La Polizia Trilogy

cover la polizia trilogyStelvio Cipriani
La Polizia Trilogy (2021)
Cinevox Records CD OST-PK041
CD 1: La polizia sta a guardare (15 brani) – La polizia chiede aiuto (9 brani)
CD 2: La polizia ha le mani legate (22 brani) + versioni singolo (6 brani) + Stelvio Cipriani in session
Durata totale: 1h 47’45”

Quando si dice “un classico”. L’espressione scriptor classicus risale, pare, ad Aulo Gellio che nelle sue Noctes Atticae individuò gli scrittori della “prima classe”, ovvero “eccellenti” (classicus adsiduusque aliquis scriptor, non proletarius: 19, 8, 15). Se a “scrittori” sostituiamo “compositori”, nel nostro caso “musicisti del cinema”, il gioco è fatto. “Classico” è ciò che perdura, impermeabile alle trasformazioni, alle mode (le quali invece mutano, nate – come osservava Proust - dall’esigenza del cambiamento); e dunque valido sempre e sempre giovane, nonché referente canonico. Nell’arte non meno che nell’esistenza quotidiana (il cibo, il vestire…). Anche la musica per film ha avuto i suoi autori legittimati, le sue partiture che non tramontano, spesso legate a qualche genere assai caratterizzato. Stelvio Cipriani è, in compagnia di tanti illustri colleghi, un classico. Molti suoi commenti sono storia del cinema e della sua musica. Troppo ovvio – e troppo giusto - riferirsi a quell’Anonimo veneziano che è repertorio delle orchestre dell’intero mondo; iniziatore di una vena melodica, sentimentale, romantica, languorosa anche, non definibile altrimenti da “stile Cipriani”. E poi ci sono – secondo noi ancora più importanti - i suoi magnifici “poliziotteschi”, quelli sì vere pietre miliari, perle di musica e di cinema (forme espressive differenti ma con in comune la temporalità, come osservato più volte da Ennio Morricone). Dunque benemerita è l’iniziativa della Cinevox Record di riunire in cofanetto e doppio CD la “trilogia poliziesca” del maestro scomparso nel 2018. Abbiamo sotto orecchio, per la prima volta in edizione integrale, le OST di La polizia sta a guardare (1973), La polizia chiede aiuto (1974), La polizia ha le mani legate (1975). In precedenza era stato pubblicato scarso materiale in singoli o in qualche compilation, e solo nel 2008 Chris’ Soundtrack Corner aveva assemblato una miscellanea di 24 selected themes che già parvero un miracolo. Adesso le tracce recuperate sono ben 46, più le “versioni singolo”. Recupero doveroso e non “documentario”, vista l’elevata qualità. Iperattivo di suo, più di trecento titoli, Cipriani viepiù lo fu nel poliziottesco: oltre alle varie “polizie”, i tre Mark, i poliziotti “scomodi” e “senza paura”, gli “sbirri” dalla “legge lenta”, la legge dalla “mano spietata”, le “squadre volanti”. Lui e Micalizzi si spartirono il genere in una sorta di duopolio, tuttavia lui ne fu il padrino musicale avendo scritto la colonna di La polizia ringrazia di Stefano Vanzina nel 1972, titolo che segna l’inizio ufficiale del filone e della musica correlata e pone le basi del Cipriani touch. E ben a ragione parlava di “tetralogia” riferendosi scherzosamente a Wagner: “Ho in comune con Wagner una cosa, entrambi abbiamo scritto una tetralogia: lui quella del Nibelungo, io quella della Polizia […]. Quattro Wagner e quattro io” (1). Troviamo molto clavinet, basso e batteria, chitarra acustica ed elettrica, flauti distorti, sonorità disco e jazz e, con l’andar del tempo, synth. (Ri)ascoltando la “trilogia”, individuiamo l’ABC, gli elementi fondativi. Non solo musicali. L’interazione con le immagini, le storie è a tal punto giusta da chiederci se siano state quelle ad ispirare la musica, o quest’ultima ad estrarne il potenziale, caricandole d’un sovrasenso inatteso: “commento” nel senso proprio di “interpretazione” non meno che di “opera parallela” (uno dei sensi della critica). Di fatto, non riusciamo a pensare quelle visioni al di fuori di quella musica: proprio come Fellini non è immaginabile senza Rota, Scola senza Trovajoli, Pupi Avati senza Ortolani, Leone e Tornatore senza Morricone. Ma poi, usciti dalla sala, rientrati dal mondo falso nel vero direbbe Leopardi, assisi in qualche auditorium o più prosaicamente sul nostro divanetto, scissi dal mondo-cinema, le note volteggianti nel vuoto di puri suoni “assoluti”, senza referenti pregressi: la musica delinea altre immagini, altre narrazioni: non la rimembranza di quelle, nuovi inseguimenti invece e sparatorie e pestaggi e urbani degradi, magari un po’ d’amore. O altro ancora, ciò che vogliamo, riusciamo a vedere con l’occhio interiore. Non vale solo per Cipriani; tuttavia le note che ci apprestiamo ad esaminare possiedono un grado d’indefinita fascinazione superiore a quello della musica abituale, del cinema o meno. E possiedono l’«attualità» propria dei classici, perennemente fruibili e costanti modelli.
