La bella gente

cover_bella_gente.jpgFrancesco Cerasi
La bella gente (2009)
Warner Chappell Music Italia
11 brani + 2 canzoni - Durata: 39’06”

Quando si parla di giovani generazioni della musica cinematografica italiana è obbligatorio fare i conti con il barese Francesco Cerasi, classe 1980 ma attivo già dalla metà degli anni 2000 (Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, regista con cui ha collaborato varie volte), pianista di formazione, compositore particolarmente richiesto da un certo cinema italiano delicato e sensibile, indipendente e intimista, fatto di opere prime spesso in equilibrio fra dramma e commedia (Cerasi è attualmente “à l’affiche” anche con Se sei così, ti dico sì sempre di Cappuccio).

Il “colore” del suono di Cerasi è – come per altri compositori della scena recente italiana, da Teardo a Catalano - la cifra fondante del suo lavoro, che si basa preminentemente sul quartetto d’archi e sul pianoforte, ottenendo – grazie anche ad una elaborazione melodica molto articolata ma spesso ruotante intorno ad una cellula elementare – una tonalità psicologica di segreta e perturbante malinconia: quanto richiesto, in questo caso, dal delicato film di Ivano De Matteo con una grande e tormentata Monica Guerritore nel ruolo di una psicologa, affermata socialmente e sentimentalmente serena nel suo matrimonio, la cui vita è attraversata da un repentino impulso di “redenzione” nei confronti di una giovanissima prostituta dell’Est ai cui maltrattamenti ha casualmente assistito.
L’intro “La bella gente” è un significativo biglietto da visita: un’apertura mossa e nervosa del quartetto d’archi sul ponticello, cui segue un dialogo intenso e desolato tra il pianoforte – che detta un ritmo scandito e ossessivo - e violino prima, violoncello poi, mentre è quasi una nenia affettuosa e dolente – ancora del cello, poi raddoppiato dalla viola e da altri strumenti – quella dedicata in “Nadja’s plea” al personaggio della ragazzina da strada. Ancora l’impasto degli archi, dalle armonie sinistramente indefinite e dall’andatura strascicata, caratterizza “Intenzioni appassite” mentre in “It’s enough to love you”, anche grazie alla presenza della sofisticata e carezzevole voce blues di Alice Ricciardi, fa capolino l’amore del musicista pugliese per il jazz, in una concezione quanto mai “soft” e sapientemente “cool”: del brano ascolteremo anche, poi, una versione strumentale affidata alla chitarra in una serie di elaborate e cullanti variazioni, in un’atmosfera quasi da lounge bar.
Se “Regali” è un pezzo per pianoforte solo struggente nella sua assoluta semplicità melodica ma abbastanza strutturato armonicamente da scansare a priori ogni rischio di clonazione “para”minimalista, l’”Umbria blues” è un sorprendente duetto di chitarre che pare quasi un omaggio dichiarato allo stile di Ry Cooder per il Paris, Texas di Wim Wenders (correva l’anno 1984…). “Regali II” sembra voler rarefare ancor di più il clima, assegnando al pianoforte nuovamente il ruolo di definire il ritmo e al suono vitreggiante, algido ma intimamente straziante degli archi solisti quello di alzare un canto sempre più incerto e disperatamente solitario, nel quale affiorano anche lontani echi di musica popolare dell’Est europeo. “Intenzioni appassite II” riprende con sapiente contrappuntismo il materiale del brano I, esaltando il cantabile degli archi all’interno di una “gabbia” melodica molto circoscritta. Anche l’assolo pianistico di “La bella gente” ruota intorno ad un nucleo iterativo nel quale le variazioni sono a carico di una continua modulazione interna e di un fraseggio assai attento alle sfumature e agli accenti di ogni singolo accordo. La vers.2 dello stesso brano sembra orientata ad una maggiore cifra lirica, quasi notturna, ma è senz’altro la vers.3 la più interessante (benché bizzarramente mixata col sottofondo di parte del sonoro complessivo), perché l’intervento dialogante dei solisti d’arco funge da controcanto e nello stesso tempo da divagazione variativa, in un percorso che sembra tendere progressivamente all’immobilità interiore. A chiudere l’album, di cui si rimpiange la brevità, “To Fab” della pop-band parigina Mondrian, sei minuti ipnotizzanti abilmente e compulsivamente hi-tech, che accentuano il contrasto con le fini tessiture e l’insistente, dolce mestizia della partitura di Cerasi.

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