A certain smile

cover_certain_smile.jpgAlfred Newman
Un certo sorriso (A certain smile, 1958)
La-La Land Records LLLCD 1178
Cd 1, (Original Motion Picture Soundtrack), 22 brani + 2 canzoni – durata: 54’07”
Cd 2, (Columbia  Original Soundtrack Album), 14 brani + 1 canzone – durata: 44’43”

 

Vi sono compositori che, anche all’interno della pur leggendaria ed esploratissima Golden Age hollywoodiana, necessitano ancora di studi, di approfondimenti, di ulteriori scavi, per quanto complesso è stato il loro contributo all’arte della musica cinematografica e per quanto sottili sono le ramificazioni che la loro opera ha successivamente innescato nella poetica di musicisti posteriori.
 Tra questi Alfred Newman (1900-1970) è sicuramente una delle più interessanti: capostipite di una dynasty che perdura, con esiti di primo piano, ai giorni nostri, e che ha compreso i fratelli Lionel ed Emil, compositori e direttori d’orchestra, i figli David e Thomas e il nipote Randy, compositori, Alfred è stato per trent’anni capo del dipartimento musicale della Twentieh Century Fox (per cui scrisse la celeberrima fanfara, epitome stessa di Hollywood). Come alcuni altri suoi colleghi entrati nell’Olimpo dell’Ottava Arte, egli possedeva un “marchio” riconoscibilissimo, assimilabile al melodismo corto e discendente e all’inesauribile ricerca timbrica di Herrmann, o alla sontuosità sinfonica e all’amore per la forma a canone di Rózsa, o all’obliqua, implacabile durezza leitmotivica di Waxman: per Newman questo marchio era il trattamento degli archi.  Compositore di formazione totalmente classica, Newman possedeva sicuramente un’ampia conoscenza del melodramma italiano e in particolare di Puccini e dei suoi epigoni, ma anche delle dinamiche leitmotiviche wagneriane: basti ricordare la citazione diretta, ne Il diario di Anna Frank, del  tema della Fede dal Parsifal e, proprio qui in Un certo sorriso, dell’arioso di Cavaradossi “Qual occhio al mondo” dalla Tosca. Ebbene,  Newman aveva nella sezione degli archi il proprio punto di forza: facilitato da un melodizzare fluido come acqua sorgiva e profondamente, intimamente melanconico, egli chiamava spesso gli archi a suonare divisi e con sordina, a intervalli di terza e quarta diminuite, appellandosi frequentemente alle prime parti come voci soliste e portatrici di un lirismo disarmante, luminoso e insieme di un pathos oceanico (dovessimo citare un pugno di partiture, ci limiteremmo a Il diario di Anna Frank, Eva contro Eva, Come sposare un milionario, La conquista del West, La tunica, Anastasia…). Newman era tuttavia un musicista al servizio dei generi più disparati (in ciò colpisce ancor più l’unitarietà e la riconoscibilità del suo “touch”), ma tra questi il melò, il dramma religioso e la commedia sentimentale – nella sua più vasta accezione – erano senz’altro i preferiti.
Un certo sorriso, storia del breve ed estivo amore tra una ragazza e un affascinante, sposatissimo quarantenne (Christine Carère e Rossano Brazzi), tratto dal romanzo di Françoise Sagan del 1955 e diretto da un regista di origini rumene dal tocco particolarmente felice, Jean Negulesco, è un po’ il manifesto di questo lato della creatività newmaniana. Non a caso l’infaticabile La-La Land Records, in associazione con la Sony e la Fox, lo sceglie come titolo inaugurale di una nuova collana dedicata proprio alle più grandi partiture della Golden Age hollywoodiana, e vara in tiratura limitata di 2500 copie un cofanetto di due cd, con una ricca nota critica di Julie Kirgo: dedicando il primo cd, masterizzato da Daniel Hirsch, alla partitura originale ripristinata in ogni sua parte grazie al restauro eseguito sulle copie della Fox, e il secondo alla ristampa del vecchio vinile Columbia, rimasterizzato a cura di Mark G.Wilder dai nastri originali a mezzo pollice resi disponibili dalla Sony Music.