Erano gli anni d’oro del poliziesco italiano. Quei primi Settanta quando il western sempre più annaspante si travasava nelle nuove ambientazioni urbane e si colorava di noir e di thriller. La polizia (mai i carabinieri) è l’entità onnipresente di diritto, onniassente di fatto: con “le mani legate”, condannata a “guardare”, a “chiedere aiuto”; supportata da commissari e poliziotti disgustati, cinici, violenti, “scomodi”, “senza paura”, talvolta anche “marci”; mai rassegnati, votati allo scacco o debitori verso cittadini che “si ribellano”, “uomini della strada” che “fanno giustizia” e che “la polizia ringrazia”. Il pessimismo è integrale; i mandanti del crimine, abitatori di un impenetrabile mefistofelico iperuranio. Un pessimismo che le note del maestro pennellarono di cromatismi squillanti, ritmiche accese, flussi di epicità, dolcezze imprevedute. Con uno stile, una timbrica, un percorso melodico di pronta identificazione: tanto distanti dall’idioletto musicale planetario (“globale”) dell’oggi, acque torbide non pulite e non sudice.

La polizia ringrazia fu l’esordio, La polizia sta a guardare il coerente sviluppo. In quel di Brescia, un questore di ferro fautore della linea dura nella gestione dei sequestri di persona (Enrico Maria Salerno, già visto nel precedente film e buon interprete di altre pellicole analoghe, tanto da essere lui pure icona accanto a Maurizio Merli e Luc Merenda; sua frase storica: “I delinquenti sono più tutelati dei metalmeccanici”), un procuratore garantista (Jean Sorel), un ex questore corrotto (Lee J. Cobb), due belle presenze (Luciana Paluzzi e Laura Belli), tutti alle prese con le piaghe d’Italia in quegli anni, ovvero sequestri e trame eversive: ecco lo scenario del film di Roberto Infascelli (già produttore de La polizia ringrazia). Qui abbiamo quasi un lieto fine, la banda dei sequestratori sarà annientata dopo un lungo spettacolare inseguimento, il figlio del commissario si salva. Pure, resta l’amaro in bocca, il quadro generale è d’uno sconfortante marciume. Secondo Marcel M. J. Davinotti jr., “tra i migliori poliziotteschi d’Italia” (2). Merito anche della musica che sottolinea, amplifica (mai parafrasa), veste di fogge splendide l’incandescente materia, conferisce fascino extra. Il tema portante, proposto nei “Titoli” di testa e declinato in dieci varianti, è di quelli che fanno storia – non è sfuggito a un cacciatore di cimeli cine-musicali come Tarantino, che lo citerà in Grindhouse – Death Proof -, e quintessenza di tutte le sfumature del genere. Il compositore precisò di essersi ispirato a Bach: “Stavolta lo spunto è Bach in una tonalità di Do minore” (per La polizia ringrazia il nume fu Beethoven) (3). Aprono clavinet, piano e percussioni, poi un rapido a solo del clavinet: introduzione forte e decisa che di subito ci cala in un contesto urbano di azione e movimento; poi fraseggi del trombone franti da nuovi a solo del clavinet che valgono come riduzioni all’osso del materiale tematico ed aprono a nuovi incalzanti sviluppi con bella orchestra sospesa sullo sfondo e momenti di staticità dinamica nel finale. 2’27” di adrenalina rinforzata che restano impressi e idealmente si prolungano nel silenzio. “Caccia all’uomo” riprende con gli archi in luogo del clavinet e percussioni magnifiche risolvendosi in moto sciolto, aereo; evolve con fiati in distanza ed archi ed effetti della chitarra elettrica a dodici corde: onirico, minaccioso, fantasmatico, criminoso: da manuale. Si prosegue con “La caccia continua” ove un pianoforte martellato, secco e brutale, riprende la cellula ritmica e si raddoppia col clavinet sino al subentro dell’orchestra in fasce accordali con l’aggiunta di qualche percussione afro. Splendida resa. “Sulle tracce dei criminali” offre clavinet rallentato, percussioni e basso cadenzati e fascia orchestrale in iterazione che non stanca. “Titoli (versione veloce)” procede per contro