La abuela

cover la abuelaFatima Al Qadiri
La abuela (Id. - 2021)
Quartet Records QRLP25
18 brani – durata: 34’67”

Una immedicabile presbiopia vizia i nostri occhi davanti alle manifestazioni creative della contemporaneità, complici un pregiudiziale misoneismo connesso all’idea che il meglio appartiene al passato, la pigrizia, non ultima la difficoltà di tenere il passo dietro ad un multiforme proliferare di manifestazioni e tendenze in una prospettiva ormai globale. Disorientati, intimoriti dall’ingovernabile molteplice ci rintaniamo nelle certezze di un ieri (più o meno lontano, più o meno vicino) stabilizzato nelle sue gerarchie valoriali e reso prezioso dalla nostalgia. Non fa eccezione l’ottava arte -coeva e sorella della settima, le più giovani -, la quale conobbe essa pure la sua epoca aurea e rivendica una propria classicità forte di nomi e di opere e strenuamente difesa contro le invasioni barbariche. Poi, potremmo scoprire che i nuovi venuti non sono così negativi: una messa a fuoco più precisa, un incontro fortuito ci schiudono inedite occasioni audiovisive, imparagonabili col glorioso passato (che non può essere frutto solo di idealizzazioni e deformazioni memoriali) e tuttavia interessanti, dotate di fascino e personalità. Il duo Di Bona/Sangiovanni ha più volte centrato il bersaglio, il medesimo dicasi di Kristian Sensini. Fabio Massimo Capogrosso ha creato un’ottima score per il recente Esterno notte di Marco Bellocchio. E chi lo sa quanti altri ancora che ignoriamo, lontani dalle abbaglianti sirene della visibilità mediatica, lavoratori oscuri, impregnano di belle note la celluloide italiana e straniera (accanto ai molti che non escono dallo steccato di un anonimo servizio, oggi come allora: la grande musica del cinema è una storia di eccezioni, la vera arte un’eccezione alla regola della mediocrità, che tale resta ancorché celebre e ben remunerata).
Nel nostro rabdomantico errare ci siamo adesso imbattuti in La abuela, horror datato 2021 dello spagnolo Paco Plaza, e relativa score opera di tal Fatima Al Qadiri, nome che si aggiunge a quello di altre compositrici. (Anche la musica del cinema ha le sue quote rosa, e ben vengano, portatrici di originali tocchi d’inventiva e sensibilità. Le nostre Nora Orlandi e Silvia Leonetti, decana la prima, allettante promessa la seconda; Rachel Portman, Anne Dudley, Tamar-Kali, Pinar Toprak…). Il nome di subito evoca un Oriente altro, remoto. Non quello odierno delle teocrazie fondamentaliste, della repressione dei diritti, sessuofobo e misogino. Invece quello sognato da un’Europa a corto di materia prima attraverso i reportage di Marco Polo nei secoli del basso Medioevo, e fiabesco delle Mille e una notte nella traduzione di Galland ai primordi del secolo diciottesimo. Bastano un nome, una incerta risonanza, a mostrare un possibile percorso, ad aprire nuovi mondi. Fatima è una quarantunenne compositrice kuwaitiana di origine senegalese con all’attivo alcuni lavori pervasi da mistero e misticismo quali Asiatisch e Medieval femme (“album fantastico e medievale che ha le sue radici nella sensualità della depressione” ispirato ai Classical Poems by Arab Women del periodo Jahiliyya, l’era preislamica del XIII secolo: https://flash---art.it/article/la-spirale-sensuale/; ultimo accesso: dicembre 2022)  e autrice al momento di due OST, per Atlantics di Mati Diop (2019) e per il film di Plaza, entrambe apprezzate in sede critica ed insignite di riconoscimenti (César nomination for Best Original Score per la prima; nomination Spanish Goya Award in the category of Best Original Score per la seconda). Per La abuela scrive un commento di sicura suggestione, rielabora i cliché della scary music con intelligenza e competenza, offre una partitura aderente alla storia, alle immagini – e questo è il minimo sindacale - ma – e per ciò siamo qui a discorrerne - con una propria identità e dignità che le guadagnano una seconda più ricca vita.
