Woody Allen & La Musique De Manhattan À Midnight in Paris

cover_woody_allen.pngAA.VV.
Woody Allen & La Musique De Manhattan À Midnight in Paris (2011)
Milan 699 711-2
Cd 1, 16 brani – durata: 52’32”
Cd 2, 20 brani – durata: 67’46”

 

Il ruolo della musica nel cinema di Woody Allen costituisce un problema grande come una montagna, cui qui possiamo solo accennare: un problema sia sotto il profilo teorico che sotto quello filologico.
 Si fa presto a dire jazz, e si fa anche presto a dire “compilation” o “antologie”. Il rapporto del cineasta con il primo è viscerale, biologico. Jazz, New York e il Cinema sono per Allen una sola cosa, una monade leibniziana. Il repertorio jazzistico, da New Orleans allo swing, dal be-bop a Gershwin (con la rigorosa esclusione del “free” e delle punte più d’avanguardia del genere) è per Allen un forziere inesauribile cui attingere per evocare e contrappuntare le proprie storie, almeno a partire dalla fine degli anni ’70. Per quasi quarant’anni il regista-attore non si è mai avvalso della collaborazione di compositori specializzati, se si eccettuano Prendi i soldi e scappa e Il dittatore dello stato libero di Bananas, in cui figurava un giovanissimo Marvin Hamlisch, musicista peraltro molto duttile e dotato di una solida consuetudine con jazz, pop e generi leggeri.  Bisognerà attendere il 2007 e un’opera decisamente anomala nella filmografia alleniana come Sogni e delitti (Cassandra’s dream) per ritrovare una committenza ad un musicista. E che musicista! Nientemeno che Philip Glass, uno dei “padri” riconosciuti del minimalismo, il compositore del ciclo “Qatsi” e sicuramente figura culturalmente e linguisticamente distante anni luce dall’universo poetico del regista. Una parentesi immediatamente azzerata dai titoli seguiti, da Vicky Cristina Barcelona al recentissimo Midnight in Paris, subito tornati alla formula del patchwork.
 Naturalmente non di solo jazz vivono i soundtrack alleniani. La passione del regista per la musica classica, lirica in particolare, è altrettanto nota (al netto della leggendaria battuta su Wagner in Misterioso omicidio a Manhattan: «Non posso ascoltare Wagner, mi viene subito voglia di invadere la Polonia! »), così come l’amore e la conoscenza di musica popolare, etnica e folkloristica a vasto raggio e sotto ogni latitudine, purché funzionale alla definizione e all’arricchimento delle sue atmosfere narrative che rappresentano, com’è noto, una sola grande, ramificata variazione su tematiche pressoché fisse: il sesso, la psicoanalisi, le donne, la cultura, la metropoli, e ultimamente la vecchiaia, il destino, il caso. Si spiegano così il Verdi e Bizet evocati dalla notte dei tempi nella voce di Enrico Caruso per Match Point, o i pezzi ispirati al Prokof’ev contestuale nella Russia reinventata di Amore e guerra, al cupo espressionismo grottesco di Kurt Weill in Ombre e nebbia, al Mendelssohn di Una commedia sexy in una notte di mezza estate, nonché naturalmente il Gershwin “sintonizzato” e altolocato affidato alla Filarmonica di New York sotto la bacchetta di Zubin Mehta per Manhattan.
 Conseguenza immediata di questa metodologia è che una “discografia” del cinema di Woody Allen si traduce, con rarissime eccezioni (appunto i citati score di Hamlisch per Il dittatore, pubblicati un paio d’anni fa negli Usa con etichetta Kritzerland, e di Glass, uscito per la Orange Mountain Music), in antologie di jazz o di musica a vario titolo preesistente: se ne ricorda una uscita nel 2002, “Woody Allen More Movie Music”, per la Soundtrack Factory distribuita da Disconforme. Il che conduce in un autentico labirinto filologico che, in taluni casi (La rosa purpurea del Cairo e La dea dell’amore) ha anche richiesto la presenza di curatori-adattatori del calibro dello specialista Dick Hyman.
