04 Lug2011
Giordano Bruno
Ennio Morricone
Giordano Bruno (1973)
GDM CD Club 7058
21 brani – Durata: 64’07”

Il solo tema di Giordano Bruno, nelle sue svariate esposizioni, meriterebbe analisi a sé, solo ove se ne ascolti la versione, solenne e accorata, per organo da chiesa e severissimi archi di “Giordano Bruno (#2)”, così diversa dallo struggente melos della precedente: ma non v’è dubbio che è il fertilissimo conflitto tra lirismo e disturbanti sonorità d’avanguardia a creare quella dialettica espressiva che è il sale dello score. “Conclusione”, che sposa figurazioni astratte degli archi con una coralità quasi ligetiana, l’inquietante e interrogativo “Magia” ma soprattutto l’ossessivo, spettrale “Discorsi di un viaggio”, per percussioni, vibrafono, legni vitrei e fissi, spezzature solistiche dei violini, accordi strappati, pianoforte percussivo, siderali inserzioni dei fiati, lo testimoniano come meglio non si potrebbe. Anche “Colloquio”, per vibrafono e piatti spazzolati, unitamente ad archi striscianti e lamentosi, memori delle “fasce”di Penderecki, radicalizza questa tendenza giungendo sino a substrati di inquietudine sonora di rado altrettanto efficaci, mentre “Verso Roma” drammatizza i materiali con accordi iterati e strappati degli archi, livide dissonanze dei legni e il ribollire del pianoforte. L’inesorabile “Processione” abbina ad un ritmo di marcia scandito da un tamburo la litania rigidamente gregoriana dell’”Alleluja” di un coro maschile raddoppiato dalle trombe, spigolose e perforanti.
I nove brani inediti riprendono queste pagine, ma con significativi elementi di variazione: il tema di Giordano Bruno sia per corno inglese (#3) che per organo (#4) viene ulteriormente coeso dallo stringente contrappunto degli archi che ne sostengono e motivano le incessanti modulazioni, incaricandosi, soprattutto nel secondo caso, di una coda asciutta e compostamente emotiva. Caratteristica accentuata nel conclusivo “Giordano Bruno (#5 – finale)” dove la linea melodica ascendente dell’organo diventa, a sua volta, supporto per l’instancabile movimento di primi e secondi violini.
“Magia (#2)” estremizza, perfeziona e approfondisce i tratti sospesi e misterici della prima versione, costruendo un mosaico progressivo di richiami fra legni dal suono molto brillante (i flauti), altri più cupi (i clarinetti), impegnati in un gioco gelido di rimandi, pedali di archi, campane, percussioni: un autentico “studio” di avanguardia.
“Domine quando veneris (#2)” sintetizza in una versione breve il fermo canto corale della prima versione mentre “Discorsi di un viaggio (#2)” riassume in una progressione più dura l’architettura originaria, enfatizzando gli interventi secchi degli archi e l’andirivieni dei legni, immobilizzati su pochi glaciali accordi, chiudendosi fra le liquescenze del vibrafono e delle campane; la versione #3 del brano si caratterizza però per l’iniziale citazione dal Dies Irae (già accennato in precedenti brani) da parte di pizzicati e tremoli degli archi, poi diluiti nuovamente fra sonorità liquide e sfumanti. “Processione (#2)” semplifica la parte corale e movimenta quella degli ottoni, impegnati non più nel semplice raddoppio delle voci ma in fanfare saettanti e accorciate. “Colloquio (#2)”, infine, raffredda e immobilizza l’impatto ritmico del brano primo secondo una linea orizzontale in cui baluginano i flautandi degli archi, il luccichìo dei legni e i fantasmatici echi delle percussioni.
Come si diceva all’inizio, dunque, un compendio stilistico e poetico forse insuperato, almeno nella produzione morriconiana di tutto questo pur aureo periodo, iniziato a metà degli anni ’60 e proseguito sino a tutti gli ’80: una lezione di conciliazione fra istanze di scrittura e di drammaturgia sonora opposte, eppure ciascuna così imprescindibilmente necessaria e complementare all’altra.