Io so che tu sai che io so

cover_io_so_che_tu_sai_che_io_so.jpgPiero Piccioni
Io so che tu sai che io so (1982)
GDM CD Club 7075
25 brani – durata: 73’53”

 

Una necessaria premessa. Adoro questo film, che ritengo, da tanti punti vista (regia, soggetto sceneggiatura, cast) un gioiellino del cinema italiano, e a mio parere, il film migliore tra gli ultimi realizzati da Albertone che, in occasioni successive, ha prodotto pellicole meno convincenti.
Ciononostante, sarebbe doveroso recuperarle tutte per coglierne la prospettiva musicale, in equilibrio sull’asse Sordi/Piccioni, un sodalizio umano e professionale prolifico, fortunato, duraturo, e immediatamente riconoscibile. Un esempio: il tema di Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue (1968) fa ormai parte del patrimonio musicale italiano, magari non tutti saranno capaci di legare quella musica al film, ma non si può negare l’assoluta popolarità del tema. La novità di questo CD è che, rispetto a quella in vinile, questa edizione integra una buona mezz’ora di godibile materiale inedito, ben undici tracce di versioni alternative, aggiunte alle prime quattordici.
È già la prima traccia a dare il segno di questa colonna sonora. In “Io so che tu sai” ci sono gli elementi comuni a tutta la colonna sonora: l’orchestra, un’eccitante interplay tra pianoforte acustico e fender rhodes, e un’esaltante ritmica di basso elettrico e batteria. Ma chi sono questi musicisti?!?! Sono formidabili e l’ascolto delle tracce successive (soprattutto quelle più sincopate) lo dimostrerà. Certo, c’era da aspettarselo da uno come Piccioni, basta scorrere solo alcune delle sue linee biografiche per capire di che spessore è il compositore, e, di conseguenza, di che musicisti si circondasse per realizzare le sue colonne sonore. Le prime battute di questa traccia ricordano nel suono e nel tocco gli strumentisti straordinari di alcuni dischi degli Squallor che, al di là delle soggettive valutazioni dei contenuti testuali (che ovviamente non interessano in questa sede) hanno sempre ospitato musicisti eccellenti. Un’altra cosa da sottolineare di questa prima traccia è la bellezza del tema affidato agli archi… sembra una valutazione banale ma non ho trovato termine migliore; trattasi di un tema che pur nella sua varia articolazione risulta naturale, frasi che scorrono liberamente con grande inventiva. Lo stesso tema viene riproposto con la sola parte orchestrale e pianoforte in “Anche se sai”, dove la melodia viene affidata soprattutto ad un registro scuro di violini e viole (registro scuro che ritroveremo anche in una morbidissima “Cercando il cielo lassù”), meno lirico forse, più meditato e comunque efficace, come se riflettesse, nello stesso momento, tutto l’amore e tutto il dramma contenuti nel film. Bisogna ascoltare questa traccia, è una scrittura perfetta. Il tema principale torna anche in altre due tracce, “Io so che tu sai egli sa”, in una versione più lenta che dimostra come, anche rigirando in altra maniera la melodia, la sua bellezza rimanga intatta; e nell’ultima traccia dell’edizione originale, “So che tu sapevi”, ovvero i titoli di coda; una versione con un arrangiamento leggermente diverso, che mette soprattutto in evidenza l’aggiunta di un paio di chitarre elettriche vagamente funky che svolgono un lavoro ritmico efficace, quasi incorporando un elemento dance alla composizione.
In “Volo di mezzanotte”, è la chitarra brasiliana di Toquihno che viene messa in evidenza, insieme ai fraseggi di synth, supportati, da metà traccia in poi, da percussioni varie e basso elettrico. È anche da qui probabilmente che è più forte la tentazione di etichettare questa colonna sonora (come altre di Piccioni, per la verità) con categorie come easy listening, che nel caso del nostro compositore non si può assolutamente considerare una diminutio data la qualità indiscutibile delle composizioni e delle esecuzioni. Accanto a quella categoria troviamo spesso anche soul-jazz, jazz-funk, cool-jazz, segno della eterogeneità della scrittura piccioniana, della grande vena melodica italiana e di quella ritmica di origine jazzistica. Per non parlare delle sole partiture per archi, altro segno di eterogeneità di cui abbiamo un esempio in “Costruzione di un sogno”; conoscendo il film, questa traccia sembra raccontare il rapporto amoroso e conflittuale tra Sordi e la Vitti, un pezzo quasi chapliniano, un morbidissimo mickey-mousing fatto di attese, ritardi, sospensioni, rallentando che “dicono” così tanto da andar bene anche per un film muto.
