemocristianismo di All’onorevole piacciono le donne, 1972). E dove non ostenta violenza, sangue, vermi, liquami, basta uno sguardo, una mimica, un gesto, una pennellata di colore per allarmare, farci consapevoli che questa volta nell’inferno ci siamo finiti sul serio, e senza garanzia di uscirne. La medium cieca in L’aldilà, il suo occhio vacuo, spento eppure trafiggente; o, nel medesimo, il Mare dell’Oscurità, (sovra)(sotto)mondo assoluto ed immobile ove ogni orizzonte si assomiglia; o, ancora, l’atroce silenzio dei cani in laboratorio in Una lucertola con la pelle di donna: “Perché questo silenzio?”, “Gli hanno tagliato le corde vocali”. Immagini meno di pelle ma ancora più disagevoli e ‘fantastiche’. La forte impressione che ne deriva è dovuta proprio a quel realismo chimerico per cui si entra nella pellicola, la si vive e viene meno la soglia critica del distacco, quella che ci dice, rassicurante, “è solo un film”. Tutto risulta paurosamente reale e vicino, gli omicidi appaiono snuff: come nell’uccisione a catenate in faccia della maciara in Non si sevizia un paperino: il cancello del cimitero che si chiude, l’incedere dei carnefici, la radio a pieno volume e la voce di Ornella Vanoni che intona “Quei giorni insieme a te” (Iaia Fiastri-Riz Ortolani): una dolcezza, un’intensità lirica asincrone, e tutto diviene più orrendo, pagina cinemusicale da antologia; e il volto più sfigurato ad ogni sferzata, maschera di sangue in primo piano, la mdp che ‘documenta’ con oggettività impassibile ed esatta, non finzione ma cronaca della più nera: ovvero, Lucio Fulci documentarista dell’orrore in tutte le sue forme deformi.
Luca il contrabbandiere, trentaquattresima mise en scène del regista è un relativamente poco riuscito tentativo di crime urbano con camorristi locali e marsigliesi l’un contro l’altro armati senza esclusione di morti in quel di Napoli. Luca Ajello (Fabio Testi) è il contrabbandiere ‘buono’ che tratta solo sigarette e non vuol saperne di allargare l’attività al traffico di droga come gli propone con insistenza il Marsigliese (Marcel Bozzuffi). Dopo che quest’ultimo gli ha fatto ammazzare il fratello e stuprare la moglie, Luca, aiutato dal boss a riposo don Morrone (Guido Alberti) e da altri esponenti della vecchia camorra, prepara la riscossa e la vendetta. Grande massacro finale e resa dei conti feroce tra i due antagonisti. Si favoleggia – probabilmente non a torto - che, terminati ad un certo punto delle riprese i denari, siano intervenuti a supporto finanziario veri contrabbandieri e camorristi che avrebbero imposto cambiamenti nei dialoghi e nel titolo che in fase di lavorazione era Violenza e fu ammorbidito ne Il contrabbandiere e poi in quello definitivo (“ignobile” a opinione di uno degli sceneggiatori, Giorgio Mariuzzo; ma con un grande potenziale ossimorico per quanto involontario) (2). E la figura del contrabbandiere esce – paradossalmente - riabilitata nel confronto con l’assenza di scrupoli e ‘valori’ e con le efferatezze dei marsigliesi.
Il regista era soddisfatto del risultato, “avevo letto un’inchiesta giornalistica sul contrabbando e la trasferii […] in un film nero all’italiana” (3). “Ottimo nero” secondo Marco Giusti nel suo Dizionario dei film italiani stracult. Albiero e Cacciatore lo leggono come una variante del sottogenere “noir alla pizzaiola” targato Mario Merola e ultima spiaggia del poliziottesco morente, e come un lavoro non di genere ma sul genere: si mescolano e reinventano “con felice ironia […] tutti i generi d’azione della serie d’oro del B movie nostrano”, anticipando la moda pulp di Tarantino ed epigoni (4). Davide Pulici lo lega al periodo aureo di Fulci dal 1979 alla metà degli Ottanta (5). “Noir urbano di rara cretineria” secondo Mereghetti, “Inaccettabile/Brutale” per l’Anonimo di “Segnalazioni Cinematografiche” (6).
