08 Nov2011
The Black Hole
John Barry
The Black Hole - Il buco nero (The black hole, 1979)
Walt Disney Records/Intrada D001383402
23 brani + 1 Bonus track - durata: 55’00”
The black hole, sci-fi movie targato Disney e con un cast maschile stellare (Anthony Perkins, Maximilian Schell, Ernest Borgnine), fu una delle poche eccezioni e consentì a Barry di cimentarsi apertamente con il genere, in una chiave epico-avventurosa a lui molto consona, che gli permetteva di sviluppare quell’attitudine ad un sinfonismo brillante ma solenne, scandito, dalle idee melodiche spesso iterate su registri diversi da sezioni strumentali differenti, in un’architettura complessiva poderosa e incalzante. La Intrada, conservandone filologicamente la cover originale, ha ripreso l’originale lp Disneyland-Pickwick, contenente circa mezz’ora di musica, aggiungendovene altrettanta presa dai 32 master-track originali, restaurandoli digitalmente a cura del produttore Randy Thornton, in una “special edition” ben illustrata da un booklet ricco anche iconograficamente e contenente le minuziose note del critico Jeff Bond (nomen omen per uno specialista di Barry!...).
Che non si tratti di “musica da fantascienza” nel senso che siamo oggi abituati ad attribuire al termine (effetti elettronici puri e semplici, paesaggi sonori artefatti, echi e distorsioni esclusivamente hi-tech…) è evidente sin dalla squillante, briosa Overture che – inutile dirlo – possiede dichiaratamente qualcosa di williamsiano… Ma è l’idea dei Main title quella vincente e predominante: un tema faticosamente ma inesorabilmente ascendente dei corni che si muove su un ritmo di marcia ed un ostinato degli archi straordinariamente complesso e perturbante, strutturato in un disegno per ottave raggiunte in glissando e raddoppiato da un effetto al synt: che Barry utilizza, beninteso, ma sempre in stretta subordinazione all’orchestra. Questo tema, immanente e minaccioso, dall’andamento motorio inarrestabile, dominerà tutto lo score in una serie di variazioni sapientemente differenziate, tra le più impressionanti delle quali c’è senz’altro “Closer look” (peraltro uno dei quattro track recuperati nel cd ma non utilizzati nel montaggio finale), che lo trasforma in una lenta, cupa marcia funebre: è la base ritmica, soprattutto, nel proprio assetto ossessivo, a fungere da sostegno per evoluzioni diversificate, come in “Zero gravity”, affidato anche ai disegni siderali degli archi.
Nelle proprie note Bond osserva giustamente come lo score rechi tracce inconfondibili, pur nella sua particolare committenza (la Disney), del “touch” barryano: gli accordi minori massicci e sospensivi, le cellule motorie ritmiche che sembrano autorigenerarsi e riprodursi all’infinito, l’ampiezza non sempre totalmente ortodossa dei leitmotiv: se ne hanno prove evidenti nelle atmosfere pesanti, contrassegnate dal disegno dei bassi e dalle terzine lontane delle trombe con sordina, in “The door opens”. “Six robots” eleva di nuovo gli archi a protagonisti, con un limpido disegno melodico dei violini su un articolato arpeggio di celli e bassi: prevale dunque una linea lirica, meditativa, costruita anche su fasi di attesa (“Can you speak?”) e fraseggi lenti (“Poor creatures”). Curioso notare come, in contrapposizione all’overture iniziale e all’insinuante, obliquo tema conduttore, la partitura si avvalga in maggioranza di registri e sonorità gravi, quasi avvolgendosi in una tonalità fosca, inquietantemente notturna: si notino gli accordi sommessi ma gravidi di tensione degli ottoni in “Start the countdown”, su cui gli archi alzano in chiusura un tema malinconicamente rassegnato.
E’ un approccio dunque tutt’altro che trionfalistico quello del compositore inglese, le cui atmosfere sembrano guardare più al thriller che alla fantascienza vera e propria, e per quanto riguarda referenze alte alla suite “I pianeti” dell’inglese Gustav Holst, verso la quale molti compositori hanno debiti spesso non dichiarati: e lo schema sembra ripetersi con premeditata regolarità, come in “Durant is dead”, altra marcia di celli, bassi, pianoforte e tamburo su cui viene elevato un disegno melodico struggente. I toni brillanti, un po’ elgariani, dell’overture si riaffacciano in “Laser” e nello sviluppo di “Kate’s ok” mentre molto più oscuri si fanno i colori di “Hot and heavy”, ancora una ripetizione plurima di un’idea ritmica fissa elementare su piani armonici diversificati. La tensione cresce (i tracks sono riproposti in ordine cronologico rispetto al racconto) e si fa palpabile negli spasmi degli archi in “Meteorites”, culminanti con un lungo pedale, e nel dominante tema dei corni in “Raging inferno”, mentre “Hotter and heavier” accresce – sin dal titolo – i toni di “Hot and heavy”, riprendendone il nucleo ritmico, con rapide e stilettanti figurazioni dei legni e degli archi su accordi degli ottoni. Esemplare per quanto breve, nell’alternanza di tonalità minore e agognata tonalità maggiore, la costruzione di “Bob and V.I.N.C.E.N.T.” mentre “Into the hole” riassume alcuni materiali avvolgendoli di echi e riverberi ben dosati, ma sempre lasciando a corni e trombe il compito di rimbalzarsi frammenti tematici di grande effetto drammaturgico. Gli “End Title” ci riportano al disturbante, incalzante e in qualche modo “alieno” tema dei titoli di testa, mentre il bonus track costituito da “In, through… and beyond!” è la sola, sorprendente e ammiccante concessione integrale all’elettronica concessa dal cd, laddove appunto il tema dei Main ed End Title viene completamente riscritto per synt, senza peraltro che nulla vi si aggiunga in termini di intima apprensione e di sagace costruzione del decorso musicale.
Siamo dunque dinanzi alla riscoperta di un lavoro che probabilmente si configura come “minore” nel novero della produzione di Barry, ma che nondimeno lo dimostra compositore capace da un lato di non perdere un atomo della propria inconfondibile personalità, del proprio sinfonismo spazioso e verticale, in nessuna circostanza; e dall’altro di come egli sapesse declinare queste sue caratteristiche al servizio di prodotti e generi molto eterogenei. Un motivo di più, oggi, per rimpiangerlo e soprattutto per rimpiangere la colpevole trascuratezza in cui, negli ultimi anni della sua carriera, fu lasciato da produttori e registi.