The great train robbery

cover_great_train_robbery.jpgJerry Goldsmith
1855 la prima grande rapina al treno (The great train robbery, 1979)
Intrada  MAF 7115
Cd 1, 30 brani + 4 extra – durata: 69’10”
Cd 2, 10 brani – durata: 27’51”

 

La frequentazione di Jerry Goldsmith con il genere commedia non è stata intensissima ma quando si è verificata ha dato risultati eclatanti e irripetibili (Anime gemelle, Genio per amore e il demenziale, ipercinetico Mom and dad save the world, farsa fantascientifica del ’92 inedita in Italia e naufragata in uno squillante flop): questo a causa della personalità artistica di Goldsmith, musicista costantemente in tensione, terribilmente moderno e inesorabilmente sperimentale, che virava  i propri moduli compositivi anche in chiave brillante e grottesca, ma mantenendo intatta la struttura aggressiva, allarmante e sinistramente luccicante del proprio stile.  Si aggiunga per di più che The great train robbery è una commedia anomala: seconda collaborazione di Goldsmith con il regista-scrittore-sceneggiatore Michael Crichton dopo Coma profondo del ’78 (partitura allucinata, completamente d’avanguardia), alla quale sarebbe seguito nell’84 il fantascientifico Runaway, The great train robbery è una curiosa sommatoria di generi in cui confluiscono l’hold-up movie (o genere “colpo grosso”) abbinato al train-movie, il tutto in una cornice vittoriana in costume e condito da una abbondante dose di permissivismo sessuale costellato di allusioni e doppi sensi osé, resi incandescenti dalla chimica del trio di protagonisti: Donald Sutherland, Sean Connery e l’affascinante Lesley Anne-Down.
 Cornice un po’ vintage ma molto adrenalinica per un film di scrittura elegante e sfacciata che ricevette dalla partitura goldsmithiana una propulsione – è il caso di dirlo – decisiva. La Intrada ripropone ora l’integrale di questo gioiello dei 70s goldsmithiani in una versione deluxe in due Cd, accompagnata dalle preziose note di Jeff Bond, dove il secondo cd restituisce – splendidamente rimessi a lucido dalla rimasterizzazione digitale - i materiali della prima edizione dell’ Lp United Artists (poi ristampata in Cd dalla Memoir in abbinamento con Uomini selvaggi), mentre il primo offre il recupero di tutti i tracks grazie al ritrovamento dei master originari delle sessioni londinesi di registrazione curate da Eric Tomlinson e gelosamente custoditi dalla Mgm, compresi alcuni brani classici e preesistenti supervisionati personalmente dallo stesso Goldsmith. Ciò che colpisce subito di questo score è l’impianto classico, squisitamente ottocentesco e beffardamente colto, innestato su un’idea ritmica fondante, ossia quella dell’andatura di un treno appunto, che si sposa benissimo con l’amore di Goldsmith per i ritmi irregolari e sincopati, e che aveva sicuramente presente anche la lezione del celebre pezzo di Arthur Honegger “Pacific 231” (1923), incredibile esempio di “mickeymousing” ante litteram. Sono gli ottoni (tube e tromboni) a sostenerlo principalmente (Main title), mentre agli archi compete un tema scattante e in continuo frenetico movimento, seguito da una seconda solare idea delle trombe: il tutto va subito a confluire in un magma dalle sonorità livide e svettanti, adrenalinicamente irresistibile, che mescola le due cifre fondamentali del film, ossia l’azione e l’ironia. Si noti che, fin dalla coda dei Main title, queste due idee saranno variate, rallentate, assaporate, scomposte e riassemblate in continuazione in un’orchestrazione che risulta tra le più limpide, trasparenti e brillanti di tutto l’opus goldsmithiano (e tra l’altro Goldsmith si conferma qui, sul podio della National Symphony Orchestra di Washington,  direttore sublime di sé medesimo, con doti incredibilmente precise di concertazione). “Is he dead?”, col dialogo tra oboe, fagotto, e poi il tema strascicato dei violini sul tremolo, o il luminoso impasto tra legni e archi di “Breakfast in bed (record version)” aprono anche l’orizzonte sull’impianto neoclassico della partitura, che ha momenti di nitore e ammiccante lievità che si direbbero quasi rossiniani o mendelssohniani (il fraseggio dell’oboe e il  gioco contrappuntistico dei violini coi celli e bassi di “No respectable gentleman”); curiose poi, di “Breakfast in bed”, le versioni 1 e 2, per chitarra e flauto, che lo trasformano in soffice ballata dalla scrittura idilliaca. Questa delle variazioni per chitarra del materiale leitmotivico è una costante che tornerà anche in “A relentless suitor”  e “We go to Paris” ma non è la sola: la trasformazione del primo tema, quello degli archi, in un valzerino convenevole e sorridente (“Rotten Row”), dall’andatura settecentesca, prima che sia il violoncello solo a riprendere il secondo tema dialogando col primo, è forse una delle pagine più sagaci dell’intera partitura.
