Mi chiamavano Requiescat… Ma avevano sbagliato

cover_requiescat.jpgGianni Ferrio
Mi chiamavano Requiescat… Ma avevano sbagliato (1972)
GDM Music ”The Hillside Series” CD 4146
20 brani (19 di commento + 1 canzone) – durata: 46’ 41’’


   
Per nulla coinvolto nella dimensione da commedia picaresca verso la quale stava virando il western all’italiana a partire dai primi anni Settanta, Mi chiamavano Requiescat… Ma avevano sbagliato è un film tenebroso, dove l’amoralità e il sadismo dei personaggi giungono al parossismo. Firmatario della colonna sonora, Gianni Ferrio imposta il lavoro soffermandosi tanto sulla sperimentazione quanto sulle divagazioni improntate alla fusion jazz-blues e disco-lounge. Il Maestro, non nuovo a questo tipo di partiture eccentriche e un po’ stridenti rispetto al contesto, nel corso della carriera ha affrontato il western non solo come un genere arricchito da due solide tradizioni, l’americana e l’italiana, ciascuna con il proprio linguaggio da rispettare, ma anche come un’opportunità per adottare soluzioni inconsuete. Un paio di titoli che possono dare la misura del suo impegno in tale direzione sono Djurado (1966) - di recente pubblicato nella stessa collana della GDM “The Hillside Series” - con le sue venature pop-rock, e Sentenza di morte (1967) con i suoi marcati influssi jazzistici.
Venendo alla prima sfaccettatura della OST, sono appunto i toni scuri e grevi della vicenda nonché l’ambientazione fosca e fangosa ad ispirare il musicista e ad avvalorarne le scelte: l’uso massiccio dell’eco applicato alle tastiere e al pianoforte conferisce ai brani di suspense una tetraggine gotica e sinistra da film dell’orrore, che permane nonostante la presenza di alcuni passaggi dal retrogusto jazzistico (si ascoltino soprattutto i paradigmatici, in un senso e nell’altro, “Seq. 1” e “Seq. 3”). Il secondo aspetto è legato innanzitutto ad una serie di suadenti pezzi lounge con occasionali inserti orchestrali e belle parti solistiche della sezione fiati: gli episodi non sono altro che un’emanazione strumentale, con lunghe code all’insegna dell’improvvisazione, della canzone dei titoli di testa “That man”, la quale ha un’intonazione chiaramente afroamericana ed è eseguita dalla voce “nera” di Ann Collin. Successivamente, per la precisione all’altezza di “Seq. 4”, “Seq. 7” e “Seq. 10”, un ensemble moderno accompagna le evoluzioni solistiche del pianoforte in puro stile jazz-blues.
È probabile che i più oltranzisti tra gli amanti del western all’italiana classico, storcendo il naso nel cogliere la suddetta spiazzante cifra jazzistica, avrebbero maggiormente gradito la pubblicazione di altri inediti di Gianni Ferrio. Tuttavia la qualità intrinseca della composizione è fuori discussione e costituisce un’ulteriore dimostrazione della vasta cultura del suo autore e di come egli abbia saputo utilizzare, piegandoli alle proprie esigenze, linguaggi espressivi tra loro distanti.
Per concludere, un breve elenco dei titoli del Maestro che a mio avviso meriterebbero una riscoperta: oltre ai western Sledge (1969) e California (1977), senza dubbio l’avventuroso L’isola misteriosa e il capitano Nemo (1972), splendido esempio di mescolanza tra suggestioni (in realtà negli anni Novanta la tedesca Tsunami Records ne rilasciò un’edizione che però risulta ormai da tempo introvabile).

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