Mister Moses & The Betsy

John Barry
Il filibustiere della Costa d’Oro (Mister Moses, 1965)
Prometheus Records XPCD 176
13 brani – Durata: 41’12”

John Barry
Betsy (The Betsy, 1978)
Prometheus Records XPD 177
15 brani – Durata: 46’28”
A quattro anni dalla sua scomparsa, la figura di John Barry continua a rivelare lati poco o per nulla esplorati dalla discografia, soprattutto per quanto attiene a quella filmografia “minore” cui il musicista – in particolare fra gli anni Sessanta e Settanta – prestò volentieri la propria opera. Questo rende ancora più benvenuta la doppia operazione editoriale con cui la Prometheus di James Fitzpatrick pesca due partiture-simbolo dei decenni citati (epoca nella quale Barry era super impegnato con la saga di 007) e, commissionandone l’esecuzione alla City of Prague Philharmonic sotto la guida di Nic Raine (già orchestratore e assistente di Barry), sforna due prime registrazioni integrali assolute, corredate dalle analitiche note di copertina di Frank DeWald, che impreziosiscono la discografia del maestro permettendoci di apprezzarne ulteriormente lo straordinario eclettismo e la vena creativa inesauribile.
Dal Kenya di Mister Moses alla Detroit regno dell’automobile di Betsy, il salto appare abbastanza lungo e non solo per i 13 anni che intercorrono fra la prima e la seconda fatica del musicista britannico. A differenza del primo film, questo diretto da Daniel Petrie e tratto da un romanzo del bestseller-man Harold Robbins è stato un grande successo al box-office, sicuramente per il suo disinvolto mix di passioni (anche incestuose), lotte di famiglia, motori e agonismo, nel quale fu coinvolto tra gli altri un mostro sacro come Laurence Olivier. Anche in questo caso siamo dinanzi ad un inedito assoluto, visto che dello score si conosceva sinora solo il meraviglioso, nostalgico love theme. Quest’ultimo è una delle due idee portanti del lavoro, l’altra essendo costituita da un tema armonicamente molto prossimo, esposto in forma languida, desolata nei Main Title e da un magico, delicatissimo pianoforte in “He and she”; qui dominano completamente gli archi, una sezione da cui Barry sapeva trarre scrigni melodici di infinita bellezza e poesia, in un trattamento strumentale disteso e arioso. Anche il morbido sax alto che dialoga con il pianoforte nell’”Angelo’s theme”, su un soffice tappeto di archi, è quanto di più barryano si possa immaginare nella trasparenza timbrica e nella pacatezza dell’andatura, appoggiata sugli archi e sugli arpeggi tenui del pianoforte. Siamo nel nucleo più irresistibilmente sentimentale della vena compositiva del musicista, ribadito dalla squisita eleganza dell’assolo di violino in “Win one, lose one”: promana un senso di morbida, accattivante malinconia da queste circonvoluzioni armoniche che si inseguono mollemente sostenendosi a vicenda e talora assottigliandosi in lenti, gravi accordi degli archi sui quali vagano sperduti un violoncello o una linea di violini primi (“Grandfather/It’s all in the family/Working on Betsy”): malinconia che può facilmente trascolorare in senso di tragedia e di lutto, affidati al timbro cupo sempre degli archi, in “Loren’s suicide”. L’andamento quietamente orizzontale dello score è saltuariamente spezzato da alcune incursioni più movimentate e accidentate, come il brontolio dei bassi di “In bed”, o da un nuovo ricorso a stilemi bondiani (dissonanze strategiche, fluttuare di vibrafono, tremoli sul ponticello, riverberi, note di spinetta) in “Angelo is beaten”; ma di nuovo torna la dolce tristezza del tema conduttore nel flauto di “What took you so long?”, prima delle nuove, respingenti dissonanze degli ottoni in “Samson gets it/Angelo takes over”, con un disegno insistito e sinistro degli archi sul rintocco funebre dei timpani e sulle note gravi, percussive del piano. Un conflitto che pare appianarsi solo nel sognante, luminoso valzer degli End titles, in cui il tema principale appare traslitterato in un’atmosfera quasi viennese.
Come si vede, siamo ancora una volta davanti a casi di film senza dubbio “minori” dotati di partiture maiuscole in termini di valore aggiunto, entrambe caratterizzate da un colore preciso e inconfondibile che, sommato al dono unico di un’inventiva melodica straordinaria, fanno risaltare una volta di più la profondità e la sapienza dello stile musicale di John Barry.