in accelerata, il trombone risalta asprigno e deciso; appagante l’estesa coda con l’onnipresente clavinet e gli archi sospesi. La base torna in “Poliziotti e banditi” con trombone ammorbidito e melodia più distesa (si fa per dire) e lirica, con variazione bella e interessante. Piatto ricco ed elaborato “Corsa contro il tempo” con doppio contrappunto di archi e trombone e batteria molto secca a sovrastare il sincopato del clavinet. “Scontro sanguinario” configura un’epica poliziesca nell’ennesima ricombinazione dei ben noti elementi che si esaltano nell’ostinato indefesso ribattere del piano. “Inseguimento” e “Una lotta senza fine” sono repliche di tutto rispetto. Il “tema clavinet” assorbe tre quarti della partitura e si presenta come marchio di fabbrica del maestro e del filone di riferimento. Una musica uscita non sai da dove; referente, più che di eventi e situazioni – peraltro benissimo interpretati e ricreati -, di una personalità definita, d’una sensibilità spiccata. Non sempre il compositore permarrà a tali altezze; e però risultati come questo e simili gli hanno assicurato un posto in prima fila nella storia della musica per il cinema, la quale ben a ragione di lui si occupa. Che poi critici autorevoli come Sergio Miceli lo abbiano snobbato – il musicologo non gli dedica nemmeno una riga nel suo Musica per film del 2009 - fa parte del gioco: quella musica appare a molti ancora troppo “facile” e poco interessante dal punto di vista della sperimentazione e della ricerca. Di sicuro quel refrain Cipriani se lo portava dentro, forma preformata; al punto da riproporlo spesso tanto in modalità più o meno vagamente memori quanto come scoperta autocitazione. Lo ritroveremo in Cani arrabbiati (1974; almeno nella prima versione, ché poi in quella Alfred Leone – Lamberto Bava la musica, sempre sua, fu completamente riscritta, e non ne risulta incisione discografica) ed anche in Concorde Affaire ’79 (1979), qui in tutt’altro contesto; e forse, a scartabellare, potremmo riconoscerlo in altre occorrenze. Si tratta, qui, di melodie imparentate con l’archetipo: non identiche ma legate a quella base ritmica e a quel particolare timbro, che ritornano nella serie tv del 1993 L’ispettore anticrimine come “The Hot Chase”; ed ove ritroviamo pure, come “Main Titles”, l’autocitazione riarrangiata dal film di Infascelli, presente peraltro già in Tentacoli del 1977. Prima di passare alle conclusioni, accostiamoci al secondo momento, “Criminalità urbana”, virato sulla suspense. Piccole percussioni, basso; poi il pianoforte scordato che s’imparenta con il celebre tema de La polizia ringrazia e gli archi strappati – veri passe-partout all’azione, all’evento drammatico che si rapprende in uno spasimo fibrillante - che ancora citano il film di Vanzina; segue una seconda sezione con gli archi sospesi e in registro grave, di poi il basso e il flauto distorto. Ripreso in “Vicoli al buio” e “Malviventi”, abbinato al tema principale. Furbeschi riutilizzi per campare di rendita (peraltro autorizzati dal genere che impone i suoi topoi obbligati), officina di autoriciclaggio (ma che cosa faceva Rota, che ripescava a più non posso tra le sue composizioni da concerto, riversandone cospicue parti nei lavori per il cinema? e Morricone?), intrigante gioco di specchi? Tutto ci può stare, e convivere: l’espediente comodo, le costrizioni di registi e produttori che spesso chiedono al musicista di ripetersi, il gusto dell’autocitazione, il recupero di un’idea da sviluppare ulteriormente. L’opera omnia di un autore si presenta sempre circolare, il che non vuol dire ripetitiva. Meglio sarebbe parlare (con i dovuti distinguo: alcuni si ripetono con inerzia) di coerenza stilistica, fedeltà a se stessi. Si dice spesso che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, perché non dovrebbe valere per gli “scrittori di musica”? Nello score v’è anche spazio – piccolo ma importante - per pagine più rilassate e dolci: pause liriche entro un contesto di ritmi e timbri forti. “Attimi di malinconia” accontenterà i fan del Cipriani sentimentale, che qui non incappa nel sentimentalismo. Una melodia andante e sinuosa, orchestrata con arte (il compositore ha sempre rivendicato il pieno controllo sulla propria musica, da lui composta, orchestrata e diretta: un vanto del nostro artigianato, paziente lavoro di bottega disciplinato da una sola mente: i nostri musicisti – quelli preparati - hanno sempre fatto tutto da soli senza avvalersi di collaboratori esterni – prassi invece molto diffusa negli States ove in luogo della “bottega” opera il “dipartimento musicale”; fondamentali in tal senso anche le dichiarazioni di Morricone. Piano e organo, poi piano e batteria; ripresa con una sorta di trombone; successivo malioso dialogo di contrabbassi, orchestra e chitarra acustica; ripresa finale con piano e fascia Hammond. Viene riproposto in “Solitudine” con clavicembalo, basso ed una notevole tromba (o flicorno) smaltata, spessa che s’interfaccia con chitarra e batteria.
      
Nel successivo La polizia chiede aiuto il compositore, per non deludere le attese generate dalla precedente OST (si sa che, quando si fa bene, si è costretti a continuare), inventa nuovi spunti che si intrudono nella musica “poliziesca” e le conferiscono una patente di originalità. Ci riferiamo ad un coro di bambini intonante brevi fonemi indecifrabili, una sorta di tla tla che si combina con carillon, flauto basso, trombetta e persino echi di trombone: “La dolcezza dei bambini” appunto, resa in maniera composta, senza leziosaggini (l’infanzia è difficile da mettere in musica), e ripresa in “La dolcezza dei bambini #2” con crescendo combinato di coro, ottoni e tromba d’una soavità potente. Il tema “infantile” (suggerito, come vedremo, dalla narrazione filmica) confluisce poi nella sezione riservata alle dinamiche di polizia; e qui (“Titoli”) abbiamo un bell’esempio di contaminazione stilistica. Apre il sibilo degli archi, crisma della tensione, eluso dal successivo coro infantile pronunciato sul pianoforte e riecheggiato dagli archi; poi il fraseggio del coro è appannaggio del trombone sull’orchestra in ritmo, e diviene altra cosa, si effonde in volute dinamiche ed energiche, il poliziottesco fa il suo superbo ingresso. Le note si effondono sull’uscita delle liceali al termine delle lezioni, jeunes filles a rischio perdita d’innocenza. Ripreso in “Finale (versione ritmica)” e “Finale (seconda versione”) senza mutamenti di rilievo. “L’incipit del film era piuttosto forte, con la macchina da presa che inquadra una soffitta dove si vedono piedi femminili per poi proseguire e scoprire il primo piano di una bambina di 14 anni, impiccata. Qui cominciano i problemi per un compositore, perché una ragazzina impiccata è una cosa grave. La soluzione mi venne in mente pensando a un coro di bambini, con degli archi molto alti, in La bemolle. Era l’immagine della purezza infranta, una forma di rispetto per la morte di questa bambina […]” (4). Ancora una volta dobbiamo dire grazie al cinema per le opportunità di idee offerte ai suoi musicisti. La vicenda raccontata è invero particolare. La morte della ragazzina – omicidio e non suicidio come all’inizio si era ipotizzato - avvia un’inchiesta che approda al mondo della prostituzione minorile, affidata al sostituto procuratore Vittoria Stori (una bella e signorile Giovanna Ralli) coadiuvata dai commissari Silvestri e Valentini (Claudio Cassinelli e Mario Adorf), e che dovrà arrestarsi quando arriverà a lambire “nomi che non si possono toccare”. Un killer elimina i testimoni scomodi e per poco non accoppa anche il procuratore. Il boia opera con una mannaia da macellaio, con tutte le conseguenze del caso. Il regista (un Massimo Dallamano in stato di grazia) mescola poliziesco e thriller/slasher (polizio thriller secondo la