C’era una volta a Hollywood
AA.VV.
C’era una volta a Hollywood (Once upon a time in Hollywood, 2019)
Columbia Records/Sony Music 19075972862
31 brani – Durata: 74’55”

Fin dall’uscita di Reservoir Dogs (Le iene) le colonne sonore dei film di Quentin Tarantino hanno rappresentato un piccolo “scoop” a parte. A fine visione si aveva l’impressione che ogni brano, ogni canzone, ogni jingle fossero stati scelti con cura, per un motivo ben preciso. Questo perché, nell’immaginario cinematografico e nella filmografia del regista di Knoxville, la musica ha sempre giocato un ruolo preminente, diviso equamente tra suggestioni narrative e un utilizzo anti-didascalico, a seconda delle necessità e delle direzioni riportate in sceneggiatura; celebri i casi di alcuni brani fondamentali della OST del suo cult Pulp Fiction, per i quali si era dichiarato pronto a spendere qualsiasi cifra per usarli, spuntandola come sempre. Anche nel caso della sua ultima fatica, questo Once upon a time in Hollywood che sta dividendo critica e pubblico, raccogliendo consenso da parte di chi ha capito che, probabilmente, bisogna smetterla di cucire addosso a Tarantino il “tarantinismo” ed altrettanto bistrattato da parte di chi, per l’appunto, da un film del nostro Quentin si aspetta “solamente” dialoghi pungenti e violenza iperrealistica (non che i due elementi in questione manchino nel film, ma sono solo un po' più “diluiti” rispetto al solito, elementi marginali in quella che oggi - al nono (e forse penultimo) film - è una narrazione più ampia, incastonata in un approccio al cinema più maturo, ma questo è un altro discorso...).
Il fatto è che Tarantino sceglie di proseguire nella direzione imboccata con i suoi ultimi tre film e raccontare un momento storico preciso e particolare, ricostruito maniacalmente in ogni dettaglio, ma con licenza di cambiare il finale: l’ha fatto con la Seconda Guerra Mondiale e i Nazisti di Inglorious Basterds, l’ha fatto di nuovo con la Guerra di Secessione americana e la vergognosa tratta degli schiavi in Django Unchained e The Hateful Eight, e sceglie di farlo ancora una volta in questo straordinario affresco “scorsesiano” che è C’era una volta ad Hollywood.
Girato in maniera straordinaria in analogico, su pellicola Kodak da 35 millimetri, in formato anamorfico e con lenti Panavision, fotografato ancora una volta dal grande Robert Richardson, il film avrebbe dovuto essere originariamente un romanzo, al quale Tarantino lavorava da cinque anni. Poi però decise che la storia sarebbe diventata un film, da lui definito il suo “film più personale”: considerate che nel 1969 Quentin aveva sette anni e viveva ad Alhambra, non lontano da Hollywood, e stava iniziando a formare la propria cultura televisivo-cinematografica-musicale; tutto ciò riverbera in maniera importante sulla storia di fiction che il film racconta – quella dell’attore Rick Dalton e della sua controfigura, lo stuntman Cliff Booth – intersecandosi con tutto ciò che - secondo il regista - poteva rappresentare la fine in decadenza della “vecchia Hollywood” all’alba degli omicidi Tate-La Bianca ad opera della Manson Family: un ritratto di città, L.A. 1969, fatta di cinema, drive-in, feste in villa, gli studios, la Playboy Mansion, Cielo Drive, Hollywood Boulevard, lo Spahn Ranch.E poi c’è la musica che, ancora una volta, gioca un ruolo determinante, forse più del solito.
Se nei precedenti film il regista ci aveva abituato ad un pastiche sonoro variegato, con una ricetta saporita che mescolava brani strumentali estratti da colonne sonore di altri film e canzoni di ogni tipo, estrapolate da epoche, contesti e stili musicali molto diversi, in questa occasione viene posta una regola di base: non utilizzare alcun brano che sia stato pubblicato dopo il 1969. Come ha raccontato Mary Ramos – storica collaboratrice del regista, in qualità di music supervisor – questa volta in fase di organizzazione della colonna sonora - come sempre selezionata personalmente, brano per brano, da Tarantino stesso – quest’ultimo ha precisato che non avrebbe utilizzato alcun brano successivo all’anno in cui il film è ambientato, per scelte di coerenza stilistica e di impatto del film, e con pochissime eccezioni. La selezione dei brani musicali nei film di Quentin parte sempre dalla sua personale collezione di vinili, un vero e proprio piccolo e personalissimo record store casalingo, organizzato perfettamente per generi, al quale gli amici e i collaboratori hanno accesso.E la scelta premia, come possiamo giudicare ampiamente dal montaggio dei brani all’interno del film, così come dall’ascolto della OST slegata dalle immagini: infatti, grazie all’escamotage – già utilizzato nell’esordio Reservoir Dogs con la figura del dj K Billy e di Super Sounds of the 70’s – dell’inserimento in tracklist della voce dei Deejay di KHJ Boss Radio e di una serie di spot radiofonici, si ha la costante sensazione di essere realmente seduti in macchina a percorrere le strade di Los Angeles dopo una caldissima Summer of Love ‘68!