Paco Plaza frequenta l’horror da sempre, nel suo curriculum troviamo Romasanta (I delitti della luna piena, 2004), Veronica (2017), la trilogia Rec (2007-2012), oltre al thriller Quien a hierro mata (2019). E’ un esponente di quell’area ispanica (e messicana) che ha infuso nel genere connotazioni arcaiche, simbologie rituali, paure ancestrali spesso inserite in contesti di rassicurante (?) modernità. Cineasti immaginifici quali Narciso Ibáňez Serrador, Agusti Villaronga, Armando de Ossorio nel passato secolo; e Alejandro Amenábar, Juan Antonio Bayona, Andres Muschietti, Sergio G. Sánchez, Jaume Balagueró, Galder Gaztelu-Urrutia e a seguire nel nuovo millennio (che, se manterrà le premesse dei primi vent’anni, sarà davvero siglo de oro), hanno plasmato opere di grande presa figurativa, gallerie di tableau perturbanti, antologie di incubi in bilico lungo la linea ambigua di un fuori che è il rovescio freddo e cupo del dentro, o finestra affacciata sul fuori da ambedue le parti. Che cosa racconta, che cosa (non) ci fa vedere La abuela (“La nonna”), degno di illuminare di buia luce la sala buia, confinato da noi nel limbo delle piattaforme, distribuito per contro nei luoghi deputati in Spagna e Francia, presentato in anteprima mondiale alla 69° edizione del San Sebastián International Film Festival e subito dopo alla 54° edizione del Sitges Film Festival, approdato all’interno della sezione dedicata all’horror e al bizzarro Le stanze di Rol della 39° edizione del Torino Film Festival, premiato dalla giuria del Festival internazionale del film fantastico di Gérardmer? Materiale in Rete se ne trova, tra cui un trailer che ingolosisce (https://www.youtube.com/watch?v=NE6YrUzcKeA; ultimo accesso: dicembre 2022). Per il cartaceo, si può leggere la bella recensione di Marcello Aguidara in “Nocturno” (luglio 2022, n. 235, p. 23; e che La abuela sia pellicola notturna – anzi nocturna - è evangelica certezza), dove l’opera è inserita nel “filone geriatrico” dell’horror, “che utilizza la decadenza del corpo umano come presagio della paura più grande, quella della morte”, e definita “apologo orrorifico sulla bellezza e la sua fugacità”; partita da un approccio intimista, “lascia spazio a eventi inspiegabili e spaventosi, che superano gli orrori della vecchiaia e approdano verso lidi inspiegabili”.