Nonostante le appagate dichiarazioni, il regista non sembra del tutto a proprio agio in un soggetto che pure gli offriva molti spunti. La pellicola è nell’insieme lenta, con sequenze noiose (l’inizio con i contrabbandieri inseguiti dalla guardia costiera in seguito ad una soffiata si risolve in una esibizione stile pattuglia acrobatica; la retata nei vicoli napoletani è didascalica) solo in parte compensate da effetti horror e nefandezze sopra le righe. Sparatorie con abbondanti emissioni di sangue, pallottole che fuoriescono dal cranio, volti sfigurati, stupri in diretta telefonica. La sodomizzazione: “Uno sfregio è uno sfregio, voltala!” di Adele, moglie di Ajello (una persuasiva Ivana Monti) offre al dottor Fulci l’aire per una delle sue ascese al sublime. Il marito ascolta via telefono le urla strazianti della lacerata consorte (oggi, gli invierebbero il filmato sullo smartphone), l’effetto è strepitoso. Altro punto di forza, il trattamento di favore riservato a Ingrid (Ofelia Meyer), rea di avere consegnato al Marsigliese una partita di droga tagliata, punita con la fiamma ossidrica che le ustiona e sconcia il bel visino (se ne ricorderà Eli Roth nel primo Hostel). La lotta tra Ajello e un sicario alla zolfara sul far dell’alba, tra surreali vapori, è scenario metafisico che richiama il finale de L’aldilà; qui, in aggiunta, il volto ‘cotto’ dell’uomo finito in una pozzanghera di esalazioni sulfuree. Molto bene il macello finale, spettacolare redde rationem tra camorristi e marsigliesi, sempre all’alba e con un cameo del regista mitra fiammeggiante in pugno (amava ritagliarsi un cantuccio all’interno dei film che girava: un modo di ‘esserci’, la firma apposta al quadro). Eppure, qualcosa non torna, latita l’atmosfera insalubre che è il sale del cinema fulciano. Gli attori non aiutano, Testi è incolore, gli altri risultano stereotipati, quasi macchiettistici. Si salvano Ivana Monti e Guido Alberti nel ruolo dell’anziano ex boss, ripreso per lo più in vestaglia intento a guardare compulsivamente in tv western italici e poliziotteschi, e poi deus ex machina. Buona la cupa fotografia di Sergio Salvati, habitué del regista. Altri fedelissimi, Vincenzo Tomassi per il montaggio e Fabio Frizzi per la musica.
Fulci e la musica: ci sarebbe materiale per un dossier. Vari compositori si sono avvicendati dal 1959 al 1991. La score del primo film, I ladri, è firmata da Carlo Innocenzi; quella di Le porte del silenzio (ultima fatica e titolo infausto) da Franco Piana. In mezzo, tanti bei nomi di quella ineguagliata stagione. I sodalizi più consistenti con Piero Umiliani (cinque titoli), Lallo Gori (sei), Bixio-Frizzi-Tempera (quattro), Fabio Frizzi (sei). Seguono con tre Carlo Rustichelli, Riz Ortolani, Ennio Morricone, Carlo Maria Cordio; con due Vince Tempera. Una tantum Detto Mariano, Angelo Francesco Lavagnino, Fred Bongusto, Nico Fidenco, Pino Donaggio, Luis Bacalov, Francesco De Masi, Claudio Simonetti, Keith Emerson, Stefano Mainetti, Stelvio Cipriani. Ancora, tra i meno noti, Walter Rizzati, Eros Sciorilli, Enzo Leoni, Ward Swinger, Claudio Natili, Giovanni Cristiani. Varietà di stili, esiti diseguali. Al top si situano gli apporti di Ennio Morricone (la commistione di jazz aggressivo, di grottesco, di swing, di bossa, di Sud America, di pianismo da film muto in I due evasi di Sing sing; la rotonda, plastica effusione della tromba in “La mia mania” da I maniaci; il perturbante “tema della lucertola” in Una lucertola con la pelle di donna, uno dei culmini del Morricone thriller con punte di arcano, interpreti esemplari degli incubi oscuri del regista; ed una quantità di pezzi sperimentali con influssi rock e jazz autorialmente rivisitati), Riz Ortolani (torbido, morboso e brillante insieme, ‘americano’ in Una sull’altra; rasoiate di archi in Non si sevizia