Merito di una selezione ponderata ed efficace che, a fianco a brani pop conosciuti, schiera una selezione di pezzi più rari e ricercati: “I wanna tell you a story....”, chiosa la partenza con lo scoppiettante rhythm’n’blues della white soul band Roy Head & The Traits e la loro “Treat her right” (1965) che Tarantino sceglie senza esitazione per i titoli di testa, ricercando - per sua stessa ammissione - quella magica combinazione nei titoli Miserlou/Pulp Fiction, che tanta fortuna gli aveva portato ai tempi dell’uscita a Cannes.Sono soprattutto i brani rock a tenere banco questa volta sulle frequenze della KHJ, declinati di volta in volta secondo sfumature ed influenze diverse, tra blues, soul, psychedelia e sunshine pop: sfilano così “Ramblin man” (1968) di Bob Seger System, “Hush” (1968) di Joe South e “Kentucky Woman” (1969) di Neil Diamond, due cover dai primi album pre-hard rock dei britannici Deep Purple; il latin boogaloo di “Hector” (1968) dei Village Callers di Joe Espinosa e Johnny Gonzales ed il bubblegum pop adulto di “Son of a lovin’ man” (1969) dei Buchanan Brothers (un 45 giri da collezionista!); il garage rock lisergico di Paul Revere and The Raiders feat. Mark Lindsay – veri protagonisti di questa colonna sonora - con “Good thing” (1966), “Hungry” (1966) e “Mr. Sun and Mr. Moon” (1969), “Cho Choo Train” (1969) dei Box Tops, band formata a Memphis da Alex Chilton, e la “CC Rider meets Jeannie Jeannie in botta di anfetamina” di “Jenny take a ride” (1965), primo singolo di Mytch Ryder and Detroit Wheels, prodotto dal grande Bob Crewe.
Sintonizziamo meglio la stazione radio e ascoltiamo l’ariosa cover di “The cyrcle game” (1967) di Joni Mitchell ad opera di Buffy Sainte-Marie, il classico “Mrs. Robinson” (1967) di Simon & Garfunkel (dalla colonna sonora de Il Laureato di Mike Nichols), la potente e ritmata “Bring a little lovin’” (1966), successo internazionale degli spagnoli Los Bravos, e il ballabile “Hey little girl” (1959) del soul singer Dee Clark; e ancora “Brother’s Love Traveling Salvation Show” (1969), inno hipster di Neil Diamond, l’intensa versione di “California Dreamin” (1967) dei The Mamas & The Papas ad opera del chitarrista e cantante portoricano Josè Feliciano con l’orchestra di George Tipton (lato B del fortunatissimo 45 giri contenente la sua versione di “Light my fire” dei Doors), una versione plumbea e disturbante, editata dallo stesso Tarantino, del classico “You keep me hangin’ on” (1969) delle Supremes ad opera dei Vanilla Fudge, oltre che qualche canzone estratta da altre colonne sonore cinematografiche come “Paxton Quigley’s had the course” (1968) di Chad & Jeremy, dal film Three in the Attic (diretto nel 1968 da Richard Wilson), “Don’t chase me around” di Robert Corff, attore e cantante, protagonista della commedia di fantascienza Gas-s-s-s (Gas, fu necessario distruggere il mondo per poterlo salvare), diretta da Roger Corman nel 1970, una versione in inglese del tema principale, scritto da Giuseppe Cassia e Nico Fidenco ed interpretato da I Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni con l’orchestra di Willy Brezza, di Dinamite Jim (1966), film Spaghetti Western diretto da Alfonso Balcazar, e ”Miss Lily Langtry” del Maestro Maurice Jarre, dal film The life and times of Judge Roy Bean (L’uomo dai 7 capestri, 1973), diretto da John Houston ed interpretato da Paul Newman.
Ad unire senza soluzione di continuità i diversi brani sono – come detto sopra – una serie di spot radiofonici, jingle pubblicitari originali dell’epoca, lanci di serie televisive, tutti selezionati personalmente da Tarantino: da “Boss radio” e “Mug Root Beer” dei dj Humble Harvey Miller e The Real Don Deal, fino ai promo come “Tanya’s Tanning Butter Advertisement”, “Numero Uno Advertisement”, “Heaven Sent Advertisement”, “Vagabond High School Reunion”, “KHJ Los Angeles Weather Report”, “The Illustrated Man Advertisement” (con “Ready For Action” di Syd Dale), “Summer Blonde Advertisement”, a “KHJ Batman Promotion” (con “Batman theme” di Neal Hefti); l’effetto finale è quello di aver fumato la sigaretta intinta nell’acido che la sensuale Pussycat vende a Cliff Booth durante la loro fase di “corteggiamento” al semaforo..
Un’esperienza da fare tutta d’un fiato, senza stare a pensarci troppo su!
Ancora una volta Tarantino riesce a ricreare un mood, un’estetica, descrivendo la decadente e violenta fine di un’epoca e bilanciando perfettamente immagine e suono, coadiuvato da un cast calato nel personaggio e da una passionale capacità narrativa, che frulla passato e presente in una serie di citazioni e omaggi a rotta di collo, di fronte ai quali è impossibile rimanere insensibili.