Water for Elephants

cover_water_for_elephants.jpgJames Newton Howard
Come l'acqua per gli elefanti (Water for Elephants, 2011)
Sony Classical 88697872662
20 brani (3 canzoni e 17 di commento) – durata: 60’15”

Una dimensione sospesa tra realtà e sogno, stanze musicali che si attraversano e in cui ci si ritrova senza sapere come ( per ricordare un bel film che di recente ha indagato i sogni e le loro potenzialità...) così come accade nei sogni appunto.
James Newton Howard ci ha già fatto apprezzare questa sua capacità di comprensione di ciò che sta oltre un velo, un ricordo, una porta, un segno, un bosco... Basti pensare al lavoro realizzato per The Village, in cui l’impasto orchestrale tiene con il fiato sospeso per minuti interi, o alla Ost composta per Signs, in cui l’utilizzo delle dissonanze e dei crescendo facevano pensare, più che in altre sue opere, alla scrittura e alla poetica di Herrmann.  In Water for Elephants, il terzo film del regista Francis Lawrence (Costantine, Io sono leggenda), il compositore ha saputo invece mettere in luce elementi e cellule melodiche che hanno il sapore della favola che sa farsi anche dramma.
Il film si apre con il confronto con la morte che si presenta come un elemento improvviso, inaspettato, spietato e che non consente una seconda possibilità.
La morte e l’amore sono i due temi del film. Due momenti della vita di un uomo che è ben rappresentata dalla metafora del treno e dei binari. Se la vita ci costringe nostro malgrado a guardare sempre avanti, la via da percorrere non è però segnata come quella di un binario, si può sempre scegliere.
E Jacob Jankowski sceglie, e sceglie di rischiare, di seguire il suo cuore, di vivere come sospeso sul filo di un equilibrista. In “Jacob Sees Marlena” sono presenti gli elementi caratteristici della Ost che accompagnano la storia: l’attesa, lo sguardo, l’alternarsi del registro grave e di quello acuto.
La sensazione di sospensione che attraversa il film, è sostenuta dal fatto che tutto il racconto è di fatto un ricordo, e dal mondo in cui questo ricordo prende forma e vita: il circo. Il circo resta all’interno dell’universo cinematografico uno dei luoghi/simboli più potenti e affascinanti e contribuisce ad amplificare questa sensazione di vertigine onirica che Howard sembra ricercare. Basti pensare a brani come “I Can See Straight Through You”, o “Jacob Returns”, “The Stampede / I'm Coming Home” in cui il compositore gioca con i registri gravi e costruisce dei veri e propri paradossi sonori che non concludono e riescono a girare su se stessi senza posa, come gli scalini di una scala a chiocciola che non sa salire, che non sa scendere ma resta lì, in un continuo movimento che non porta in nessun luogo, o come nel caso di “I’m Coming Home” accompagnano ad una risoluzione in termini musicali e narrativi recuperando tutti i caratteri della scrittura dello score: quello onirico, quello drammatico fatto di ombre sonore e sospensioni, e quello lirico, infantile quasi da carillon.
Quando utilizza i fiati e le percussioni trattandoli con una scrittura  bandistica (“Baptism / Jacob & Rosie”) apre la finestra alla dimensione favolistica del racconto utilizzando il registro alto, l’arpa, l’ottavino, un ritmo tripartito che fa pensare al Danny Elfman di Big Fish.  Spesso viene utilizzata la musica all’interno del film in modalità diegetica e brani come “Barabra's Tent”, “Circus Fantasy” e “The Circus Sets up” scandiscono il racconto, accompagnano le azioni dei personaggi perfettamente fondendosi con essi.

 

Stampa