Teho Teardo Plays Twin Peaks and Other Infinitives
Teho Teardo/AA.VV.
Teho Teardo Plays Twin Peaks and Other Infinitives (2025)
Spècula Records 015
9 brani – Durata: 39’55”

Il pluripremiato e nominato compositore e musicista Teho Teardo (L’amico di famiglia e Il divo di Paolo Sorrentino, Diaz e Orlando di Daniele Vicari, Palazzina Laf di e con Michele Riondino) è tornato il 31 ottobre scorso sulle scene musicali con questo album di sue composizioni slegate dall’ambito delle colonne sonore, anche se tre dei nove brani presenti appartengono alla serialità cult di Twin Peaks del compianto Angelo Badalamenti.
“Teho Teardo Plays Twin Peaks and Other Infinitives” è un disco tra brani originali e cover in cui le <<Infinitives sono verbi all’infinito da poter declinare per affrontare il momento complesso che stiamo vivendo. Sono frammenti melodici presenti nelle composizioni di Barbara Strozzi, Henry Purcell, J.S. Bach, Angelo Badalamenti, arrivati fin qui perché viaggiano nell’aria, come canti di uccelli registrati la notte, nei boschi>> (come poeticamente descritto dallo scrittore Paolo Pecere nel libretto del CD). Queste Infinitives, in cui Teardo suona e prepara una lunga sequenza di strumenti vari, si aprono proprio sul tema di culto “Falling”, come la serie I segreti di Twin Peaks del 1990 per il quale fu composto dall’italoamericano Badalamenti (1937 – 2022) per il sodale amico David Lynch (1946 – 2025), coverizzato in maniera fiabescamente superba, usando una voce fanciullesca (Vito Bondanese) che va a metamorfizzare lietamente la vocalità femminea onirica originaria della OST ad opera di Julee Cruise, accentuandone cellule eteree e fantastiche, rese ancora più astratte dal piano centellinato di Stefano Bollani, uno tra le molte special guest di questo CD.
Teardo così descrive com’è nato questo concept album: <<Mi sono chiesto se mentre ero lì immerso nel buio del bosco mi stessi innamorando di qualcosa, senza sapere di cosa si trattasse. Ho ritrovato quella domanda in una canzone, “Falling”, che per questo motivo apre il disco. E così la melodia del tema di Twin Peaks mi pare arrivata fino a me attraverso i canti degli uccelli. Ho cercato altri frammenti melodici e li ho ritrovati tra le composizioni di Barbara Strozzi, Henry Purcell, Angelo Badalamenti e persino Bach. Anche queste melodie sono state tracce che mi hanno guidato nella ricerca all’interno del suono. Le ho trasformate in un nuovo contesto armonico che fosse soltanto mio>>.
“Eravamo senza saperlo” debutta con un gocciolio ritmicamente dispari, reso ancora più liquescente dal sopraggiungere di un piano melodicamente jazz e minimale al contempo di un Bollani sotteso nella performance, su un violoncello e violino solisticamente alternati, tutto sempre più in levare e convulso sino ad una terminazione nervosa timbrica finale che lascia come sospesi e stupiti. “Fuochi alleati” risuona fantasmatico tra rudimenti percussivi ‘lontani’, un piano cantabilmente melanconico, vocalizzi di Susanna Buffa spiritati, che sembrano un theremin sci-fi, ed un cello grave su archi tremebondi e tesi. “Laura Palmer’s Theme” è affidato tensivamente agli archi e al piano ribattuto di Bollani, che ne eseguirà con enfasi, subito dopo, il tema, al suono/verso di uccelli, ad una linea di violoncello perpetuante da cui si dipana con estrema calma opprimente il famoso leitmotiv di Badalamenti. “Twin Peaks Theme” parte con uno schicco di dita, piano di Bollani che performa la celeberrima aria in punta di fioretto e una batteria jazzy, accompagnata di lì a poco da archi ariosi e romanticamente inquadrati dalla chitarra baritone in contraltare, finendo con un profluvio pianistico e di pizzicati di corde varie dal timbro puntillistico. “L’insonnia delle rondini” scritto con l’attrice inglese Keeley Forsyth (Povere creature), che lo canta recitativamente con voce cupa e dura, è un brano di musica concreta dai tratti Bartókiani solo apparenti, che nella seconda parte assume gradazioni minimal-pop fortemente declamatorie e controverse (gli strappi del cello sono a chiare lettere un urlo di protesta contro l’aggressione umana alla natura che ci può solo che salvare dalle nostre nefande ignoranze perpetranti e boriose). “L’unico confine è la pelle” è puro misticismo tra vocalismi artefatti della Buffa, Laura Bisceglia e Flavio Massimo, su arpeggiamenti degli archi quasi striduli e addolorati in un adagio senza fine, puntellato da un synth modulante suoni ondulatori utopistici anni ’50, a sua volta liquefatto sempre dagli archi, vocalizzi eterei e un segnale d’allarme che appare e scompare: un brano che sarebbe stato perfetto contrappunto alle vicende mistiche di Interstellar o quelle celesti di Dune. “The Ghost of Piacenza”, originalmente composto per Medicine, uno spettacolo teatrale di Enda Walsh, è un raffinato crescendo emozional girovagante su se stesso, un pezzo per archi e cello solo, nonché un fiume di effetti percussivi e sintetici da renderlo astrattismo duro e puro senza tregua: un incubo sonoro ribellante e liberatorio in un certo qual senso. Con la traccia “And the Birds Will Have Their Say” finisce questo album: una voce recitante rauca del regista Abel Ferrara regge una traccia composta per l’opera teatrale Dante’s Paradiso XXXIII di Elio Germano e lo stesso Teardo. Il brano è un’elegia potentemente soavizzante e divinatoria tra un Johnny Greenwood in stato di grazia e un Reznor & Ross prima maniera, che sa affatturare.
Ci teniamo a chiudere con un’altra affermazione di Teardo su questo suo lavoro: <<Stefano Bollani mi ha aiutato a sondare questi universi. Il suo pianoforte è stato una lente di ingrandimento, uno strumento di conoscenza più approfondita, un sostegno nella ricerca. A lui, alle voci di Keeley Forsyth, Abel Ferrara e del piccolo Vito Bondanese, a tutte le musiciste e i musicisti che hanno suonato in questo album sono grato per ciò che abbiamo scoperto>>. Una scoperta che resta dentro a lungo dopo averla ascoltata in completo silenzio emotivo.