definizione di Gianni Bartolini), mostrandosi a proprio agio in entrambi, e realizza un film teso e crudo. Rimangono impressi il bagno lordo di sangue ove è avvenuto uno smembramento, la ricomposizione del cadavere (trovato in un bagagliaio, lo apri e la testa rotola giù) all’obitorio e l’urlo atroce di colei che deve riconoscerlo, una mano mozzata in primo piano; ma anche le registrazioni dei convegni tra le lolite e i maturi facoltosi insospettabili maiali, che paion vere e suscitano disagio. Memorabili la sequenza del killer che insegue la Ralli in una rimessa, brandendo la mannaia, di lei che si acquatta sotto un’automobile, fugge poi in ascensore, e l’arma le passa a pochi millimetri dal bel volto atterrito. Indimenticabile il massacratore nerovestito che si aggira tra le scale e i corridoi di un ospedale ove è ricoverata una testimone pericolosa, perfetto senso dello spazio e dell’inquadratura (come dire: Argento era bravo, ma non c’era solo lui). Non si finirebbe più di citare. Il compositore glissa sugli aspetti truci, sceglie la chiave dinamico/avventurosa e quella “dolce”, prosegue lungo la linea “cantabile” sua propria. In aggiunta al “tema dei bimbi”, ecco “Teneramente”: chitarra, clarinetto ed un bel piano amorevole intonano una melodia che diviene romanticamente maestosa con l’apporto dell’orchestra d’archi e si lascia ascoltare con diletto. Desolato e crepuscolare “Dramma nella città” per pianoforte (scordato) ed archi protratti in volute e poi solisti. Con “Tensione” e “Violenza urbana” la musica si appropria delle valenze narrative specifiche del polizio thriller. Il primo elargisce un efficace ostinato, archi in acutizzazione e glissandi con pause che somatizzano inquiete attese (tale “effetto” verrà recuperato – se la memoria non ci tradisce – ne L’ispettore anticrimine). Il secondo è puro dinamismo galvanizzante. Ermanno Comuzio ridimensionava la musica di Cipriani, legata a suo dire a stereotipi neoromantici “di una sdolcinatezza che la ritmica non riesce a nascondere” (5). Sì, in lui predomina una linea morbida che occhieggia anche in contesti che altri (pensiamo a Micalizzi, a Morricone) risolvevano in sonorità più aggressive ed asciutte. Poco male però: Cipriani è così, e ci piace così, le sue note carezzevoli sono un pronto soccorso per lo spirito affaticato. Questo “Violenza urbana” possiede peraltro energia da vendere. L’organo espande una melodia di quelle del compositore, fluida e gradevole, “compensata” dal sottofondo ultradinamico con piano in moto sciolto e ritmo funky, flauti distorti e fiati, echi jazz; di poi si passa agli ottoni svettanti sul sempiterno dinamismo pianistico. Ci si muove (ma non come su una pista da ballo), si opera, si insegue, si spara; soprattutto, si sogna. Pochi come il compianto maestro hanno insinuato, dolcissimo veleno, il romantico senso d’avventura del crime urbano, dell’azione che diviene urgenza d’una vita più piena, ricca, sostanziosa, motivante. Il segreto delle sue note “poliziottesche” è qui, propellente emotivo ad alta densità e non (solo) “sottolineatura servizievole” (rubiamo il sintagma a Sergio Miceli). Qui il tema secondario, “Violenza urbana” sarà recuperato come “Titoli” nel bellissimo La polizia è sconfitta (1977) di Domenico Paolella. E, intanto, siamo arrivati alla pentalogia… La musica di La polizia chiede aiuto è stata elogiata da Paolo Mereghetti, che nella sua scheda la definisce “notevole” (in seguito, non lesinerà epiteti da codice penale alle fatiche del compositore, “modeste”, “brutte”, “atroci”). Davide Comotti in “Nocturno” definisce la partitura “superba” (6). Nel trailer italiano il nome di Cipriani compare a chiare lettere e con pari dignità accanto a quello del regista e degli attori, e alle frasi di lancio: un onore riservato a pochi, e testimonianza di un’epoca nella quale anche il nome di un musicista poteva fungere da traino per il film (7).