Susanna (Almudena Amor), modella madrilena che vive a Parigi, deve fare ritorno nella sua città a causa di un ictus che ha colpito la nonna Pilar (Vera Valdez). Si avvia una convivenza badante-assistita dapprima tranquilla, in seguito sempre più strana: la ragazza è perseguitata da incubi, scopre un diario d’infanzia ove è menzionata una certa Eva, fanciulla oppressa da atroci visioni. Sempre più a disagio e timorosa, Susanna cerca una casa di cura per la nonna; quest’ultima muore, poi resuscita, compie un rito, e per la ragazza è l’irreparabile. Dire di più non sarebbe corretto. Horror esistenziale, più d’atmosfera che di effettacci (ma le immagini della abuela devastata dalla vecchiaia, macilenta ossuta digrignante, sono crude e profetici pugni nello stomaco: mutato nomine de te fabula narratur), sorretto da un mirabile senso dello spazio, di massima interno (la vicenda si svolge per tre quarti dentro un vasto appartamento), avvolto in una policromia monocroma funzionale e pittorica con predominanza dei marrone e dei beige e nuances verde cupo e bordeaux e ambrate delle lampade in un processo d’interazione che fa risaltare la banalità dell’uso corrente del colore a cui l’odierno cinema tv ci ha abituati; con scenografie vintage (divani, poltroncine, paralumi, vasi decorati, specchi, cuscini, candele, pavimenti a palchetto, tappeti, archi interni e corridoi lunghissimi) seducenti e claustrofobiche, fotografate al meglio da Daniel Fernández Abelló. Basta osservare la locandina per coglier un décor tra il baviano, l’argentiano, il fulciano, i tre maestri nostro vanto con i quali certo cinema ansiogeno deve e dovrà confrontarsi. La score si segnala per alcune precise caratteristiche. Intanto, la scelta del suono campionato che predomina con i suoi timbri glaciali. Beninteso, il matrimonio horror/elettronica è d’antica data, connubio talora di comodo, talora opzione consapevole. Qui, suoni sul serio alternativi, ricercati, che penetrano sotto la pelle comunicando una inquietudine vera, ci trascinano in una dimensione liminare, sono “cose da un altro mondo” parallelo ma non troppo, spesso intersecante quello dell’esperienza sensoriale diretta. Poi, il profilo nel complesso moderato della partitura, d’effetto senza ricorrere al terrorismo di troppa scary music, per lo più inversamente proporzionale alla muscolarità esibita. Non che manchino i crescendo e qualche inciso forte, però tutto suona sotto controllo, si può rasentare ma non varcare la soglia dell’eccesso: il tanto che basta a suggerire arcane presenze, pericoli indefiniti, catastrofi dietro l’angolo. Tale padronanza delle risorse, amministrate con pregevole misura, è un punto di forza: si allude, si suggerisce, sarà chi ascolta a fantasticare su quei suoni reticenti. In fine, da sottolineare l’assenza di linee compiute e precise. Diciotto momenti, taluni una manciata di secondi altri non superiori ai 3’, privi del tematismo proprio della musica del cinema che procede di preferenza per forme chiuse e bestia nera dei compositori più avveduti i quali - vedi Ennio Morricone - si sono inventati strategie di superamento di una prassi superata in quanto tale oltre che mera convenzione audiovisiva. L’unità viene recuperata piuttosto nell’atmosfera onirica, malsana che pervade le varie tessere del mosaico: al termine dell’ascolto riemergiamo da un fondale sonoro compatto, cappe funeree asfittiche rinviantisi in circolarità allucinata. E dunque, se la parte possiede una propria autonomia fruitiva, sarà il tutto, ovvero l’audizione integrale, a darci il senso di una sinfonia chiaroscurata, tutta anfratti e linee d’ombra. Scendendo nel dettaglio e procedendo nell’ascolto, si consolida la percezione che la musica rispetti la consequenzialità filmica (se così davvero fosse, saremmo di fronte ad una vera «colonna sonora originale»). Si racconta insomma una storia che è, sì, quella narrata per immagini e dialoghi; ma anche – e prioritariamente - un percorso musicale con una coerenza, una ragion d’essere, un principio, uno sviluppo con tutte le sfumature, i passaggi, i salti di tono e di timbro, una conclusione.
