Tolkien

cover tolkienThomas Newman
Tolkien (Id. - 2019)
Sony Classical 190759419823
25 brani – durata: 51’24’’

Una fantasia allucinante che travalica la realtà per disegnare mondi fantastici: questa frase potrebbe essere la sinossi del film dedicato a Tolkien. Critica e pubblico hanno sancito la disfatta del lungometraggio diretto da Dome Karukoski e hanno ridimensionato le aspirazioni di questo film che, oggettivamente, mostra notevoli difetti di scrittura e regia. Il biopic, con protagonista Nicholas Hoult, vede sul podio il compositore americano Thomas Newman, famoso per la sua musica a tratti minimalista e mai invasiva. La matrice del compositore è chiara fin dal primo brano “Dragons” che mostra il consueto uso del piano che sembra quasi scandire questa allucinante e allucinata realtà della guerra che in una mente in preda alle fantasie, come quella di Tolkien, si trasforma per diventare “altro”, ispirazione e fonte per qualcosa che (e questo è paradossale) nel film non si vedrà mai. In “Impecunious Circumstances” al consueto piano si accosta un coro di voci sottile e mellifluo quasi a rappresentare le sirene della fantasia che attanagliano il fervore scrittorio di John Tolkien.
Che Newman sia sempre stato affascinato da sonorità particolari è un dato di fatto e anche qui il compositore adopera strumentazioni peculiari che sembrano portare l’eco di altri mondi; basti pensare al brano “John Ronald” dove echeggiano sonorità remote. La componente minimalista, comunque, rimane il filo conduttore di tutta la partitura che si intreccia a elementi quasi sacri in “Vinatta (friendship)” dove un grande ruolo viene giocato dal coro.
Questo stato di torpore incantato viene intaccato dalle sonorità cupe e ruvide portate dalla guerra in “Army of the dead” che vengono stemperate dall’etereo “Luthien Tinuviel” dove l’atmosfera di sospensione data dalle voci nello sfondo e dal piano in evidenza sembra portare una danza di fatata attesa.
Tutta la partitura di Tolkien è caratterizzata da uno stato di profonda e melanconica attesa che si ingolfa e si impaluda, non portando a quello scarto che avrebbe potuto fare la differenza. Basti pensare a “Starlit” dove il tessuto musicale rimane piatto, quasi ambientale, senza respiro, restando incagliato su un piccolissimo numero di momenti emotivamente coinvolgenti. I brani “Eik (Oak)”, “The ascanius”, “Black rider”, “Othe sorts of scars” rimangono in una sorta di limbo privo di qualsivoglia verve emotiva che possa coinvolgere l’ascoltatore. Quasi a immagine del film lo score rimane anonimo e privo di una propria identità e lontano da una precisa meta. Tra i brani che si discostano da questa sterile emotività vi è “Scuppered – Ancient things”, dove il piano sembra aver trovato una linea musicale ben precisa e un modulo tematico che riesce a colpire l’ascoltatore, e “Fellowship” dove ancora una volta il Newman pianista scrive la pagina migliore della partitura.
Se il film Tolkien mancava di identità ed era incompleto su diversi fronti, lo stesso discorso può farsi per la musica che lo accompagna. Thomas Newman, forse non totalmente ispirato dalle anonime e a volte vane sequenze del film, non è riuscito a ricreare in musica quelle emozioni che proprio alle immagini mancavano. La musica rimane sospesa e priva di un proprio marchio, ed è un peccato che sia la partitura che il film abbiano sprecato l’occasione di trasmettere le fantasie che una mente tanto produttiva come quella di Tolkien ha saputo rendere così bene nella pagina scritta.

Stampa