La polizia ha le mani legate è, fra le tante cose, un esempio di come, partendo da un’unica frase melodica, si possa costruire un organismo vasto e vario. Dirige Luciano Ercoli, location una suggestiva e a tratti sinistra Milano (ottimamente ripresa da Marcello Gatti), interpreti Claudio Cassinelli, Arthur Kennedy, Sara Sperati, Franco Fabrizi. Si comincia con l’esplosione di una bomba nella hall di un albergo milanese. Indaga il commissario Rolandi (Cassinelli, tutt’altro che di ferro, con occhiali e lettore di Moby Dick) senza venire a capo di niente, mentre coloro che sanno sono eliminati uno dopo l’altro. Soggetto attuale per l’epoca (le immagini dei funerali delle vittime dell’attentato sono quelle “vere” di piazza Fontana), virato su quella strategia della tensione che allora era pane quotidiano del nostro paese; oggi, a suo modo un documento. Meno violento di altri, è comunque un film ben girato ed interpretato, con alcune finezze psicologiche e grande musica. Il maestro va a colpo sicuro, fedele a se stesso e sempre entusiasmante. E con attimi, ben graditi, di una certa asprezza: se non melodica in senso stretto, timbrica sicuramente. Clavinet e pianoforte “duro” sono ancora protagonisti; e poi trombe, chitarra elettrica a dodici corde, effetti metallici, e l’orchestra flessuosa e galeotta. Le 22 tracce sono altrettante variazioni, come accennato, di un identico percorso melodico. In questi casi il rischio è la monotonia; però, se sei bravo lo eviti. Come qui avviene: la frase originaria si moltiplica in travestimenti che la trasformano confermandola. Può essere azione, paura, minaccia, tenerezza, nostalgia; mutevole nella sua uniformità, quadro impostato su pochi colori e tante nuance. Ciò grazie a un leitmotiv non proprio aggressivo eseguito da un piano (elettrico?) che si fa strada tra un basso in ritmo sdoppiato, accenni funky e clavinet abbondante, e che si espande in un successivo segmento disteso e fluido interpretato dagli archi. Brano molto Cipriani, bello e interessante, impostato sulla convivenza fra due registri: quello cantabile e duttile, che agevolerà le varie trasmutazioni, e la base veloce e trascinante, evocatrice del demone dell’azione, dell’avventura, del confronto. Squisitamente orientati al poliziottesco sono “Grande inseguimento” (archi sincopati, clavinet, tema in mano ai fiati e poi all’orchestra tutta), “Strade violente” (pianola che enuncia il tema, sfondo impetuoso con piano ribattuto ed effetti della chitarra elettrica in crescendo), “Caccia grossa” (davvero teso e dinamico, puro ritmo chase con l’orchestra in piena mobilità, piano martellato, tamburi, chitarra dura a dodici corde, tromba; ma anche cenni melodici del flauto e pause con effetti sospensivi preludio a nuove riprese: uno dei momenti migliori), “Inseguimento secondo” e “terzo” (quest’ultimo con batteria quasi tribale), “A tutte le volanti!” (tromba e clavinet), “La caccia è finita” (buona ripresa dei “Titoli” con la sola base), “Finale” (con il clavinet solo in apertura, eccellente prologo). La linea tensiva è presente in “Sangue sull’asfalto” con pedale dei contrabbassi ed effetti “freddi” prima di approdare alla ripresa, lenta e con piano secco. Meglio ancora si effonde in “La città all’alba” ove flauto distorto, pedale, percussioni minacciose e richiami tematici progrediscono drammaticamente sino alla conclusione “tagliata”. “Nuove indagini” aggiunge il sinket ed esasperazioni della chitarra elettrica. “Sulle tracce del crimine” è recupero lento su sfondo di grancassa: un buon esempio di dinamismo controllato, come anche “Angoscia” e “Piano criminale”, fortemente apprensivi. “Attesa drammatica” è tutto nel titolo, lento riavvio con chitarre elettriche. “Agguato” è l’unico momento privo di citazioni tematiche, risolto in borborigmi, rotolio di percussioni e accordi del basso: suspense di buon livello. Sprazzi di calma sono “Il commissario Rolandi”, versione dimessa ed orecchiabile con pianola, chitarra e batteria, molto “leggero”; “Tranquillità” (pianola su chitarra cristallina e gentile: “tranquillo” con sentimento); “Attimo di tenerezza” (tromba su fascia sintetica avvolgente e strumentini con curioso effetto “militare”, poi la pianola); “Momento romantico” (pianola, chitarra, basso, batteria in crescita, flicorno: molto gradevole). Brevi pause e piacevoli in una partitura movimentata ed euforizzante.