un paperino; diversamente rock –“Roma “Imperial Rock”, titolo da fantasista - ne I guerrieri dell’anno 2072). Ottimi anche i contributi di Pino Donaggio per The Black Cat, di Francesco De Masi per Lo squartatore di New York, di Stelvio Cipriani per Voci dal profondo. E, naturalmente, fondamentale Fabio Frizzi. Il compositore bolognese, associato per un certo periodo a Franco Bixio e Vince Tempera, si mette in proprio nel 1979 e firma Zombi 2 (ma con Fulci si conoscevano dal 1975, quando il succitato trio scrisse il commento per I quattro dell’Apocalisse e poi per Sette note in nero e Sella d’argento). Da lì in poi le sue partiture siglano buona parte degli horror fulciani con esiti maiuscoli tra i quali Paura nella città dei morti viventi e L’Aldilà, ove si manifestano un “ottimo senso di tensione e dell’arcano” come ben chiosò Ermanno Comuzio. Invero Frizzi ha saputo interpretare quel misto di sovrannaturale, di esoterico, di macabro, di perverso, insomma le “voci dal profondo” disseppellite dal cinema coraggioso di Lucio Fulci – intrepido allora, alta velocità oggi, pugno in faccia all’odierno cinema mainstream da piattaforma, che ha paura di fare paura e di conseguenza sempre col freno tirato come deplorano unisoni Davide Pulici e Federico Zampaglione nell’ultimo “Nocturno” (7).
La partitura di Luca il contrabbandiere appare specchio della indecifrabilità di una pellicola non proprio canonica, un po’ camorra movie (ma senza sceneggiate alla Merola), un po’ poliziottesco (ma senza commissari più o meno ‘ferrati’), un po’ revenge, un po’ noir; condensato di tanti possibili film (e torniamo ad Albiero e Cacciatore: perché Fulci “sventrava dall’interno qualunque forma precostituita e la riplasmava” come postilla “Nocturno”) (8). Ecco allora una manciata di idee eterogenee ed anche – ad un primo ascolto - spiazzanti. Ti aspetti qualche elemento folk (Napoli…), e non lo trovi (senza rammarico); ti prefiguri musica d’azione e non rinvieni l’asprezza, l’aggressività che ti eri immaginate. Note invece assai gradevoli e scorrevoli, morbide in rapporto al soggetto e alla crudezza di talune sequenze, e non a caso pubblicate dalla Beat nella serie DDJ.
Il primo tema (“Seq. 1”) prende in contropiede. Un motivo easy, garbato, sereno, archi, sax, fiati su ritmica funky, di estrema piacevolezza ma poco aderente alla brutalità della storia. Bello comunque, non ci si stanca di (ri)ascoltarlo e ti si incolla in testa. Ben variate le riprese: “Seq. 3” con ottimi fiati e controcanto orchestrale, “Seq. 6” con un primo momento di sax e fiati soli, senza la ritmica, e una seconda parte ove si procede all’inverso recuperando la base con aggiunta di chitarra elettrica; “Seq. 8” con basso secco, batteria e sax duro su fascia d’archi, dinamicissima e parecchio action, bella tesa come materia comanda.
“Seq. 4” avvia il secondo tema, clarinetto e sax fraseggiano su una base cospicua di basso, batteria e inserti pianistici con timbri di jazz soffice. Il tutto suggerisce azione, sia pure stemperata. L’azione autentica comincia con “Seq. 7”: basso lento e batteria brusca preparano gli eventi criminosi, la parte ‘melodica’ viene esposta da una chitarra elettrica distorta, lacerante. Tira aria di poliziottesco e Micalizzi è nume tutelare. Di bene in meglio con “Seq. 9” che amplia il ritmo: sax, fiati, archi e synth (e l’immancabile basso elettrico) deflagrano in scoppiettanti acrobazie. Alquanto cool “Seq. 14”, action pura e attesa della medesima: batteria in metronomo, basso, percussioni varie e pestate del pianoforte. “Seq. 15” testimonia un gran lavoro sui fiati che duplicano il basso e dialogano con gli archi aguzzi e melici insieme in un impasto avvolgente e vitalissimo e non mancano neppure i bongos. Musica evocatrice di un ‘altro’ cinema e dunque ‘datata’: il più bel complimento.
