Eyes Wide Shut

Cover Eyes Wide ShutAA.VV.
Eyes Wide Shut (id. - 1999)
Warner 9362-47450-2
14 brani – Durata: 57’42’’

Ultimo film di Stanley Kubrick. Colonna sonora al solito calibratissima, beffarda, inquietante, bella nella maniera meno consolante e più terribile. Del resto, è ciò che Kubrick ha sempre fatto: prendere in mano musiche belle, bellissime e usarle appunto proprio in virtù della loro nuda e fredda bellezza musicale, spogliandole però di ogni possibile significato positivo ulteriore, di ogni consolante emotività. La musica nei film di Kubrick è una lama affilatissima e sfuggente. Si pensi proprio all’apertura di Eyes Wide Shut con il “Waltz 2 from Jazz Suite N°2” di Dmitri Shostakovich: brano fluido, elegante che contrappunta l’eleganza e la fluidità della vita dei protagonisti Alice e Bill. Un’eleganza che però è apparenza, non essendo altro che un patetico velo posto sopra i dubbi e i segreti di una relazione di coppia difficile e ingarbugliata. E allora anche la grazia del valzer di Shostakovich è falsa e menzognera? Pensiero intollerabile, che spinge quasi alla repulsione verso il brano stesso. Ma Kubrick ha forse mai realizzato film tollerabili e pacifici?
E allora via, si passa a tutt’altro genere, alla suadente e acida “Baby Did a Bad Bad Thing”, a “Strangers in the Night” in versione strumentale, all’essenzialità estrema e cristallina della Musica Ricercata di Gyorgy Ligeti, ma il dubbio resta, e si insinua sempre più a fondo. Che ruolo hanno musica e canzoni in Eyes Wide Shut? Se il film racconta l’astrazione e lo straniamento di ciò che regola la vita sociale nel nostro emisfero di mondo, racconta gesti, pensieri e parole spogliati di ogni concretezza e verità, allora la musica cos’è? È anch’essa astrazione, puro mezzo per costruire un senso cinematografico e artistico ma certamente non umano né emozionale?
Kubrick coreografa la sequenza del rituale misterioso e dell’orgia a cui assiste Bill su due brani di Jocelyn Pook, “Masked Ball” (versione riscritta per il film del pre-esistente “Backwards Priests”) e “Migrations”. Difficile anche qui decifrare il ruolo dei due pezzi, considerando l’impasto di verità, inganno e artefatta messa in scena che costituisce la misteriosa cerimonia. E forse è proprio questa la chiave: ciò che vediamo e ascoltiamo non è altro che una messa in scena. La realtà stessa è una messa in scena.
Il fascino delle selezioni musicali di Kubrick per le sue soundtrack è talmente forte che forse, per un momento, sarebbe meglio abbandonarsi all’ascolto e alla visione, e alle loro infinite e inesplicabili suggestioni. Perchè se si tenta invece di scavare in quei brani, di carpire il ruolo segreto ma così crudelmente esatto e preciso che essi assumono incastrati fra le immagini del film si rischia di esserne così spaventati da non riuscire più ad ascoltarli. E nemmeno Kubrick, pur nella sua chirurgica e sottile spietatezza, avrebbe voluto che smettessimo di ascoltare Shostakovich.

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