La prima traccia, “Abuela”, è preludio, stato nascente. Dal silenzio erompe una voce femminile, stentorea, che pronuncia Abuela!, seguita da uno scampanio discreto e quasi sereno che sfuma nell’astratto con suoni isolati e sospesi; riprendono le campane, più minacciose e accompagnate da effetti metallici, si approda a zone potenzialmente insicure. Prologo è anche “Diagnosis” (traccia 2): una seconda voce di donna enuncia (in spagnolo) la diagnosi, la parziale demenza che ha colpito Pilar. Si noti come l’inserimento di un estratto vocale dal film (scelta, crediamo, della compositrice) non sia ricerca di un realismo a buon mercato; piuttosto, una sorta di recitativo secco, propedeutico allo svolgimento che contempla la presenza della voce (femminile in prevalenza) sia in forma melica sia come elemento di ulteriore disturbo all’interno di sonorità già di loro poco tranquillizzanti. Il campionario è dovizioso e ben articolato. Può essere la voce sola, di ragazzina, che chiama Pilar, Pilar, encantada (“Adela”). O, come in “Diario”, un inizio parlato che si apre a quattro accordi replicati d’organo con inserti di flauto basso e pianola (la mimesi degli strumenti «naturali» è plausibile, ne evoca il timbro e al contempo ne conferma il carattere altro), specie di nenia infantile; poi s’incunea una fascia greve che innesca una nota diversa, minaccevole e soffoca l’incipit melodico sino a farsi eco malata e stoppare di brutto. Mix di misticismo e suspense è “Perdida” con voci claustrali alternate a effetti sinistri. “Chin up” apre con voci questa volta maschili, riverberate su fascia scura gracchiante, procede con accordi sospensivi e rapidi innalzamenti di tono, tenui percussioni e segmenti metallici. “Witchcraft” presenta voci in gemito e grida accennate, fasce vocali, organo elettrico crescente, momenti statici, per chiudere con arpeggi minimalisti (arpa) in prospettiva meno cupa. Immoto “Estás segura” con doppia voce di donna, pedali acuti e gravi che espandono la durata e un moderato crescendo. Voci muliebri sole, generici rumori ed effetti vento in “Sleeping Beauty”. Clima rarefatto, «magico» in “Magical Girl” con arpa e voci. Poi “Cuerpos”, a chiudere il tutto. Fascia ruvida e incombente (mimesi contrabbassi?) che approda al quasi rumoristico: introduzione ad un corale femminile, solenne e sospeso in registro acuto su base sorda, inno incompiuto con varie riprese sino al finale con voce sola e misteriosi «respiri» nell’ombra (viene in mente il lovecraftiano whisperer in darkness): adeguata conclusione di una discesa agli inferi che potrebbe ribaltarsi in ritorno alla vita, il tono è enigmatico, di certo coerente con il finale double face, la diversa sorte riservata alle due protagoniste. L’elemento vocale, campionato e fantasmatico, immerge la score in una temperie mistico-orrorifica. Il resto intensifica l’ansia, opprime quel che basta, riempie le orecchie e lo spirito di densa negatività. Predominano, lo si sarà compreso, la tensione statica, l’immobilità delirante: un understatement di contenuti e di forme. Ecco “Los relojes” con fascia elettrificata, corde in pizzico, borbottii ascendenti. Ecco “Del otro lado” (titolo eloquente) con accenni percussivi e pedali gravi espansi. “Traición” e “Traición dos” sono monotonia di spazio e tempo rattrappiti, chiusi, con rapidi incisi tematici di flauto basso e pianola, perforanti nell’iterazione. “Quemadura” dispensa effetti scuri dell’organo in tenebroso accumulo. Clima sospeso ma tranquillo in “El baño” (organo riverberato e abbozzi minimalisti). “Volver” è il momento di più sottile malinconia e piccolo manifesto della poetica riduzionista di Fatima Al Qadiri. Un frantume melodico affidato all’arpa (campionata) poggiante sulla consueta fascia e suddiviso in microblocchi separati da pause brevi e sempre più immateriali sino a divenire larve sonore disperse: solitudine, ansie sotterranee, disagio strisciante. Una sosta presaga, ancora qualche pagina aleatoria (“Magical Girl”, “El baño”): poi si imboccherà il corridoio della paura in un crescendo tensivo culminante nelle esoteriche penombre di “Cuerpos”.
La abuela è offerta dalla Quartet in un luccicante vinile argenteo rigorosamente limited (500 copie), affidato alle cure di Chris Malone e pensato per pochi ma buoni audiofili: un pezzo pregiato e museale da includere nei chiusi archivi degli insofferenti ai successi stagionali, alle classifiche, all’omologazione del gusto e del sentire perseguita dalle major.

Stampa