L’umanoide

cover umanoideEnnio Morricone
L’umanoide (1979)
GDM CD Club 7078
13 brani - Durata 56’00’’



Immaginate che le parole di questa introduzione scorrano lentamente dal basso verso l’alto, dirette verso un punto di fuga come ce lo insegnò il Brunelleschi, rimpicciolendosi via via che si avvicinano ad un orizzonte spaziale. Ed immaginate che questo scrolling ascensionale sia accompagnato da una musica altisonante, che risuoni nella galassia intera. Improbabile a questo punto che la vostra mente non abbia già richiamato alla memoria i titoli di testa di Star Wars. E ne avrebbe ben donde, considerato come la pellicola di George Lucas abbia colonizzato l’immaginario filmico-fantascientifico dal 1977 in poi.

Un’impronta così profonda ed indelebile che il regista Aldo Lado, con L’umanoide, un’operazione ambiziosa a metà strada tra l’omaggio visionario e la pura exploitation, ne depredò alcuni degli elementi chiave, titoli di testa scorrevoli inclusi, sostituendo la partitura di John Williams con “Un uomo nello spazio”, tema insolito e magistrale di Ennio Morricone.
La lunga collaborazione tra Morricone e Aldo Lado aveva già in precedenza dato frutti succulenti, tra cui impossibile non citare Chi l’ha vista morire? e L’ultimo treno della notte, ma con L’umanoide vengono toccate vette compositive se non inedite, quantomeno non usuali. Il grande compositore romano non era certo nuovo alla sperimentazione e per accorgersene basta ascoltare i suoi lavori con il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza oppure gli innesti elettronici che talvolta fanno capolino nella sua discografia (si pensi a “La sedia elettrica” in Sacco e Vanzetti del 1971). Tenendo presente quanto detto e riascoltandosi i volumi morriconiani della serie Dimensioni sonore – Musiche per l’immagine e l’immaginario si può quindi asserire che la colonna sonora per L’umanoide sia una stupenda evoluzione pop di intuizioni sedimentate, così come una risonanza di lavori di colleghi coevi come Piero Umiliani ed i suoi oscillatori. Perché la traccia d’apertura di cui si accennava pocanzi si presenta come la summa di certa elettronica colta applicata alla forma canzone. Un pastiche in cui convivono Bruce Haack, Arcangelo Corelli, Moggi (aka Umiliani), Vivaldi e, non ci si scandalizzi, Wendy Carlos. Un incipit meraviglioso, con un carattere ed un colore ben definiti, perfetta descrizione in note di ciò che verrà nel corso del film, ovvero un patchwork di citazioni sci-fi, tra effetti teneramente artigianali e colpi di genio ora a la Ed Wood, ora a la Carpenter (Dark Star, del 1974).
La successiva “Estasi stellare” è tutta lì nel titolo: un’apertura classicheggiante che accompagna la sequenza in cui la scienziata Barbara Gibson (Corinne Cléry) viene salvata da Tom Tom, un bambino misterioso, uno Yoda con gli occhi a mandorla; un respiro a pieni polmoni con violini carezzevoli che non riescono però a soffocare le onde quadre dei sintetizzatori.
Synth eterei, clavicembali elettronici che in “Infanzia, evoluzione e ritorno” si fanno protagonisti, simbolo di una tensione spirituale quasi ambient/new age di cui è permeato l’intero film: l’atavica lotta del Bene contro il Male, rappresentato da Graal, un sosia sadomaso di Darth Vader; il tema della disumanizzazione, centrale nella figura di Golob, il “freak” buono tramutato in umanoide; l’esoterismo di Tom Tom, un guru esotico il cui melenso messaggio finale, declamato davanti ad un tramonto da cartolina, è quello di “ascoltare il battito del proprio cuore”.
Con titoli come “Trasmissione difettosa, rotazione e rivoluzione” che hanno funzione d’interpunzione, questa colonna sonora possiede un forte senso narrativo, quasi un running plot che accompagna l’ascoltatore da un motivo cardine ad una ripresa senza mai lasciare l’amara sensazione di essere al cospetto di un rimescolamento delle carte. Dal primo all’ultimo minuto si attraversa tutto lo spettro emotivo, dall’esaltazione pomposa dell’intro alla tensione dei tre “Informale”, toccando attimi di estasi siderale, echi del Morricone che verrà. Un Morricone capace di rimanere se stesso anche in “Robodog”, scherzosa composizione krafwerkiana dedicata al docile cane robot compagno di Golob (che ricordiamo essere Richard Kiel, lo “squalo” con i denti d’acciaio nei film di James Bond).
A conti fatti, un capolavoro, importante tanto per gli amanti della sperimentazione elettronica quanto per i fedelissimi del Maestro, che, grazie a L’umanoide, che ha festeggiato i 40 anni dalla sua uscita, avranno modo di osservare sotto un’angolazione atipica il suo operato e la capacità di coniugare il barocco al minimalismo sintetico.

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