The Silly Symphony Collection 1929-1939

AA.VV.
The Silly Symphony Collection 1929-1939 (2015)
Walt Disney Records D002175401 – Edizione limitata 5000 copie
8 vol., 16 lp/digital download
Volume 1: 1929-1930
The Skeleton Dance
El Terrible Toreador
Springtime
Hell’s Bells
The Merry Dwarfs
Summer
Autumn
Cannibal Capers
Night
Frolicking Fish
Arctic Antics
Midnight In A Toy Shop
Volume 2: 1930-1931
Monkey Melodies
Winter
Playful Pan
Birds of a Feather
Mother Goose Melodies
The China Plate
The Busy Beavers
The Cat’s Out
Egyptian Melodies
The Clock Store
The Spider And The Fly
Volume 3: 1931-1933
The Fox Hunt
The Ugly Duckling
The Bird Store
The Bears and the Bees
Just Dogs
Flowers and Trees
Bugs In Love
King Neptune
Babes In The Woods
Santa’s Workshop
Birds In The Spring
Father Noah’s Ark
Volume 4: 1933-1934
Three Little Pigs
Old King Cole
Lullaby Land
The Pied Piper
The China Shop
The Night Before Christmas
Grasshopper and the Ants
The Big Bad Wolf
Volume 5: 1934-1935
Funny Little Bunnies
The Flying Mouse
The Wise Little Hen
Peculiar Penguins
The Goddess of Spring
The Tortoise and the Hare
The Golden Touch
The Robber Kitten
Volume 6: 1935-1936
Water Babies
The Cookie Carnival
Who Killed Cock Robin?
Music Land
Three Orphan Kittens
Cock O’ The Walk
Three Little Wolves
Elmer Elephant
Volume 7: 1935-1937
Broken Toys
Toby Tortoise Returns
Three Blind Mouseketeers
The Country Cousin
Mother Pluto
More Kittens
Woodland Café
Little Hiawatha
Volume 8: 1937-1939
The Old Mill
Wynken, Blynken & Nod
Moth and the Flame
Merbabies
Farmyard Symphony
Mother Goose Goes Hollywood
The Practical Pig
The Ugly Duckling

Ad ulteriore dimostrazione del suo monopolio assoluto nel regno dell’immaginario che dura da quasi un secolo (monopolio conquistato sul campo, quindi ampiamente meritato) “la” Disney – chissà che direbbe papà Walt se sapesse che il suo parto è stato ormai definitivamente femminilizzato – ha dominato l’ultimo scorcio dell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle con due eventi discografici assoluti: da un lato il nuovo Star Wars di John Williams, a lungo atteso e sicuro oggetto di studio e analisi per il futuro; dall’altro però, e di gran lunga più rilevante sul piano culturale ed editoriale, il forziere che la major ha confezionato e licenziato in tiratura limitata, e del quale qui ci occupiamo.
Di cosa si tratta, malgrado la monumentalità dell’opera, è presto detto.
