Domino

cover dominoPino Donaggio
Domino (Id. - 2019)
Varèse Sarabande
17 brani – Durata: 44’44”

Uscito nella sale americane a fine maggio e in quelle italiane lo scorso 11 luglio, l’ultimo lavoro per il grande schermo di Brian De Palma spiazza la critica di settore che – in gran parte delle recensioni - bersaglia il film e non riconosce in esso il talento del regista. Lo stesso De Palma prende le distanze dalla pellicola e per primo se ne dichiara insoddisfatto. Occasione mancata o forse mancata conferma di un maestro della cinepresa. Pur non potendo certo annoverare il film tra gli indimenticabili del nostro, esso risulta tuttavia un thriller-detection che ci offre comunque la capacità di De Palma di raccontare con la cinepresa un soggetto narrativamente forte (sceneggiatura di Petter Skavlan) e farlo con l’onestà e autenticità delle sue gimmick registiche.

A differenza infatti del tailor-made dei film passati, qui il regista – causa anche l’interazione con numerosi soggetti sia per la parte creativa che per quella produttiva – ci offre un film “normale”, in cui l’onirico, il soft erotismo e la complessità psicologica dei personaggi (spesso surreali e non proiettabili in un contesto vérité) lasciano spazio invece a un noir “possibile”, a una storia di cronaca dei nostri giorni senza profluvio di virtuosismi o imprevedibili colpi di scena, ma con ritmi descrittivi e un final cut che probabilmente si sarebbero meglio adattati a una produzione televisiva e che il cinema invece non ha deglutito (o non lo ha voluto fare) con soddisfazione. Il “domino” che ci viene descritto non è soltanto quello della linea uno che fa il solletico a una sorta di western metropolitano col sugo della vendetta, riferimenti a film di genere anche nostrani e scenari “spaghettici” come l’Almeria e la plaza de toros (con reminiscenze di Sergio Corbucci e delle mattanze di Robert Rodriguez), ma si sviluppa anche nel rapporto delle linee sottostanti, dell’amore segreto tra Alex e Lars e la gravidanza della donna e il tirante dell’amicizia, la stima professionale e la fedeltà agli ideali che animano le azioni di Christian, in salsa di eroe contro i cattivi “tagliati con l’accetta” come da manicheismo western, nonché la gigionesca eleganza di figure stereotipate e algidamente beffarde come l’agente della CIA Joe Martin e lo sceicco-cellula ISIS Al-Din, il villain del telling.
Pino Donaggio è nuovamente il protagonista musicale delle sequenze di De Palma, in parte ormai rodato dalle precedenti collaborazioni e da un consolidato affiatamento con lui, ma senz’altro chiamato ancora a un’ardua prova creativa con un film produttivamente impegnativo e che si differenzia come umore e stile dai precedenti che hanno plasmato la ineguagliabile collaborazione artistica tra il regista americano e il compositore veneziano. Non c’è dubbio che la musica sia un abito assolutamente perfetto anche per un film imperfetto e ne segua e descriva come un’ombra parlante tutta l’evoluzione. L’aderenza alle immagini (che differenziano un lavoro musicale misurato e pesato-calibrato da un semplice montaggio underscore) è una caratteristica che una penna attenta e sensibile come Donaggio non tradisce mai, con la sua capacità straordinaria di potenziare senza invadere, di sedurre ma senza pretese, di incuriosire e soddisfare ma senza clamori. Una sorta di principio attivo quello donaggiano che scaturisce dagli effetti emotivi di sequenze che sarebbero assolutamente anodine senza la sua musica e che invece assumono il carisma comunicativo che le caratterizza in nuce ma che solo le note riescono a tradurre e trasmettere pienamente.
Nello score di Donaggio si ascolta un saggio storico-stilistico e uno specimen perfetto della capacità del nostro nel mettere in dialogo contesti e atmosfere a geometrie compilative di derive diverse e di cui si è cibato nella sua sessantennale carriera musicale. Una suite degna di nota è il brano “The Domino Effect” che è una sorta di ouverture ove convivono brevi cellule melodiche e madrigalismi etnici con aperture melodico-tematiche di stampo noir. In “The Roof – Dizziness” ascoltiamo un brano cucito sulla sequenza della fuga-inseguimento di Ezra e Christian, dopo lo sgozzamento di Lars, con un patch modulare basato su strutture a imitazioni progressive con l’impiego di archi e fiati. Un esempio di come la musica possa rappresentare un linguaggio sostitutivo che può descrivere