05 Mar2014
Botte di Natale
Pino DonaggioBotte di Natale (1995)
Epic - EPC 478431 2
29 brani – Durata: 65' 59''

Ultimo film della “coppia d'oro” Bud Spencer-Terence Hill, capisaldi assoluti della produzione cinematografica italiana, che finiscono con lo stesso genere di film con i quali iniziò la loro fortunata avventura sul grande schermo. Il primo film che girarono insieme fu infatti il western “leoniano” Dio perdona... io no!, scritto e diretto da Giuseppe Colizzi nel 1967 (con Spencer al suo debutto davanti alla cinepresa, mentre Hill è un attore con alle spalle già una quarantina di film con ruoli minori ma accreditato come Mario Girotti). I due lavoreranno insieme anche nei successivi western I quattro dell'Ave Maria (1968), La collina degli stivali (1969) e i loro due film più celebri, Lo chiamavano Trinità... (1970) e ...continuavano a chiamarlo Trinità (1971). È anche la penultima comparsa di Hill sul grande schermo, mentre l'erculeo Pedersoli continuerà ancora a lavorare per il cinema per conto suo. Nel 2010 la celebre coppia riceve un David di Donatello alla carriera.
Come in un sistema siderale, le “botte” con le quali i due hanno riempito gli schermi per oltre vent'anni ritornano tra le pistole facili e le gole secche del western casereccio, in questo caso più nostrano che mai, nel bene e nel male. La co-produzione è italo-tedesco-americana e foraggiata dal vecchio produttore della serie Winnetou; l'avrebbe dovuto dirigere Enzo B. Clucher come un ritorno di Trinità e Bambino (che invece, forse per questioni di diritti, qui si chiamano Travis e Moses). Jess Hill (figlio di Terence) compone soggetto e sceneggiatura, Giuseppe Pedersoli (figlio di Bud) è il produttore esecutivo e Terence, oltre che interprete, si mette anche dietro la cinepresa. Film simpatico ma pressoché ignorato dal pubblico e ben presto ritirato dalle sale (uscì nel dicembre 1994). La pellicola funziona in alcune scene prese a sé stanti ma nell'insieme risulta monotona, priva di una storia convincente e carica di “carne trita” che delle vecchie icone rispolvera tutto, abiti, gag, battute e sganassoni (Hill si presenta con lo spolverino indossato ne Il mio nome è Nessuno vent'anni prima). Anacronistico e crepuscolare, Botte di Natale si avvale della colonna sonora di un sempre ispirato Pino Donaggio, concittadino e amico di Terence Hill, alla seconda collaborazione registica con lui dopo il Don Camillo del 1983. Anche per Donaggio è un ritorno al genere western dopo Amore, piombo e furore di Monte Hellman di sedici anni prima. Chiuderà la triade western donaggiana Il mio West di Giovanni Veronesi del 1998. In sintonia con l'intento quasi più nostalgico-celebrativo del film, Donaggio crea una partitura policroma, aderente e ispirata, perfettamente rispettosa dei ritmi della pellicola, per certi versi risollevandone la sorte e l'inevitabile impantanamento della fragile sceneggiatura già entro la prima metà del girato. Il compositore veneziano racconta il western secondo stilemi non tipicamente all'italiana, riecheggiando la timbrica orchestrale di Elmer Bernstein, ma non dimenticando il linguaggio beffardo e manieristico del nostro Spaghetti, fondendo il tutto in una personalissima rivisitazione ad alto gradimento non solo del western Spencer-Hill, ma di tutto un genere senior della produzione cinematografica italiana, ormai obsoleto e condannato a una tabe di dolo cronico. Ed è un Donaggio presago che nella cellula melodica della traccia “The Night of Peace” prelude già al suo più tardo lavoro per la fortunata serie TV Don Matteo (brani “La luce dell'anima” e “L'insegnamento”), quasi a omaggio dello stesso Hill (che non a caso gode anche di temi chitarristici di umore western quando sfreccia sul set “a cavallo” della sua bicicletta). Più indirizzato al comico (con un'unica scena di “tensione drammatica” con il morso del serpente al bambino, impallidito omaggio – ma ci si augura di no - a True Grit di Hathaway), il film si presta a brani che dall'immaginario a stelle strisce legato all'epopea del West traggono i ritmi vernacolari e le soluzioni timbriche tipicamente caratterizzanti, pur non cedendo alla tentazione di farne abuso, ma sapendosene doverosamente staccare per assumere toni descrittivi più di clima che di contenuto, pur non rinunciando a un aggancio mnemonico utile allo spettatore con la traduzione contestuale. Se in brani come “Crossroad Fight” troviamo il trionfalismo orchestrale anni Sessanta del western d'oltreoceano con movimenti degli archi stenograficamente iperbolici in acuto e gli ottoni e le percussioni che farciscono le armonie e