Nel 1927 Walt Disney crea, durante un viaggio in treno da costa a costa, il personaggio di Mickey Mouse, ossia Topolino, inizialmente muto. Nel ’28 però, forte dell’avvento del sonoro nel frattempo intervenuto, Disney completa la sua creatura con l’anello mancante, la musica e più in generale la colonna sonora. Cosicchè il 18 novembre 1928 al Colony Theatre di New York debutta il primo disegno animato con sonoro sincronizzato prodotto da Disney, il leggendario Steamboat Willie. Il successo di questo titolo, e dei suoi seguiti come Plane Crazy e The Gallopin’ Gaucho, è immenso e Disney comprende, con il geniale intuito che gli apparteneva, che il connubio fra cinema d’animazione e musica può essere straordinariamente fertile: così assume il compositore Carl Stalling (1891-1972), che all’epoca fa il pianista accompagnatore di film muti, e gli affida la direzione musicale di una serie di cortometraggi che nell’arco di un decennio perfezioneranno sino a vette impensabili l’universo d’animazione disneyano, preludiando e preparando il terreno all’avvio dei lungometraggi che avverrà con Biancaneve e i sette nani del ’39. Nascono così le “Silly Symphonies”, o “sinfonie allegre”, ma anche “sinfonie pazzerelle”, 75 capolavori in forma di cortometraggi di pochi minuti (massimo 10), alcuni arcinoti (la “Skeleton Dance”, “Three little Pigs” che lancia la planetaria “Who’s afraid of big Bad Wolf”, “The wise little hen” in cui debutta Paperino), inizialmente privi di dialogo e in bianco e nero, ma dal ’32 (“Flowers and trees”), con l’abbandono del sodale Ub Iwerks e il passaggio alla United Artists, prodotti anche nel nuovissimo Technicolor e arricchiti dal parlato, pur rimanendo la musica il loro perno centrale. Altri compositori si aggiungono a Stalling ed entrano a far parte dell’empireo musicale disneyano, come Frank Churchill, Leigh Harline (l’autore di “When you wish upon a star” per Pinocchio), Bert Lewis, Albert H.Malotte: una talentuosa pattuglia di autentici orafi del suono e del pentagramma che in totale libertà creativa e dando prova di una immaginazione sfrenatamente sperimentale confezionano partiture millimetricamente sincronizzate sulle invenzioni grafiche disneyane, in una corrispondenza semantica tra percezione visiva e percezione auditiva dalla quale nascerà una tecnica, il cosiddetto “mickeymousing”, che si rivelerà fondativa per lo sviluppo di tutta la musica per immagini successiva.
Senza le Silly Symphonies oggi sappiamo che non sarebbero mai esistiti Biancaneve, Fantasia (la summa teorica nel lungometraggio della filosofia disneyana del suono), Pinocchio, Bambi, La bella addormentata e gli altri capolavori dell’animazione della major, in un’applicazione costante, metodica, scientifica di quella tecnica divenuta immediatamente cifra poetica e tramandatasi ben oltre la scomparsa del patriarca, praticamente sino ai giorni nostri e all’evoluzione tecnologica di quella produzione, sino all’era-Pixar ed oltre.
Ebbene, ora la Walt Disney Records insieme alla Fairfax Classics ha preso le 75 colonne sonore delle Silly Symphonies, le ha sottoposte ad una gigantesca opera di restauro a cura di Randy Thornton, Tommy Millstone e Jeff Sheridan e le ha ristampate affidandole non casualmente ad un supporto vintage come il vinile, per un totale di otto ore di musica distribuite in altrettanti volumi di due dischi ciascuno per un totale di 16 long-playing, ma con la possibilità (per il solo mercato americano) di digital downloading per l’intero set. Un’iniziativa senza precedenti, apparentemente utopistica nel suo rigore filologico, voluta dai produttori Kevin Augunas, Neil Schield e Jesse Obstbaum, e le cui motivazioni sono esaurientemente state chiarite da J.B.Kaufman, eminente storico disneyano che insieme al collega Russell Merritt ha pubblicato il fondamentale volume “Walt Disney’s Silly Symphonies” edito nel 2006 in Italia dalla Cineteca del Friuli, e qui ha firmato le dettagliatissime note di copertina con informazioni e analisi puntuali su ciascun episodio; «è universalmente noto – osserva infatti lo studioso – che le Silly Symphonies sono costruite intorno alla musica, ma la maggior parte di noi non riesce a guardare questi film senza essere distratta dall’elemento visivo. Questa uscita si basa su un’idea forte: isolare la componente sonora così da permettere di apprezzare, per la prima volta, la qualità di queste musiche. Ritengo che questo cambierà il modo con cui il pubblico guarderà questi cartoons». Una posizione che causerà svenimenti di massa fra le anime belle teorizzatrici dell’”indissolubilità” – soprattutto in questo caso - del matrimonio musica-immagine, ma che per chiunque abbia a cuore lo studio della musica applicata si rivela invece uno strumento straordinario di studio, approfondimento, analisi della componente musicale basilare nell’universo Disney, permettendo di valutare e apprezzare pienamente il genio fulminante di un manipolo di compositori la cui cultura e preparazione accademica era pari solo alla sfavillante, imprevedibile varietà di ispirazione.