acusticamente qualcosa che succederà nel corso della narrazione è il brano “Dangerous Distractions”, nei secondi finali, dopo l’atto copulatorio (che però funge da pretesto di copione) di Christian che dimentica la sua pistola a casa della partner di letto. Il primo piano sull’arma abbandonata e l’aumento di intensità delle note orchestrali trasmettono nello spettatore che quella situazione visiva sarà causa di un imminente evento funesto e di una rottura dello stato stanziale in cui il film si è adagiato fino ad allora. La capacità di creare atmosfere subliminalmente tensive la si riscontra nel brano “The Apartment” con il ritmico rintocco dei timpani ad annunciare un presagio di morte compiuta e azione necante che accompagna tutti i movimenti cinetici degli interpreti sempre con una indomabile e imprendibile razionalizzazione tematica che destabilizza e devia soluzioni riposanti e certezze fattuali. Nella sua formalità la composizione diventa sformata e lascia aperti canali interpretativi ineffabili. Particolarmente incisivo e determinante il lavoro sui colori orchestrali che sono ingredienti termici fondamentali per accompagnare l’azione dei personaggi che tuttavia non sono mai parte di action-scenes di notevole portata, ma si sviluppano “cameristicamente”, in ambienti chiusi o attraverso schermi e visuali più claustrofobiche, senza il ricorso ad aperture e violente scariche di adrenalina motoria. Ecco perché i palleggi ritmici della partitura non cedono mai a trionfalismi d’impatto, ma nidificano sempre verso un costante ricorso alle dinamiche e all’accentuazione, frutto comprensibilissimo di un lavoro certosino e di cut & paste condotto in fase di registrazione e montaggio. Non mancano bellissime creazioni di sintonizzazione folclorica come la voce femminile arabeggiante e i suoni mediorientali in “Gathering Clues” con una traccia che rimanda alla passata letteratura noir di Donaggio di ambientazione sicula. La breve gittata di cellule folk-arabeggianti e la loro convivenza in dialogo con la struttura portante dell’orchestra caratterizzano “Deadly Interrogation”, con balzelli elettronici e sostrati inquieti.
Il minimalismo di corde e fiati etnici in “The Indoctrination” e il ritorno dei vocalismi arabeggianti in “Carnage Festival” accompagnano la progettazione e la strage della foreign fighter Fatima nelle sequenze dell’attentato telecomandato da Al-Din, quale sorta di sanguinoso videogame (uno degli imprinting depalmiani presenti nel film).
Il pianistico “Death of a Dream”, con la sua bellezza tematico-emotiva che richiama il depalmiano “Sally and Jack” quanto il “Notturno” di Corruzione al Palazzo di giustizia, descrive nella sua struggente dolcezza il dramma interiore di Alex alla notizia della morte di Lars.
Uno dei brani sicuramente più significativi ed eccellenti dell’intera colonna sonora è il bolero “The Final Clash” che – ancora più di scene cult come quella del Museo in Vestito per uccidere – accompagna con una forza narrativa tutta la sequenza averbale del tentato atto terroristico col drone nella plaza de toros, col rallenty dell’action movie e la concertazione perfetta dal decollo del drone allo sventamento finale del piano terroristico, una sorta di stand-off western in cui nell’arena si ritrovano tutte le parti dell’azione narrativa, che placherà e soddisferà l’intreccio del racconto. La nemesi reca morte a chi ne ha recata e i buoni revenger placano la loro sete.
Come già espresso, le musiche di Donaggio rappresentano anche in questo film “imperfetto” quel “perfect sound”, che è il punto ove si chiude il cerchio di una storia misteriosa, straordinaria, a tratti oscura e insondabile ma unica e geniale, come il sodalizio artistico tra De Palma e Donaggio che, allora come oggi, rappresenta e resterà intatto nella storia del cinema in tutta la sua bellezza estetico-creativa e nel pieno rispetto di consolidati e ineguagliati canoni stilistico-narrativi.
Oltre alle musiche di Donaggio, la presenza contributiva dell’Italia in questo noir-detection multinazionale è stata onorata da Natale Massara, in veste di direttore d’orchestra nelle studio recording sessions realizzate a Bruxelles, Marco Streccioni, che ha mixato le registrazioni a Roma presso lo Stone Recording Studio e la Recalcati Multimedia di Leonardo Recalcati, tra i co-produttori del film (girato in parte anche in Sardegna).

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