accentano i tempi forti e le cadenze, in “Mother's Farm” ascoltiamo un uso più di mano minimalista, con un ostinato ad archi medi che incorniciano il cantus dei corni francesi e delle trombe, grammaticalmente erede delle polveri hollywoodiane ma spiritualmente sensibilizzato e identificato dal nuovo touch creativo dell'autore che, mai sazio e tranquillo, si nutre di esperienze dirette e indirette – anche primordiali - rivisitandole consapevolmente e restituendole a perfetto uso e consumo artistico e applicativo, garantendo estetica, stile, rigore, efficacia. E così nel West c'è spazio anche per il boccheriniano e cameristico gustoso esercizio di stile neoclassico “Tea and Cookies”, omaggio del compositore al suo passato adolescenziale di esecutore violinistico con i Solisti Veneti di Scimone e i Solisti di Milano del compianto Abbado. La scena è quantomai ironica e, come dice il titolo del brano, mostra Travis e Moses intenti a uno sforzo di buona educazione alimentare a tè e frollini in contrasto con le loro più rudi abitudini (nel corso del film si era già assistito alla pantagruelica deglutizione di una padella di fagioli – anch'essa mutuata da Trinità). C'è spazio anche per la trenodia, il degüello tiomkiano e suoi epigoni (tra cui il primo e più celebre tema morriconiano “Per un pugno di dollari”) e il brano è il serioso- parodistico “The Return of Ringo”, nel racconto della presunta tragica morte in duello dello “zio Travis” con il temibile Ringo e in una reale scena di duello “alla Leone” (degenerante poi in “botte”). Quindi tromba solista in modo minore con cadenza messicaneggiante e successivo rallentamento con inserimento di banjo, clarinetto, incudine, fagotto, flauto, pizzicati d'archi e percussioni beffarde, fino al rientro del tema per tromba. Anche nel bellissimo “The Fight Before Christmas” si fondono i ruspanti ritmi cavallereschi con riposanti fondali di archi in sostegno acuto che sottendono il tema delle viole (poi ripreso dalle percussioni cromatiche) fino all'innesto dei legni (flauto e oboe) che sbriciolano l'integrità del tema aperto. L'armonica a bocca di “The Final Journey” riprende il tema della song del film e ricorda il Donaggio più dylaniano di Amore, piombo e furore, offrendoci un'altra faccia, pur tipica, dell'America e del West. Se in “The Prairie” ritroviamo l'andamento compositivo del citato “Mother's Farm” col solo contorno atematico con inserti urtanti di armonica (Leone?), in “The Night of Peace” si spurga tutto il condannato perbenismo puritano del film, che finisce con l'affossare la credibilità e l'affiatamento della stessa coppia dei “troublemakers” (questo il titolo originale inglese del western), con la “conversione” degli uomini dello sceriffo che, la Notte di Natale, dovrebbero arrestare Travis e Moses ma vi rinunciano sentendo i bambini intonare “Silent Night”. Il brano di Donaggio si sostituisce nel livello extradiegetico alla musica interna, con la solennità dell'orchestra e delle voci vocalizzate del coro della Bulgarian Symphony Orchestra di Sofia che, come un angelico inno natalizio in crescendo di intensità, commentano l'incedere degli uomini armati che alla fine ritireranno le pistole. La scena descritta è stata tagliata nella versione straniera del film. Questa visione musicale del Natale risulta più solennemente occidentale, tendenzialmente liturgico-innologica. Ma l'America e il suo West non sono tali senza i ritmi del country e l'occasione per esporlo è la scazzottata finale, gimmick nel genere a stelle e strisce, pur tuttavia educato e accessorio, e invece fracassone, ingordo e rovinosamente slapstick nel made in Italy, anche grazie al duo in questione. “Christmas Flight” (con l'intelligente gioco di parole in doppio senso) commenta il “rodeo” finale dove vola di tutto come nella tradizione del peggior Carnimeo e pure i banditi vengono catapultati su un improvvisato albero di Natale. Il tutto al suono di un country con saloon piano, un modulare di chitarra elettrica - che tornerà grammaticalmente in una di poco prossima partitura donaggiana - con inserti del tradizionale carol natalizio “Merry Christmas to the World” cantato da voci bianche (giustificate a livello filmico dalla partecipazione dei figli di Moses alla funambolica e bonaria scazzottata, mentre una delle figlie di Moses “dà il titolo” al film). La carismatica voce di Terri Nunn della band New Wave americana dei Berlin interpreta la canzone dei titoli di coda “I'm Coming Home” di Steffan-Donaggio, sostanzialmente un Gospel che dell'America dunque ci offre anche questa manifestazione artistica, coerentemente natalizia.