L’impianto è quello sin qui illustrato, un avvicendarsi di linee distese increspate da ondulazioni ritmiche, e di scatti nervosi senza divenire nevrotici: musica che si mantiene al di qua dell’eccesso e da tale punto di vista – forse - ‘sbagliata’. Non si perviene mai alla durezza di certe cose di Bacalov, di Morricone, di Micalizzi (che pare comunque il modello più prossimo, sia pure raddolcito). Tuttavia funziona. E poi, evidentemente a Fulci andava bene così.
In tale tipologia di storie un margine per quanto non amplissimo viene riservato alla dimensione introspettiva, qui un breve adagio per archi (“Seq. 11”) affiancati da fagotto, flicorno e chitarra acustica. “Seq. 12” replica ma poi il consueto giro di basso (topos forsanche abusato, ma poi v’è maniera e maniera e qui Frizzi non è secondo a nessuno) devia verso altre strade e siamo già con le armi in pugno.
Stanno a sé un breve pezzo ‘da chiesa’ per organo solo (“Seq. 5”) e un altro con pianola da strada, effetti ‘giostra’ pensati per il nipotino del protagonista (“Seq. 13”). Ma come e dove collocare “You are not the Same”, brano disco come se ne udivano in quegli anni, interpretato da non meglio identificati Cricket? (Qualcuno insinua che “Cricket contains members of Goblin –particularly Marangolo, Pignatelli and Simonetti” (9). Infatti non ci azzecca, tuttavia è parte della colonna musica sia pure in funzione diegetica (si ode durante una sequenza in discoteca). Musica di Frizzi, parole di Lucio Fulci, non nuovo a scrivere testi per canzoni, soprattutto quelle inserite nei suoi film: “Oh No Baby” in Come svaligiammo la banca d’Italia, insieme con Ebe De Paulis su musica di Lallo Gori, interpretata dai Cantori Moderni di Alessandroni; “Back Home, Someday (A Man Alone)” con Sergio Bardotti, Ebe De Paulis e Sergio Endrigo – anche interprete -, e ancora Gori; “Shari El Nil” e “Protesto” cantate da una fantomatica Elsa, musica di Gori (le cui note accompagnarono la prima fase del regista ex aequo con Piero Umiliani); ed altro, anche per Claudio Villa e la tv… (10). Incredibile Lucio.
“You are not the Same” fu l’unico brano – il più commerciale - ad essere pubblicato all’epoca in un singolo su etichetta Cinevox (MDF 133; il lato B riporta “R.C.O.”, “dalla colonna sonora originale del film Il contrabbandiere – sic -; ma su altri siti compare un titolo differente, “New York Dash”…) (11). Solo nel 2015, grazie al ritrovamento fortuito di un nastro senza etichetta (12), la score integrale poté essere edita. Ovviamente, non è più disponibile. Nel 2017 la Death Waltz Recording Company stampò un vinile a tiratura limitata (500 copie). Rimangono pertanto scarsissime speranze di entrare in possesso del prezioso manufatto. In attesa di ristampe, ci si dovrà accontentare dell’eterea Rete.
(1) PAOLO ALBIERO-GIACOMO CACCIATORE, Il terrorista dei generi. Tutto il cinema di Lucio Fulci. Prefazioni di Gianni Canova e Marcello Garofalo. Introduzione di Antonella Fulci, Palermo, Edizioni Leima, 2015 (seconda edizione aggiornata).
(2) ALBIERO-CACCIATORE, p. 194.
(3) Lucio Fulci a “Segnocinema”, in Id.
(4) Id., p. 197.
(5) https://nocturno.it/movie/luca-il-contrabbandiere/ (ultimo accesso: agosto 2024).
(6) LXXXIX/47 – 1980.
(7) “Nocturno” 256, giugno-luglio 2024, p. 25.
(8) Sito citato.
(9) https://www.discogs.com/release/4338281-Cricket-You-Dont-Care-Barbara (ultimo accesso: agosto 2024).
(10) https://www.orrorea33giri.com/lucio-fulci-canzoni-discografia/2/ (ultimo accesso: agosto 2024)
(11) https://www.discogs.com/it/release/3497994-Fabio-Frizzi-Cricket-Luca-Il-Contrabbandiere;
https://www.soundtrackcollector.com/title/49574/Luca+Il+Contrabbandiere (ultimi accessi: agosto 2024).
(12) http://www.beatrecords.it/shop.asp?lingua=e&idprodotto=DDJ038&uscita=prox (ultimo accesso: agosto 2024).