Monet – Una vita a colori

cover monet remo anzovinoRemo Anzovino
Monet – Una vita a colori (2026)
Decca records/Universal Music/Ricordi UMP 0881061508168
15 brani – Durata: 41’39”

Questa sarà una recensione fuori dalle regole solite, perché oltre ad una disamina sulla OST vi sarà anche un reportage dello spettacolo teatrale per cui è nata questa nuova serie di composizioni dell’iperproduttivo Remo Anzovino, inarrestabile nel tirar fuori dal suo sempre variopinto pentagramma, giammai come quest’anno, colonne sonore ad un ritmo così frenetico (potremmo dire quasi simile al Morricone anni ‘70): I colori della tempesta, Carlo Acutis – Il giovane Santo, 150 anni di Corriere della Sera – Il Racconto dell’Italia (tutte recensite su questa testata). Lo spettacolo teatrale di e con Marco Goldin, per l’appunto dal titolo Monet – Una vita a colori, che abbiamo avuto il piacere di vedere e sentire presso il Teatro Manzoni di Milano il 27 ottobre di codesto anno, omaggia la figura del celeberrimo pittore impressionista Oscar-Claude Monet (Parigi, 14 novembre 1840 – Giverny, 5 dicembre 1926). Una rappresentazione sinesteticamente immersiva che il poeticamente coinvolto e appassionato Goldin, in un monologo di quasi due ore dall’instancabile fluidità espressiva, sa come trasmettere in maniera tale da coinvolgere, incantare, arrestare i pensieri di una vita quotidiana sempre totalmente immersa in distrazioni (il più delle volte inutili e sprecanti attimi rilevanti esistenziali) così da dedicarsi alle opere, immagini, suoni, note che pian piano, con la dovuta riflessiva andatura, come un adagio senza fine che non può far altro che bene allo spirito e alla nostra educazione culturale, giunge lieve ma intenso ad un foltissimo pubblico in perenne silenzio emotivo, che alla fine ha applaudito entusiasticamente questa notevole performance interattiva e interagente: quando l’Arte, in ogni sua locuzione soprattutto emozionale e non esclusivamente analitica e divulgativa, viene narrata, anzi apertamente regalata con profonda passione, come in questo preciso contesto, allora ha semplicemente, mai e poi mai banalmente, lasciato un’impronta indelebile in noi, che ci accompagnerà per sempre; ergo, da dire solo un amorevole e riconoscente ‘GRAZIE!’. Comprensibilmente il tutto incorniciato dalle trasportanti e romanticamente nostalgiche musiche originali di Anzovino eseguite dal vivo in scena, insieme alla violoncellista e cantante (un caso più unico che raro) Daniela Savoldi, dalla voce decisa, soave e narra-attrice intimista di liriche (scritte dallo stesso Goldin) ricolme di Amore – quello per l’adorata e incancellabile prima moglie di Monet, Camille, che si spense il 5 settembre 1879 a soli trentadue anni –.

foto anzovino goldin savoldi

Remo Anzovino, Marco Goldin e Daniela Savoldi

Una performance ammirevole, sentita e trasmettente quella stessa intensità emozionale che fuoriesce e inonda gli astanti, ipnotizzati dal gigantismo scenografico formato da un set sul palco di video proiezioni, su tre blocchi di cui due movibili e svelanti i due musicisti live, che consta di ricostruzioni grafiche eccezionali, meravigliose e abbaglianti di opere di Monet, di filmati originali che raffigurano il vecchio pittore nella sua amata dimora di Giverny negli ultimi anni di vita, o del medesimo ricreato digitalmente, dei luoghi che ha frequentato per prendere ispirazione per la creazione ‘impressionistica’ dei suoi molteplici, e agognati dai suoi tanti cultori, quadri, di riprese reali dei luoghi della sua lunga e travagliata esistenza, seppur vissuta in grazia divina e in ricchezza. Anzovino non è la prima volta che affronta musicalmente l’opera di Monet, difatti nel 2018 aveva composto lo score per il documentario Le Ninfee di Monet - Un incantesimo di acqua e luce (Water Lilies Monet – The Magic of Water and Light) di Giovanni Troilo, e ritornare su paesaggi e pagine battuti/e non è cosa semplice, però c’è da specificare che questo spettacolo teatrale ha un’altra visione sinestestica rispetto al documentario appena menzionato, che ad ogni modo contiene una partitura liquescente ed epica in parecchi suoi colori orchestrali, cullante e valzeristica (ascoltabile nel CD Sony Music all’interno del box “Art Film Music” di Remo Anzovino che contiene altre 4 score per docufilm) a differenza di questa Monet – Una vita a colori che include alcuni tematismi dalle rilevanze espressive nostalgiche e astrattivamente eteree.

cover monet una vita a colori

Ma andiamo con ordine, tuffandoci dolcemente tra i colori melanconici di questo score udibile in 15 tracce, nelle quali, rispetto alla rappresentazione in teatro, vi sono anche interventi di Lucia Clonfero al violino, Chiara Trentin al violoncello classico ed elettrico a 6 corde e Marco Goldin ai vocalizzi, oltre lo stesso Anzovino: “Veniva l’Estate” ha un’apertura celestiale in cui si fa accenno al tema portante; “Una vita a colori” affida al pianoforte il compito di inebriare l’ascoltatore con un tema alla Joe Hisaishi che, con il sopraggiungere del controcanto del violoncello, assume un liricismo struggente e ancora più malinconico; un piano oscillante e incalzante, su tappetto di contrappunto violoncellistico, si fa largo nel dinamismo ascendente di “Étretat”; “La luce del bosco” ha il piano che enuncia il leitmotiv che viene enucleato anche dal cello in tutta la sua drammatica essenza pregna di profondi simbolismi straziati e strazianti, vere e proprie lacerazioni interiori che le note, sempre più grevi del violoncello, rendono palpabili e tristemente reali, con l’aggiunta di velati vocalismi fantasmatici; la bellissima canzone “E’ quasi sera” fa perno sulla voce della Savoldi che entra sotto pelle con la sua gravida carnalità dolorosa ed il piano che la supporta tematicamente in modalità aggraziata e dolce; “Aria di Londra” presenta un secondo meraviglioso tema per pianoforte e cello, dai sentori morriconiani, elegante e inneggiante nella sua andante delicata nobiltà; “Lungo la Senna” è un valzer di raffinato portamento alla Hisaishi; “Argenteuil” fa sì che il violoncello canti una melodia bucolica intinta di una qual certa aristocrazia ancestrale; “Le parole della neve” è gocciolante nel suo tenue pianismo accorato in cui la voce della Savoldi canta lieve liriche rimembranze amorose, simil quel Franco Battiato al suo apice filosofico spirituale della seconda parte di carriera, mentre il suo cello è un elegia senza tempo e luogo nel controcanto dolcemente urlato; “Covoni” è drammaturgicamente classicheggiante; “Giverny 1910” è brutalismo atonale e asfissiante; “Nel giardino eterno” ripresenta lo stupendo tema principale in tutta la sua gentile armonia che stringe forte i sentimenti più reconditi al petto, per merito di un connubio strumentale perfetto tra piano e cello; “Oltre il giardino” rimarca il main theme in una forma epicizzante e abbracciante; “45 Rue Lafitte” è un piano intriso di nostalgiche pause tra ricordi felici; si chiude con “L’arco della luce”, ennesimo elogiante inno ad un pittore e ad uno spettacolo che ne racconta ogni svolta, creazione, ispirazione, amore e tragicità esistenziale, con il suo tema portante ancora una volta insigne e tendente, stavolta, ad una marcia glorificante e glorificatrice.

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