 La cellula germinatrice dell’intero score è la title song di Sammy Fain (su testo di Paul Francis Webster), proposta nella sua versione di base dal crooner Johnny Mathis ma poi letteralmente “sequestrata” da Newman in ogni possibile esposizione e variazione quale asse portante di tutta la drammaturgia musicale della partitura: una procedura non infrequente per l’epoca, che tra l’altro Fain e Newman avevano già sperimentato insieme, tre anni prima, in L’amore è una cosa meravigliosa. L’esposizione iniziale nei Main Title è paradigmatica delle procedure newmaniane: un sottofondo orchestrale rigoglioso e impressionisticamente mosso, l’enunciazione possente dei corni seguita dai violini, e immediatamente a seguire una serie di ripetizioni imperniate sul dialogo stretto con gli archi, in movimento perpetuo. L’andamento ballettistico (con tanto di citazione dalla Bella addormentata ciaikovskiana) è evidente in “The Bus”, manifesto della brillantezza strumentale del compositore, ma ecco che in “Pastorale” il song diviene immediatamente lied, per legni e archi, la scrittura e l’impasto dei quali si sciolgono in uno struggimento inconfondibilmente newmaniano, prima di lasciar posto alla viola sola sulla sordina di accordi squisitamente pucciniani; e in “Romanza” ecco che il cantabile spiegato del secondo tema toglie letteralmente il respiro.
 “Françoise”, delicato brano che inizia per oboe e prosegue per archi, declina la citazione pucciniana da Tosca cui accennavamo più sopra, ma come spunto per un fraseggio bucolico che, in “The first kiss“, va ad intrecciarsi di nuovo con il nucleo della title song. E’ una tavolozza infinita di combinazioni e di accensioni sentimentali, nelle quali Newman si differenzia da tante partiture simili dell’epoca per la sapienza mostruosa dell’orchestrazione (oltre che per la propria perizia concertativa e di direttore) e, come s’è già detto, per l’inesauribile, irresistibile e mediterranea felicità melodica. Una commedia sentimentale, dicevamo: il duplice aspetto, spinto sino a sfiorare la tragedia nel finale, è ben reso da Newman in una co-gestione psicologica dei temi dei colori. Il motivo di Fain, discorsivamente jazzato (da notare anche la presenza di “Jelly rolls” del pianista jazz Jimmy Rowles), viene alleggerito in “The dance”, ma il secondo tema, che chiameremo il Love theme, splende come una febbricitante gemma in “Fulfillment” mentre “The letter”, attraverso una complessa ragnatela contrappuntistica di variazioni, affianca le due idee in un dialogo fra violoncelli, violini e legni. Capace come pochi di immalinconire i toni sino allo spasimo senza mai degenerare nel patetico, Newman si appella ad un cromatismo esasperato degli archi in “Dominique’s decision”, per sfavillare poi con una tessitura quasi da score disneyano in “The Riviera”. Non si sottolineerà mai abbastanza l’abilità, in questa generazione irripetibile di compositori, nell’utilizzare poche cellule leitmotiviche in funzione drammaturgica e psicologica attraverso la procedura delle variazioni, sia armoniche che timbriche (ascoltare qui “Farewell to the sea” per credere), centrando così il doppio obiettivo di stare rigorosamente “sul testo” filmico e nello stesso tempo di esibire una grandezza compositiva senza eguali. La title song fainiana modulata in minore e affidata a un lugubre fraseggio dei celli seguiti dai legni diviene, in “Dominique’s collapse”, qualcosa di molto simile ad una musica funebre, specie alla ripresa degli archi, corno inglese e clarinetto, in un improvviso surriscaldarsi del climax che vive, ancora, di cromatismi estenuati e fraseggio palpitante degli archi. Il dialogo mesto fra clarinetto e corno inglese con cui inizia “Don’t leave me Françoise” prelude alla più triste delle variazioni, tutta in minore, cui vengono sottoposti sia la title song che il love theme, ormai materiale perfettamente malleabile nelle mani di Newman: il brano, che pure risulta fra quelli più tecnicamente danneggiati in sede di master (ma Hirsch ha fatto miracoli), è forse anche quello più rivelatore dello spirito dell’intero score, così come il seguente “Reconciliation” che spinge gli archi in registro acuto a dialogare con i legni nella title song in un tripudio contrappuntistico che emana purissima luce musicale.
 Il cd 2 compulsa in modo diverso – e parziale – i medesimi brani e si caratterizza per l’ovvia (vista la migliore qualità di partenza delle fonti), maggiore brillantezza e presenza di suono, consentendo così di capire quale cura e quali professionalità fossero dedicate, dagli anni ’40 a tutti i ’60 e ben prima dell’era digitale, alle tecniche di registrazione musicale nei dipartimenti delle Majors.
 Se davvero, e non v’è motivo di credere il contrario, l’etichetta di Burbank ha con questa meravigliosa riscoperta newmaniana inaugurato un ciclo di “restauri” e riproposte di quell’immenso diadema che è la musica cinematografica hollywoodiana a cavallo fra anni ’50 e ’60 dovremo aspettarci, da qui in avanti, altre occasioni imperdibili di emozione e di studio.

 

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