Buried

cover_buried.jpgVictor Reyes
Buried - Sepolto (Buried, 2010)
Milan 399 344-2
18 brani più una canzone – Durata: 54’09”

Lo score del non ancora cinquantenne compositore spagnolo, attivissimo in televisione e particolarmente versato sul fronte dell’horror thriller (sue anche alcune partiture per episodi della celebre serie Pelìculas para no dormir) pone sin dall’inizio un non trascurabile problema di ordine teorico-semantico, non dissimile a quello che si pose quasi una settantina d’anni fa ad Alfred Hitchcock e David Raksin a proposito della partitura di Prigionieri dell’oceano (Lifeboat, 1944): e precisamente quando, alle insistenti richieste del celebre compositore di Vertigine e Ambra per ricevere l’assignment dello score per il film, il mago del brivido obiettò sprezzantemente che “nessuno avrebbe capito da dove potesse provenire la musica in mezzo all’oceano”. Obiezione cui Raksin piccato controbattè che se Hitchcock gli avesse spiegato da dove veniva la macchina da presa lui gli avrebbe spiegato da dove veniva la musica. Argomento convincente, se è vero come è vero che Hitchcock cedette e inserì musica nel film ma – vendicativo com’era – affidandola ad un altro compositore, peraltro il grande Hugo Friedhofer.  Il quesito “da dove può venire la musica”, in determinate situazioni narrative e di pro filmico e al netto della celebre suddivisione in “livelli” coniata da Sergio Miceli, è legittimo anche se improprio, perché pretende di mettere in discussione uno solo, e soltanto quello, degli elementi che costituiscono il tacito patto fideistico di convenzioni narrative che si stabilisce fra autore-film e spettatore. Ma vi sono casi in cui può essere un’obiezione più rilevante, se il clima, il luogo, le opzioni stilistiche del film confliggono apertamente con la presenza depistante di una componente musicale. Sulla carta, era questo il caso di Buried di Rodrigo Cortés, iperbole narrativa claustrofobica su un soldato Usa chiuso in una bara con ben poco tempo e scarse risorse a disposizione per salvarsi.
 Superato questo primo impasse, pochi secondi di ascolto chiariscono immediatamente che nelle intenzioni di regista e compositore la musica è qui, l’”altro” personaggio del film, e cioè il solo delegato a fare compagnia allo sventurato protagonista. L’aggressività minacciosa e percussiva dei “Main title”, con i latrati degli ottoni e l’ostinato ritmico degli archi, ci introduce immediatamente in un clima da thriller estremo: il linguaggio armonico è elementare, come spesso nei compositori spagnoli di questa generazione abituati a non andare troppo per il sottile, la dinamica strumentale al calor bianco, la brutalità delle soluzioni, che vede spesso le percussioni protagoniste (“Thanks for calling the Conroys”), inappellabile e a tratti onomatopeica. Reyes non fa sconti al lato horror della vicenda, anche se tesse pagine dalla scrittura più articolata come il “lento” doloroso di “You American? Then you soldier” o le strascicate, incombenti dissonanze degli archi di “I was informed of what’s going on”, che tuttavia sono sempre sostenute dal pulsare delle percussioni, prevalentemente il tamburo militare. Crescendi bruschi e continui, tremoli e rapide frasi degli archi sul ponticello mantengono altissima la temperatura della tensione, con scelte sicuramente convenzionali ma altrettanto sicuramente efficaci sul piano dell’immediatezza comunicativa. Esemplare ovviamente la confezione di “Ssssnake!”, un pedale immobile in pianissimo di violini su cui s’ìnnestano tremoli gelidi degli altri archi fino all’esplosione di un allegro furioso per ottoni e percussione. Il contrasto con pagine più meditabonde, e strumentate con neoclassica compostezza (il cello solo di “A kid from New Hampshire”) è naturalmente toccante, ancor più in quanto seguito dal deflagratorio, fulmineo “Make video now”. Lo score procede evidentemente per frammenti spesso basati sulla ricerca di suoni onomatopeici che scandiscono le poche ore che restano all’uomo per trovare una via di scampo: di qui, spesso, l’andatura oscillatoria e ticchettante (“Chicago field office”), ripetitiva, con uno schema pressoché stabile: archi in moto perpetuo e percussioni a fare da pendolo del destino. Man mano che si procede con l’inesorabile compiersi dei fatti (la partitura è riportata nell’album in ordine rigorosamente cronologico) l’atmosfera si arroventa prendendo colori esoticheggianti (la melopea araba e la strumentazione caratteristica di “Is this Paulie? You get money! My name is Paul Conroy”) ma lasciando anche alla percussione il compito di una dilagante, tellurica disperazione. L’oasi lirica di “It’s a bunch of lies/The Crack”, dove il rombare cupo dei contrabbassi si contrappone all’ostinato dell’arpa e a frammenti melodici, è provvisorio e illusorio; la seconda parte del track è scatenata al calor bianco in un’orchestrazione particolarmente secca e selvaggia. La tragedia incombe, annunciata dalla voce di un muezzin mescolata ad un adagio per archi in “I got you”, e gli ultimi violenti accessi di furore strumentale percuotono forsennatamente “They’re dead”, ancorché ormai sovrastati da un colore sonoro funebre, dalle armonie disturbate e luttuose; la frenesia ritmica cede il passo ad una progressiva rassegnazione, e Reyes trova una pacatezza straordinaria, accasciata, quasi mahleriana in un brano come “You’re a piece of shit” o nelle sconsolate melodie discendenti di “I should have listened to you”, sigillato dall’intensissimo canto del violoncello solo. “You show blood” tenta l’ultima sintesi fra i due aspetti: un frenetico, estremo agitarsi di archi, ottoni e tamburi su cui però si distende inesorabile una serie di accordi finali a precedere le ultime frustate percussive. “I’m sorry Paul, I’m so sorry” è l’epicedio solenne, la trauermarsch in stile quasi barberiano che Reyes dedica al destino di Paul Conroy, sollevando la massa di archi in un elogio funebre accorato e straziante.
 Il conclusivo “In the lap of the Mountain”, scritto da Reyes insieme al regista e interpretato dalla band Breath-No-Brothers di Garret Wall è l’alleggerimento beffardo e ironico, in coda, ad uno score temerario per impostazione  anche se abbastanza prestabilito e prevedibile come struttura, ma senz’altro coraggiosamente incurante di ipotetici “ostacoli” teorici alla propria minacciosissima ed efficiente presenza.

Stampa