 Certo, i goldsmithiani “puristi” rimasero all’epoca un po’ perplessi proprio dinanzi alla disinvoltura citazionistica ed a questa sorta di impianto un po’ cinicamente raggiante (così distante dai dichiarati sconfinamenti nella serialità dodecafonica di Coma), che non rifiuta nemmeno effetti caricaturali nelle sordine degli ottoni (“Bordello Raid”), e in taluni casi soluzioni squisitamente cartoonistiche (ma la tecnica del mickeymousing, per Goldsmith, era solo uno dei suoi tanti strumenti di laboratorio…). La spinetta che si affaccia, in combutta con archi e legni, in “Casing the station”, è un’ulteriore declinazione dello spirito quasi da bibliomusicologo che Goldsmith esibisce in quest’occasione, ma ecco che improvvisamente l’attacco di “Street Attack (record  e film version)”, con gli accordi sospesi degli archi e i riverberi elettronici o degli ottoni, rimanda al coevo Alien e alle sue atmosfere minacciose, in un brusco salto di clima: si tratta peraltro di uno dei rari brani lenti della partitura, che vive e si sostanzia incessantemente su quella pulsazione ritmica, su quell’incedere iniziale (siano i celli e bassi o gli ottoni a riproporlo) cui compete ricordarci l’ambientazione ferroviaria e, insieme (si ascolti il ticchettio inquieto dell’orchestra in “Over the wall”) la stringente lotta contro il tempo dei simpatici ribaldi protagonisti. Il dittico “Night entry” e “Night exit”, con i tremoli in crescendo e diminuendo degli archi, il suono freddo dello xilofono, i pizzicati che si prolungano negli staccati dei clarinetti, il tutto a costruire un’atmosfera di suspense tanto efficace quanto sommessa e raffinata, rafforza l’impressione che lo score di The great train robbery sia stato pensato come una bomba a orologeria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento: come se Goldsmith avesse accennato, quasi pregustato, alcune delle proprie caratteristiche salienti (il ritmo forsennato, la violenza tellurica del suono, la drammaticità immanente dei temi: ricordiamo che Capricorn one è di un anno prima e il formidabile, travolgente Atmosfera zero di tre anni dopo), ma senza sguinzagliarle qui mai davvero: suggerendole, con stile quasi sogghignante e allusivo, in mezzo a crinoline, movenze eleganti e corteggiamenti timbrici, piuttosto che lasciandole scatenarsi liberamente.
  I toni si surriscaldano però in “Dead Willy”, soprattutto in termini di feroce volume di suono, con il secondo tema stagliato nelle trombe su una furiosa scansione della cellula ritmica portante e un martellante disegno ribattuto dei violini a chiudere; e se “Padlock” è un breve frammento marciante per tamburo militare e timpani, e “All aboard” ci riporta in pieno Sette-Ottocento, ecco che in “Departure” l’orchestra goldsmithiana si fa treno in  tutto e per tutto, a cominciare dall’imitazione della sirena per finire nel travolgente “The Gold arrives” (proposto anche nella versione alternativa, che chiama corni e trombe ad evoluzioni virtuosistiche di primo piano) ed in “Tom Coat”, con un “macchinismo” irruente e volutamente grottesco, liberatorio, nel quale timbricamente, sull’ostinato dei celli e le sordine degli ottoni, ad una figurazione bassa e pesante di tube e tromboni fa eco una figura analoga, vitrea e acuta, dei violini in glissando. Uno dei contrasti timbrici, non solo tematici, che vivificano dall’interno questa partitura, sfociando nei gioiosi e ricapitolativi End Title, che permettono di riammirarne tutte le idee portanti e la sapienza compositiva “old style”, ma soprattutto le strabilianti qualità di un’orchestrazione ad effetto saettante e senza respiro.
 A ulteriore sanzione della cura come dire “d’ambiente” che Goldsmith e Crichton posero nel disegno del paesaggio sonoro del film, ecco i tre bonus tracks finali: l’allegro della Sonata in re per due pianoforti K448 di Mozart, un cullante medley di “source music” popolare per orchestrina e la “Music for the Royal Fireworks” di Haendel. Non superflui abbellimenti “classici” o esterni, ma prove tangibili (e udibili) di uno score dalla complessa, organizzata e vagamente luciferina leggerezza, la cui ambiguità e sonnecchiante malignità Goldsmith trasfigurò, da par suo, in un purissimo esercizio di stile.

 

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