Everybody’s fine

cover_everybodys_fine.jpgDario Marianelli
Stanno tutti bene (Everybody’s fine, 2009)
Colosseum VSD (CVS) 6999.2
12 brani – Durata: 34’01”

 

La discreta, quasi timida e molto “americana” partitura del compositore pisano per il remake di Kirk Jones dal film del ’90 di Giuseppe Tornatore (che recava uno score estremamente malinconico e toccante di Ennio Morricone), è in realtà solo parte di un piccolo caleidoscopio musicale composto da svariati elementi, non riproposti nell’album: tanto per dire, dentro ci sono, ad accompagnare l’agrodolce road-movie di Frank alla ricerca dei suoi difficili figli, “Catch a falling star” e “Papa loves mambo” di Perry Como, “I’d rather have you” di Wanda Jackson, “The time  of times” di Badly Drawn Boy,  e poi naturalmente – scritta per l’occasione sui titoli di coda – “I want to come home” di Paul McCartney…  Il lavoro di Marianelli tuttavia non è un semplice raccordo d’atmosfere ma un delicato tessuto di psicologia musicale modulato su un certo stile sommesso, disincantato e minimalista che rammenta, per chi ha buona memoria, il lontano Williams di Lettere d’amore (Stanley & Iris, 1990, Martin Ritt): impegnandosi in prima persona al pianoforte insieme al chitarrista Leo Abrahams e curando l’orchestrazione – molto delicata – con il  direttore Benjamin Wallfisch, Marianelli fa emergere progressivamente, sin da “Frank’s journey begin”, un sensibile tema conduttore, ondivago e incerto, che prende andamenti e forme diverse in ragione del flusso di ricordi e di immagini che circondano il personaggio splendidamente interpretato da Bob De Niro. La chitarra countreggiante di Abrahams s’intercala con il pianismo neoclassico di Marianelli e con una presenza, costante e consistente, degli archi (“You will become an artist”), sino all’esposizione piena del tema in forma quasi di improvviso schubertiano (“Leaving New York”), dove al pianoforte si unisce sapientemente il suono solitario del clarinetto: il tema può essere anche variato in forma di “scherzo”, fra pizzicati, triangoli e percussioni in un divertito frammento come “Hole in one” mentre il sapore più country e “on the road” dello score emerge – grazie alla chitarra mescolata con altri elementi – in “Telephone poles”.
 In un simile contesto, l’impiego dell’elettronica in funzione di evidente “disturbo” e destabilizzazione drammatica (“Some nightmares”) assolve ad un proprio preciso e pertinente compito, mentre la piega dei fatti – sempre più seria e triste per questo padre ingannato dai propri figli – viene accompagnata dal compositore senza il minimo eccesso di patetismo ma all’insegna di un rigoroso contrappunto fra le parti orchestrali, in cui gli archi e il clarinetto modulano evoluzioni su un’intelaiatura armonica fissa (“Why did you all lie to me?”). Il Marianelli che conosciamo meglio, il musicista concentrato e malinconico di Espiazione e Orgoglio e pregiudizio, affiora con più evidenza in “A hospital visit”, brano lento per archi e pianoforte dove si sono ormai smarriti gli spensierati frammenti leitmotivici dell’inizio: che tornano invece, a testimoniare forse una ritrovata serenità, nel lungo e frastagliato “David’s painting”, dove le cellule del tema principale, ripartite fra archi, piano e legni, si susseguono quasi interrompendosi a vicenda, per lasciare infine spazio allo struggente lirismo del clarinetto, sempre raddoppiato dagli archi, in una ricapitolazione che non può congedarsi senza ritrovare il moto, positivo e affermativo, della chitarra con cui il viaggio è iniziato. La saldatura, dove tutti gli elementi s‘incrociano e si decantano a vicenda, è il conclusivo “Christmas together”, finale sicuramente consolatorio del film ma occasione per Marianelli di riproporre soprattutto il leitmotiv in una versione per clarinetto, archi e pianoforte di sobria commozione.
 Da segnalare, all’interno di tutto questo, il “Robert’s rehearsal”, brano di musica di livello “interno” dove si esibisce appunto il figlio di Frank, millantato direttore d’orchestra, in realtà modesto timpanista; si tratta di una sorta di ouverture classica, scritta secondo gli schemi di un sinfonismo ottocentesco schumanniano e attribuita al nom de plume di tale Karl Maria Neumayer sotto il quale non è difficile immaginare lo stesso Marianelli alle prese con il virtuosistico e sempre arduo esercizio di “mimare” una musica d’epoca, al cui interno della quale però affiorano comunque una strumentazione (si ascoltino gli interventi puntati dei legni) e soprattutto un eloquio melodico sostanzialmente contemporanei e molto affini a quella che ormai abbiamo imparato a riconoscere come la sua personalità.

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