A completare, le cosiddette “versioni singolo”, i brani pubblicati sui 45 giri dell’epoca (Cinevox MDF 044: La polizia sta a guardare; Cinevox MDF 058: La polizia chiede aiuto; Cinevox MDF 073: La polizia ha le mani legate). L’ascoltatore puntiglioso potrà divertirsi a cogliere qualche minimo elemento di diversità. Ci sono però due momenti, “Pandora” da La polizia chiede aiuto e “Papaya” da La polizia ha le mani legate, che si presentano nuovi. Erano il lato B dei vinili ricordati. Appartengono entrambi alla vena sentimentale del compositore, in bilico tra romanticismo e softcore. Chitarra, sax, piccole trombe, flauto, batteria suadente improntano i due pezzi ad un languore sospiroso ma non svenevole, cui il tempo di samba (in “Papaya”) conferisce un supplemento di spensierata sensualità.
Chiude un brevissimo estratto dalle recording session con note di accordatura e la voce del compositore, sufficienti a ingolosirci sul backstage, ovvero tutta la fondamentale fase della registrazione: un retroterra oscuro, prosaico; ma anche affascinante, ciclopica fucina indispensabile alla perfezione tecnica del suono.

Le consonanze di melodia e di ritmo delle tre score riportano al concetto di trilogia (o quadri, o penta, come appurato): cioè ad un organismo unitario, qui una saga poliziesca – o “poliziottesca”, se non suona sfregio - mirante all’unità pur nel moltiplicarsi degli spunti narrativi. Tutto deve tenersi, e tenere, in questa megapartitura, cattedrale di note che la mano dell’artefice inventa (cioè, trova), plasma, scompone e ricompone, avvia le sparse fila e le riannoda in dovizia d’interscambi. Di qui, ad un ascolto settoriale, il rischio di confondere gli spunti, le difficoltà di attribuzione, il sentore di déjà entendu. Felice confusione, beato smarrirsi entro un flusso che scorre – come il fiume di Eraclito - in positiva autoreferenzialità.

Mezzo secolo è trascorso da quei suoni, quei timbri, quella ritmica, quegli strumenti, tutti connotati e identificabili, “sigle” nel senso migliore. Ascoltati oggi, si rivestono del fascino del modernariato, del vintage: icone di una maniera di fare musica – e cinema - che adesso non è più, né potrebbe. L’immaginario è troppo mutato, come è giusto, o forse solo inevitabile. Stabilire se la transizione sia proceduta dal bene al meglio, o dall’ottimo al pessimo, è difficile dirlo ora. La nostalgia gioca brutti scherzi, deforma le prospettive, altera i parametri di giudizio. Rimane la certezza di una musica evocatrice di mondi scomparsi, e bellissimi. Scusate se è poco.

(1)    http://www.colonnesonore.net/contenuti-speciali/interviste/4678-le-cose-avvengono-perche-devono-avvenire-intervista-esclusiva-a-stelvio-cipriani.html
(2)   https://www.davinotti.com/film/la-polizia-sta-a-guardare/1180
(3)    7 note in rosso. Tracce di groove nelle colonne sonore italiane degli anni ’70, in “Nocturno” 186, giugno 2018, p. 48.
(4)    Ivi, p. 40.
(5)    ERMANNO COMUZIO, Colonna sonora. Dizionario ragionato dei musicisti cinematografici, Roma, Ente dello Spettacolo Editore, 1992, p. 100.
(6)   https://www.nocturno.it/movie/la-polizia-chiede-aiuto/
(7)    https://www.youtube.com/watch?v=9wiLfbCxAu0

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