Anita

cover_anita.jpgMarco Werba
Anita (2007)
Kronos Records KRONCD002
23 brani – Durata: 52’51”

Con largo anticipo sulle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia era uscita nel 2007 questa produzione della Isvema di Raffaele Mallucci a firma di Aurelio Grimaldi e completamente incentrata sugli anni giovanili di Anita Garibaldi, l’indomabile e sfortunata compagna dell’Eroe dei Due Mondi, interpretata dall’allora 23enne top-model di Rio de Janeiro Milena Toscano. La scelta della produzione sul 48enne, multiforme compositore italo-spagnolo non è stata immediata né facile, per la concomitanza di una serie di cause alcune delle quali anche piuttosto bizzarre, a sentire quanto confessa lo stesso Werba. Ad esempio, come ostacolo alla sua collaborazione al film gli venne opposto il fatto che Grimaldi aveva già una sua compositrice di fiducia, tale Maria Soldatini… Quando alla fine, dopo trattative complicate – è sempre il racconto di Werba – il musicista ottenne l’incarico scoprì che probabilmente sotto tale pseudonimo altri non si celerebbe che lo stesso Grimaldi, compositore in proprio e – qui nel caso della versione vocal di “Anita” cantata dalla brasiliana Francesca Russo – anche paroliere. Una vocazione che non sorprende (Grimaldi vi si era già cimentato in Le buttane, 1994), e alla quale comunque Werba si è prestato di buona lena accettando di orchestrare e dirigere anche alcuni brani (“Melodia turca”, “Laguna”, “Dio del mare”, “Il bordello”, “Il parto”) a firma della sedicente Maria Soldatini…
 Si percepisce uno scarto abbastanza evidente fra questi ultimi brani e lo score werbiano, anche se la strumentazione del compositore ha tentato legittimamente una unificazione stilistica rinsaldata dalla propria attenta direzione sul podio dell’Orchestra Sinfonica Digital Records. Il tema di Anita, lungo e carezzevole, felicemente modulato, è il protagonista della partitura in innumerevoli versioni fra cui spiccano quella, particolarmente malinconica, di “Anita a cavallo” per chitarra e orchestra (il sensibilissimo solista è Massimo Aureli) o – ma su una tonalità superiore – quella di “Anita è morta”, dove la chitarra è senza accompagnamento.
 La formazione classica di Werba e le sue predilezioni per una scrittura densa, romantica, a volte dai colori cupi (sensazionale, all’interno di quella sfortunatissima avventura produttiva, la sua partitura per Giallo di Dario Argento, pubblicato sempre dalla Kronos Records!), emergono tuttavia in alcuni trattamenti ariosi dell’orchestra (“L’esecuzione”), dove il fraseggio degli archi si sostanzia anche di un sapiente gioco di pause e di una drammaturgia armonica quasi pucciniana; oppure nel dialogo tra flauto e violino di “La fuga” dove il tema di Anita viene esposto quasi con titubanza, per trovare poi nella successiva versione strumentale una elaborazione più sciolta e ritmata anche grazie all’intervento delle percussioni di Mario Distasio. Si nota semmai, nello score, un difetto di elaborazione del materiale leitmotivico che viene piuttosto passato di strumento in strumento senza risentire mai davvero di un “salto” di temperatura drammatica, mentre sonorità diverse, quasi alternative, misteriose ed extraorchestrali, fanno capolino ad esempio in “La maga”.
 Le pagine di “Maria Soldatini/Aurelio Grimaldi” si configurano come cellule tematiche prosciugate e cameristiche (splendido il fraseggio sospeso del violoncello poi ripreso dal violino di Shalom Budeer in “Laguna”), ruotando su variazioni attorno ad un tema mesto e popolareggiante (la chitarra sola lo esprime al meglio in “Dio del mare”, mentre la fisarmonica di Antonio Carraselli e il flauto di Alessio Mancini lo variano in ballabile spensierato in “Il bordello” o in melopea ancestrale in “Il parto”).
 Tornando a Werba, “L’esecuzione parte seconda” è invece un “largo” per archi dalla scrittura intensissima e dal sapore di marcia funebre, dove la mutevolezza delle arcate dinamiche ottiene un effetto emotivo molto più notevole rispetto alla prima versione del brano, e “L’inseguimento” insiste su una cadenza funebre presaga della tragedia affidando al flauto variazioni desolate sull’accompagnamento degli archi. Archi protagonisti assoluti, mossi e quasi all’unisono in “Finale”.
 In uno score che come si vede ha risentito di parecchi “interventi”, incuriosisce ancor più il trattamento, delicato e rispettoso, per chitarra e archi che, in “L’arrivo di Joao” e “Il fiume”, è riservato alla Sonata per pianoforte  No. 17 in Re minore, Opus 31 No. 2, “La Tempesta”, di Ludwig van Beethoven, qui accennata nel suo terzo movimento “Allegretto”. Una perla classica dentro una partitura accattivante ma nella quale una maggior libertà di ispirazione e minori condizionamenti avrebbero forse consentito al compositore di esprimersi ancora meglio.
                 

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