Una delle tracce più interessanti è “Occhio discreto”, che ricorda le immagini delle indagini dell’investigatore privato che pedina erroneamente il personaggio interpretato da Monica Vitti, scambiandola per un’altra persona. Percussioni, batteria e basso elettrico sono gli elementi principali, cui si aggiungono chitarra, sax e vari synth dal suono secco e dal fraseggio sincopato, che ricalcano la parte principale eseguita dal basso elettrico. Traccia straordinaria, piena di inventiva, improvvisazione, parti aleatorie a volte ben oltre il limite della dissonanza. “Chiro amanti”, “Ritmo macumbeiro” e “Segugi-talpa” insistono sulla stessa paletta di suoni, ovvero, percussioni e frasi del basso elettrico, accoppiata sempre presaga di momenti di tensione o di investigazione: sono i momenti del film in cui il personaggio interpretato da Sordi scopre le cose impensabili e terribili che accadono nella sua famiglia, a sua completa insaputa.
Altra traccia degna di nota è “Codice d’amore”, dal suono generale molto lounge, pezzo che guarda indietro agli anni ’70, che instrada così Piccioni nel solco di Piero Umiliani. Gli ottavi puntati dell’organo suonati sul tappeto di archi sono il tratto distintivo di questo pezzo, e le modulazioni sono così ben costruite che il brano potrebbe non finire mai, senza mai stancare.
Nella sezione del materiale inedito, dalla traccia 15 alla 25, troviamo alcuni dei temi della versione originale, rivisitati in vario modo, a seconda del momento richiesto dal film. Pur insistendo su due o tre temi, Piccioni ha scritto numerose variazioni non incluse nella prima edizione, ma che per fortuna qui ritroviamo, e che costituiscono una miniera di soluzioni melodiche e armoniche alternative. Trattandosi, in alcuni casi, di tracce parecchio lunghe (“Bona vox (#2)” dura 4’16”) e che difficilmente potrebbero trovare spazio per intero in un film, si può immaginare che Piccioni abbia composto e prodotto senza il riferimento delle immagini, ma solo su suggerimenti e suggestioni del regista; del resto il rapporto è così consolidato che la fiducia reciproca è ormai assodata (ricordo come Morricone scrisse “alla cieca” la musica di C’era una volta in America).
Trattasi di versioni alternative con la preziosità delle perle: in “Io so che tu sai (#3)” compare per la prima volta un organico fatto solo di fiati e arpa cui viene affidato il tema principale che risplende così di una luce completamente diversa. In “Io so che tu sai (#4)” ecco Piccioni in uno splendido piano solo quasi honky, probabilmente l’origine di tutte le versioni, grande esecuzione; sembra di vedere il compositore al piano che fa sentire per la prima volta il tema al regista Sordi che pensa “’sto fijo de ‘na mignotta… me sta a fa’ venì ‘a pelle d’oca!”. Stessa pelle d’oca per “Io so che tu sai egli sa (#2)”, ancora il tema principale con gli archi, basso elettrico, una piccolissima percussione, violino singolo e tromba, in un andante espressivissimo.
Una autentica scoperta, colonna sonora godibilissima, e, proprio perché in alcuni casi svincolata dalle immagini, si colloca al riparo da alcuni pericolosi cliché della musica cinematografica; ogni traccia è assoluta, basta a se stessa e la melodia del tema principale, torno a dire, è così bella e così distesa che non ci si stanca mai di ascoltarla in tutte le sue versioni.

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