 Il doppio cd edito ora dalla Milan, in concomitanza con l’uscita nelle sale di Midnight in Paris, procede a ritroso, partendo appunto dall’ultimo film, di cui sono riportati due brani tanto leggendari quanto archeologici come “La Congo Blicoti” di Josephine Baker e “Si tu vois ma mère” di Sidney Bechet, e termina con Manhattan ed i primi tre minuti e mezzo della Rapsodia in blu di Gershwin nell’esecuzione – impressionante e fulminante – di Arturo Toscanini alla guida della NBC Symphony con il clarinetto di Benny Goodman! Inutile quasi osservare che i due unici brani originali, quelli appunto di Glass per Sogni e delitti, fanno l’effetto di una mosca bianca, come è giusto che sia: il “Final” è un drammaticissimo e scandito agitato per archi (l’orchestra è diretta da uno specialista glassiano come Michael Riesman) che va subito a confluire nell’iterazione compulsiva e ansiogena di una cellula ritmica su cui si alza un triste e altrettanto ossessivo tema in minore; “The Cockney Brothers” consta invece di un duo altrettanto mesto per clarinetti sempre su un ostinato sommesso di archi.
 Dopodichè si tratta di ripercorrere con la memoria sequenze e momenti dell’infinita gallery umana alleniana, sulla scia di alcuni hits ripescati e magistralmente rimasterizzati per l’occasione. Come s’è detto, le predilezioni del regista vanno al jazz anni ’30 e ’40 e alla musica dei primi anni del ‘900 di New Orleans (quella che egli ama anche eseguire quando si esibisce in veste di clarinettista con la propria band): quindi Duke Ellington e Louis Armstrong (adorato e rispolverato spessissimo, qui per Stardust Memories con appunto “Stardust”, insieme a “I’ll see you in my dreams” di quel Django Reinhardt che tornerà come idolo-fantasma continuamente evocato in Accordi e disaccordi), Billie Holiday e Stan Getz, Glenn Miller e Benny Goodman, Errol Garner e Artie Shaw… Sfilano classici di sempre come “Taken the A Train”, da Melinda e Melinda, o “Sophisticated lady”, da La maledizione dello scorpione di giada, entrambi di Duke Ellington; poi l’insinuante, felino “Desafinado” offerto dal sax di Stan Getz insieme a Charlie Byrd in Basta che funzioni; o ancora il “Caravan” di Ellington nella versione dell’orchestra di Bunny Berrigan in Accordi e disaccordi, e la “Penthouse Serenade” di Errol Garner per La dea dell’amore, “Sing Sing Sing” di Benny Goodman per Misterioso omicidio a Manhattan, e naturalmente quel capolavoro di geometrica poesia che è “Cheek to cheek” di Irving Berlin (un song writer che Allen idolatra), proposto da Fred Astaire in una sequenza-clou di La rosa purpurea del Cairo.
 E tuttavia, in mezzo a tanto ben di Dio jazzistico che renderà il cofanetto una strenna imperdibile per gli appassionati, non vanno trascurate alcune “chicche” meno note ma altrettanto preziose all’ascolto e alla memoria. Per esempio è piacevolmente sorprendente ritrovare il cullante e ornamentale “Cocktails for two” per il pianoforte di Carmen Cavallaro (che, malgrado il nome ingannevole, era un uomo ed è stato uno dei più acclamati virtuosi di intrattenimento tra gli anni ’40 e ’60), da Celebrity; oppure le due arie, che sembrano provenire da distanze siderali, che la voce aurea di Enrico Caruso offre in Match Point, “Mal reggendo all’aspro assalto” dal “Trovatore” verdiano e “Mi par d’udir ancora” da “I pescatori di perle” di Bizet; e se i vecchi amori tornano, di mano in mano e strumento in strumento, nel Django Reinhardt rivisitato da Coleman Hawkins con “Out of nowhere” in Harry a pezzi, o nel raro e geniale trombettista Bix Beiderbecke (immortalato anche dal film di Michael Curtiz Chimere, 1950, con Kirk Douglas, e nel ’91 dal Bix di Pupi Avati) di “All the jazz ball band” in Pallottole su Broadway, c’è spazio anche per la musica latina, naturalmente in Vicky Cristina Barcelona con “Barcelona” e “La ley del retiro” di Giulia y los Tellarini,  ma anche con la rara Carmen Miranda, attrice e cantante portoghese-brasiliana (questa sì una donna, eccome!...) che si esibisce con “South American Way” in Radio Days: dove peraltro, e non è cosa da poco, riascoltiamo due capisaldi come “In the mood” dall’orchestra di Glenn Miller e “Begin the beguine” nella versione di Artie Shaw e della sua orchestra, ma anche un altro grande amore di Allen, “The Voice” ovvero Frank Sinatra, in “If you are but a dream”.
 La struttura del percorso, del viaggio a ritroso si addice insomma bene a questo doppio cd, perché documenta come sia rimasta inalterata nel tempo una delle radici e delle componenti costitutive fondanti della poetica di Woody Allen, nonché quali e quanto approfondite siano state le sue scelte musicali, all’interno di un repertorio pur smisurato ma che per lui è – ci scommetteremmo – ancora tutto da riesplorare e riscoprire.

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