La disubbidienza

cover_la_disubbidienza.jpgEnnio Morricone
La disubbidienza (1981)
GDM CDCLUB7101
13 brani + 1 canzone – Durata: 47’35”

 

L’ormai lunghissima carriera di Ennio Morricone può essere suddivisa con varie metodologie: per periodi, per generi, per collaborazioni con registi prediletti.
 Se – tra queste ultime – alcune sono celeberrime e “autoriali” (Leone, Argento, Bolognini, i Taviani, Pasolini, Petri) altre sono meno in luce perché appartenenti a cineasti meno “nobilitati” e a pratiche di genere più “basse”, dove il maestro si dimostrava più libero di sperimentare, di associare, di mescolare avanguardia e melos, laboratorio e canzone, ricerca e intrattenimento, innovazione e citazione.  Quello con Aldo Lado (Fiume, 1934) è stato un sodalizio particolarmente interessante perché si è spalmato lungo un decennio negli anni ’70 e ha attraversato i filoni più diversi, in particolare il thriller (Chi l’ha vista morire?, La corta notte delle bambole di vetro, L’ultimo treno della notte) ma anche la fantascienza (L’umanoide, partitura straordinariamente avanzata) e quello che potremmo definire l’”erotico-soft-letterario” che in quegli anni funzionava molto bene da un punto di vista commerciale, meno diciamo così da quello filologico. Dentro quest’ultimo sottofilone si annotano quattro titoli degni di nota: La cosa buffa (’72) dal romanzo di Giuseppe Berto, con Gianni Morandi e Ottavia Piccolo; Sepolta viva (’73), melodramma in costume dal romanzo di Francesco Mastriani con Agostina Belli e Maurizio Bonuglia; La cugina (’74) dal romanzo di Ercole Patti, con Massimo Ranieri e la top model canadese Dayle Haddon; e La disubbidienza, dal romanzo di Alberto Moravia, con Stefania Sandrelli e Mario Adorf. Denominatore comune un erotismo iniziatico, “di formazione” e obliquo, trasgressivo e piccolo-borghese, spesso familistico, molto immalinconito, e di cui erano veicoli alcune delle sex-symbol italiane e straniere più celebri del momento; un erotismo romantico e crepuscolare insieme, insomma, pur nella sua forma casereccia, e del quale il lirismo disteso, immediato, disarmante di Morricone costituiva una componente fondamentale.
 Ambientato a Venezia, città d’adozione di Lado e dove è stato allocato più di un suo set, durante il fascismo, La disubbidienza vede una cameriera e una governante iniziare al sesso un giovane della borghesia, con conseguenze drammatiche anche sul modo di interporsi con il dispotico genitore, mediante il rinnegamento dei principi "patriarcali". Una precisa sottotraccia politica e postsessantottina, dunque, ben presente anche nel genere in questione oltre che nei romanzi di origine. La partitura del film, che la GDM presenta in un’edizione speciale con tracks inediti rispetto ad una precedente edizione del 1996, promana da un lato un neoclassicismo che guarda direttamente al barocco veneziano settecentesco, dall’altro un melodismo orizzontale struggente, tipico del maestro romano, che emerge sin dalla prima versione di “Morire e viverti”, dove sulla scansione quieta del pianoforte su due note prossime e sul pedale di archi si alza l’impareggiabile luce della vocalist Edda Dell’Orso, protagonista assoluta del “sound” morriconiano nonché (vi torneremo) di un doppio cd sempre GDM a lei dedicato; è un tema fluente e sospeso, molto intervallato, ad un tratto interrotto da una accorata perorazione degli archi, poi ripreso dal flauto. Una firma d’autore, semplicemente.
 Il neoclassicismo, in cui vediamo come scorrere le ombre di Vivaldi e dei due Marcello, abita invece in “Oboi sommersi”, un duetto su clavicembalo dal sapore adamantino, nella cui parte centrale si confondono però, grazie alle ragnatele degli archi, echi e reminiscenze più moderne e perturbanti. Brusco il salto con “Al teatro Goldoni”, pagina di pura avanguardia e completamente seriale, accordi secchi e “caotici” di legni e piano su evoluzioni impalpabili degli archi, secondo uno schema che si rovescia alla fine, con gli archi a sussultare e i legni a fasciarli atonalmente: appunto, come si diceva, la prova, della libertà estrema di mescolare e contaminare prose musicali diverse di cui Morricone godeva in queste produzioni cosiddette “minori” (nei suoi thriller di questo periodo la tendenza tocca punte estreme e rivoluzionarie). “La disubbidienza (source #1 e 2)” è un ulteriore ingrediente di questo paesaggio sonoro: uno “slow” per piano, basso e batteria, tipica musica da night padroneggiata con implacabile sapienza mentre la seconda versione di “Morire e viverti”, che vede la voce di Edda sostituita da una misteriosa tastiera si svela come pagina incantatoria e coinvolgente, dove nel controcanto degli archi udiamo persino citazioni tristaniane; così come nella terza versione, invece, è proprio il ritorno della Dell’Orso a vocalizzare in risposta agli archi fornendo un ulteriore elemento di fascino alla pagina.
 Si torna ad atmosfere spigolose e dure con “Repressione”, in cui la violenza di regime è epitomizzata con estrema semplicità: un rullo di tamburo, accordi secchi di archi e piano, un disegno scanzonante dei legni. Viene un po’ in mente la fucilazione di Uomini e no, sia pur in uno schema meno costruito e rigido. Una rarità “Dolci parole”, che ci offre la voce di Edda Dell’Orso in veste di languida cantante “verbale” (su testi di Audrey Stanton Nohra, altra presenza ricorrente nel Morricone di quegli anni) per una accorata canzone d’amore, mentre “La disubbidienza” (che nulla ha a che vedere con gli omonimi “source #1  e #2”) riprende “Oboi sommersi” sostituendo i due legni con i violini divisi e accentuando invece negli strumenti a fiato della parte centrale il virtuosismo ornamentale degli abbellimenti. Su terzine del pianoforte, i violini riprendono “Morire e viverti” in un decorso interrotto da lunghe pause e su ampi intervalli, fino al canto altissimo dell’oboe riecheggiato dall’arpa: siamo forse al culmine emotivo della partitura, prima di due ultimi, brevi e cupi brani traumatici, “Ritorsione” e “Ritorsione (#2)”, fra dissonanze pianistiche e incisi violenti degli archi, ed un assolo sempre pianistico senza alcun riferimento tonale. Poi il congedo, ancora col piano, in “Dietro la tenda”: un brano fantasmatico, strutturato sull’ossatura di “Morire e viverti” ma secondo uno schema spiccatamente variativo, fitto di decorazioni diversive mosse e contrapposte alla fissità solenne dell’accompagnamento.
 In sintesi, una partitura che sorprende riscoprire, a trent’anni di distanza, così nitidamente moderna, pertinentissima al contesto filmico di committenza e nello stesso tempo a questo tanto sublimemente superiore…

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