40 secondi
Alessandro Bencini
40 secondi (2025)
Maqueta/Eagle Pictures
12 brani – Durata: 38’00”

Ogni epoca ha avuto la sua rabbia giovane ed un film basilare (odiernamente le serie TV se ne sono fatte maggiormente carico) che l’hanno identificata senza prendere posizioni vere e proprie ma solo una distanza descrittiva morale che ne ha narrato i fatti così come avvenuti, quasi in maniera documentaristica – sia essi tratti da storie vere che ispirati da avvenimenti reali seppur trasposti in originale finzione, comunque rappresentativi di quel determinato momento storico e sfogo brutale giovanile, fisico e introspettivo –.
Esemplari di una rabbia giovane entrata nell’immaginario collettivo sono stati Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause), film del 1955 diretto da Nicholas Ray con l’icona James Dean e le musiche di Leonard Rosenman, considerate dal compositore Charles Bernstein (Nightmare – Dal profondo della notte) <<colonne sonore che suonano ancora oggi radicali e progressiste>>, e nomen omen La rabbia giovane (Badlands), un film del 1973 scritto, prodotto e diretto da Terrence Malick, con una OST composta da brani di Carl Orff e da canzoni di James Taylor e Nat King Cole, interpretato da Martin Sheen e Sissy Spacek. Certamente ogni altra epoca ha avuto alcuni titoli a raffigurarne questa violenta, insensata e inimmaginabile rabbia adolescenziale o giovanile, scatenata da diversi fattori (ambientali, sociali, lavorativi, psicologici, culturali, mediatici), arrivando così fino ai giorni nostri coi sintomatici e scioccanti (ognuno a modo suo) Il ragazzo dai pantaloni rosa, film del 2024 diretto da Margherita Ferri e interpretato da Samuele Carrino e Claudia Pandolfi con musiche di Francesco Cerasi e la miniserie Adolescence del 2025 con lo score di Aaron May e David Ridley.
40 secondi giunge (non ultimo) a raccontare questa rabbia, mettendo in luce il tragico omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ventunenne ucciso a mani nude nel dicembre del 2020 a Colleferro, provincia di Roma, per aver cercato di proteggere un amico durante una rissa. In appena quaranta secondi – il tempo di una brutale aggressione – la vita di Willy viene stroncata. Il film ripercorre con intensità le 24 ore che precedono il crimine, intrecciando vite ordinarie, tensioni sotterranee e relazioni tossiche che degenerano in tragedia. Più che un semplice fatto di cronaca, è una riflessione amara sulla banalità del male, sull’incapacità di comprendere l’altro e sull’escalation della violenza in una società svuotata, dominata da orgoglio e carente di empatia. Proprio quell’empatia indispensabile per rendere umano il disumano che può esplodere prima di farlo esplodere, così evitando tragedie del genere, come quelle narrate nei film e serie succitate. Per la regia di Vincenzo Alfieri (Gli uomini d’oro, Il corpo) e interpretato da Justin De Vivo, Beatrice Puccilli, Francesco Gheghi, Enrico Borello, Francesco Di Leva e Sergio Rubini, 40 secondi porta la firma musicale di Alessandro Bencini (L’uomo sulla strada, Backstage – Dietro le quinte e Leopardi&Co.), che ha incrociato il regista salernitano in qualità di sceneggiatore nel thriller-horror Dedalus (2024), il quale descrive così la sua partitura: << Non c’era bisogno di dare enfasi alla narrazione, perché la verità della storia è già potentissima, ma di creare un racconto musicale della vicenda umana che avesse uno sguardo quasi ultraterreno, sopra le parti e la cruda concretezza degli avvenimenti; dovevamo raccontare l’inevitabilità della vita, di quello che gli antichi chiamavano Fato. Da qui è nata anche la scelta di intitolare i brani con titoli e personaggi di tragedie>>.
Uno score, prodotto da Fernando Alba, che sottilmente ma inesorabilmente disegna, con un uso dominante di archi, violoncello e piano solisti (gli straordinari Luca Pincini e Gilda Buttà, storici musicisti sodali del compianto Ennio Morricone) e synth, tutta quella rabbia non soltanto giovane, emozione primaria che alberga sia nei ragazzi che negli adulti che compongono il quadro narrativo filmico, soprattutto (logicamente) quando avviene la tragedia. “Phoinissai” apre l’album digitale con un cadenzato e mesto piano sui cui fa leva il violoncello, enunciante un tema doloroso che sembra appartenere a quelle melodie arcaiche della cultura kletzmer, null’affatto gioioso e vivace come la tradizione ci insegna bensì funereo e straziante, in specie quando gli archi pizzicati, che proco prima facevano da controcanto al cello facendo librare il leitmotiv, sul finire battono un tempo inesorabile e determinato. Questo tema portante ha la medesima bellezza struggente e commovente di quello di John Williams per Schindler’s List. “Persephone” è una pagina che cresce pian piano spietatamente luttuosa come una marcia funebre che accompagna il feretro, con archi e percussioni che sanno tuonare in lontananza ma soltanto dentro l’ascoltatore: il brano si chiude con il piano che illustra il leitmotiv aggraziandone i toni drammatici sebbene mantenendone il dolore sotterraneo. “Herakles” è un adagio per archi e pianoforte, con il violino di Eunice Cangianiello esprimente urla trattenute di un male lancinante, ed in controcanto un afflitto contrappunto di piano e cello. “Persephone (Reprise)” fa risaltare la melodia principale, tramite piano solo e archi, che a tratti ricorda qualche tonalità romanticheggiante alla Paolo Buonvino per Gabriele Muccino (l’orchestra è diretta dal Maestro Emanuele Bossi).
“Prometheus” fa ascoltare un nuovo tema che è una costola del primario, con archi e synth in sottofondo, sostenuti dal piano e dal cello marcanti una certa fatalità; anzitutto il violoncello che sa rendere, con quel vibrante incedere accorato, tutta la tragicità imminente. “Iphigheneia” ha un respiro concisamente liturgico, quasi una sentenza immutabile gridata sottovoce da cello, synth e ritmiche battenti ‘lontane’. “Antigone” rimbomba sinteticamente compulsivo, senza freni morali ma brutalmente metallici e di conseguenza glaciali e privi di anima, anche se per contraltare, etereo e stringente suona il violoncello di Pincini con modalità cadenzante morriconiana dei thriller politici anni ’70. “Ozymandias” è cavernoso, tetro, scary music da escape room che sa atterrire e perfino deformare orribilmente il tema portante, che il cello cerca di far risalire in superficie affogato da suoni contorti, asfissianti e striduli. “Niobe” è una boccata d’aria fresca dopo il nebuloso e spaventevole brano precedente, con un piano aereo e addolcente su sintetismi atmosferici new age e sempre il violoncello in un controcanto sospeso e minimalista tra Philip Glass e Thomas Newman. “Medeia” per piano solo su tenui linee synth e archi leggeri, con un imperscrutabile violoncello sul finale, che desiderano quietare una sofferenza rabbiosa talmente alta e inarrestabile da poter essere compresa soltanto da chi l’ha realmente vissuta. Il piano e il violoncello si lambiscono con leggerissima enfasi appassionata, su archi aerei sconsolati, nello straziante “Eumenides” che lascia spazio al conclusivo bonus track eseguito dalla Buttà in punta di fioretto, con un fraseggio virtuosamente impressionistico e toccante, di “Herakles – Piano Solo”.