15 Mag2014
The Unknown Known
Danny ElfmanThe Unknown Known (2013)
La-La Land Records LLLCD 1298
25 brani – durata: 60’10”

«Perché quest’uomo sta sorridendo?», recita la frase di lancio del film di Errol Morris. Se troviamo la risposta a questa domanda probabilmente troviamo anche la chiave di interpretazione più appropriata per il singolare approccio musicale di Danny Elfman, compositore che viene identificato con l’idea stessa del “fantasy”, ad un documentario tagliente, polemico e per molti aspetti agghiacciante. Va da sé che occorre preliminarmente precisare chi è “l’uomo”: Donald Rumsfeld, Segretario alla Difesa degli Usa sotto l’amministrazione Ford dal ’75 al ’77 e poi nuovamente sotto l’amministrazione di Bush figlio, dal 2001 al 2008, arco di tempo durante il quale egli fu di fatto la mente e l’anima dell’intervento americano in Iraq.
Il che ci connette automaticamente ad una precedente esperienza elfmaniana nel documentario, sempre per Morris, con Standard Operating Procedure (2008), terribile e secco reportage sugli orrori di Abu Ghraib e sulle sevizie dei soldati americani ai danni dei prigionieri iracheni. In un certo senso il prequel di questo The unknown known, attraversato lucidamente dal terrificante cinismo e dal machiavellismo d’accatto del protagonista, politico di professione e vocazione nonché guerrafondaio convinto.
Un contesto dunque particolare, che avrebbe pienamente giustificato l’utilizzo di brani di repertorio; viceversa il metodo adottato da Elfman evoca una decisa drammatizzazione degli eventi comportandosi in tutto e per tutto come musica da fiction, anche se il compositore appare qui lontano dalla propria abituale, lussureggiante e visionaria tavolozza timbrica. Il “Theme from Unknown” oscilla tra un mi bemolle maggiore e minore, su un monotono ostinato di archi a sostenere prima il pianoforte poi un oboe solitario; sembra uno stile quasi anonimamente minimalista, fondato su cellule ritmiche elementari, iterate e prive di aperture tematiche. L’effetto è quello di una suspense interiore allarmante, che crea intorno al protagonista, intervistato dal regista, un perimetro di diffidenza e timore.
Tuttavia, inoltrandosi nell’ascolto, emergono nella partitura tratti più riconoscibili, che si congiungono in un affresco vagamente surreale; innanzitutto il coro di voci bianche che cantilena in “Two sides” e “Rummy’s theme” un temino innocentemente lunare, che sembra uscito dal retrobottega di qualche luna-park timburtoniano. Altra componente di bizzarra suggestione è la presenza delle marimbas (“Marimba foghorn”), che non ha alcuna intenzione esotica ma contribuisce a rendere ancora più “alieno”, quasi marionettistico, il sound. La combinazione di questi elementi (piano, archi, marimbas, coro, più alcuni inserti elettronici puri come in “Ford assassination”) dà come risultante una partitura liquida, mossa, ondivaga, e di fatto indecifrabile; il coro si fa onnipresente, in funzione straniante, e si moltiplicano episodi solistici come il violoncello con vibrafono di “Snowflakes”, o si segnalano new entries come l’organo elettrico in “”Shakespeare”; lo staccato degli archi sembra un punto di congiunzione di moltissime pagine, creando un effetto di sospettosa apprensione. In realtà si attende continuamente che accada qualcosa, che però non accade mai; molte tracce sembrano venire da qualcuna delle moltissime sequenze fantasy musicate da Elfman (ad esempio “The Haynes memo”) ma senza mai la valvola di sfogo delle sue celebri, tutilanti esplosioni di colore. “What you know” riprende il tema iniziale, che il pianoforte tinge di una pensosa mestizia, “Reagan” inizia per arpa e pianoforte e poi accoglie i lenti, quasi timidi movimenti degli archi, “Absence of evidence” si basa ancora su una serie di ostinati, “Geneva” fa dialogare vibrafono, arpa, coro e celli, “Limits” riprende il leit-motiv fra mille titubanze, “Dora Farms” giustappone l’organo elettrico alle marimbas sulle pulsazioni degli archi (che tra l’altro disegnano sempre il medesimo percorso basato sulla doppia esposizione della stessa frase discendente, prima staccata poi legata). Non vi è, in tutto lo score, la percezione di alcuna progressione; tutto vi risuona statico, fisso, meccanico. Come i primi piani sornioni di Rumsfeld e l’inesorabile impudenza dei suoi ragionamenti. Se in “Abu Ghraib”, memento della precedente esperienza documentaristica di Elfman, celli e bassi risuonano cupi sulla scansione delle marimbas, “Detainees” si discolta un po’ da questo trend estendendo l’orchestrazione ad ottoni e campane, e “Better to not go” è un desolato, armonicamente inquieto adagio per archi con il cello solista in evidenza. Spiazzanti sonorità elettroniche aprono “Joyce”, che poi si sviluppa come una tenera ballata, laddove i Main Titles, malinconici e sommessi nel moto degli archi e nel disegno melodico del piano, evaporano tra coro e marimbas in un immaginario, onirico empireo. Molto bella, nel gioco dei rubati e nella mobilità del fraseggio, la versione conclusiva per piano solo di “Unknown”, che riporta il nucleo della partitura alla propria essenza francescana, rigorosamente sobria.
Ed è proprio questo aspetto, probabilmente, a sconcertare i fan del compositore di Amarillo, abituati a ben altre manifestazioni di sgargiante sontuosità sinfonica; ma, nello stesso tempo, è anche l’opzione che rende questa partitura, pur nella sua reticenza e nella sua programmata “normalità”, carica di intrigante interesse.