Ora, non ci smarriremo qui (sarebbe materialmente impossibile oltre che superfluo) nella descrizione particolareggiata di questi 75 gioielli musicali. Ci limiteremo ad alcune sottolineature. Tra le primissime prove, la “Skeleton Dance” (1929) composta da Stalling sulle memorabili invenzioni grafiche di Iwerks, prima Silly Symphony in assoluto, è ancor oggi un sensazionale esempio di scrittura in sinergia tra effetto sonoro e musica; se il modello è la “Danse macabre” di Saint-Saëns, l’asciutta timbrica stravinskyana, il senso del ritmo, l’elemento grottesco (comune a tutto il ciclo, con punte di umorismo surreale: non a caso Stalling sarà anche un compositore-pilastro dei Looney Tunes Warner Bros.) ne fanno già un capolavoro. Il protagonismo simbolico della musica è dichiarato già in questo debutto, e rimarrà una costante per l’intera serie, dove il suono scaturisce direttamente dai vari protagonisti del cartoon, tutti variamente impegnati a “far musica”: qui gli scheletri-xilofoni, altrove le ragnatele-arpe o il coro di ranocchi, per non parlare della “guerra” di orchestre in “Music Land”. “Night” (1930) di Bert Lewis, incorporando il “Bel Danubio blu” di Strauss jr. e la “Al chiaro di luna” beethoveniana, dimostra la conoscenza e padronanza totali che questi musicisti avevano del repertorio classico nonché la capacità di reinventarlo con arguzia e rispetto, sempre con funzione significante rispetto al contesto e con assoluta devozione di fondo al modello preso a prestito. Lo stesso dicasi per “The spider and the fly” (1931) dove Stalling si appropriò liberamente di materiali di pubblico dominio come la “Cavalleria leggera” di von Suppé e un lied schubertiano; “The ugly duckling”, ossia il brutto anatroccolo, ha due versioni, una del ’31 e un’altra, più elaborata, a colori del ’39 nella quale Malotte sfodera un repertorio irresistibile in cui sfilano componenti jazzistiche, echi ciaikovskiani e componenti provocatoriamente patetiche risolte in un sinfonismo multicolore che profetizza l’imminente esplosione audiovisiva dei lungometraggi. Il celeberrimo “The night before Christmas” (1933), da cui trarrà ispirazione dopo il proprio apprendistato nella casa-madre Tim Burton per il suo Nightmare before Christmas del ’93, è una sorta di geometrica sinfonia dei giocattoli in cui Leigh Harline incorpora alcune delle più celebri melodie natalizie con inesauribile fantasismo contrappuntistico; il dittico formato da “Three little pigs” e “Big Bad Wolf” (1933-’34) è un capolavoro personale di Frank Churchill, che oltre a lanciare la già citata, celeberrima song, crea un’autentica coreografia fiabesca non priva di risvolti didattici come nelle strepitose pagine action dedicate ai ridicoli tentativi del Lupo Cattivo di catturare Cappuccetto Rosso. Impossibile poi non citare “Music Land” (1935), altra gemma di Harline, dove a fronteggiarsi – separate dal Mare della Discordia - sono l’Isola del Jazz e l’Isola della Sinfonia, entrambe rappresentate da fantasmagorie sonore che vanno da Beethoven a Wagner sino a scatenati ritmi dixie: qui vivono il loro amore impossibile alla Romeo e Giulietta un violino (donna) e un sassofono, rispettivamente accompagnati da movenze neoclassiche e swing sfrenato. Un altro capolavoro.
Quasi un’anticipazione di Fantasia è infine (ma l’elenco è puramente indicativo) da considerare “Farmyard Symphony” (1938), altro lavoro di Harline che parte dalla Pastorale beethoveniana per arricchirla con incessanti citazioni da Rossini, Verdi, Liszt, Wagner e persino von Flotow e Nicolai, in una sorta di antologia classica da manuale. In realtà, malgrado o forse proprio grazie alla estrema varietà di stili e suggestioni musicali che in questo meraviglioso, irripetibile decennio fra le due guerre ispirarono i compositori di casa Disney, il corpus complessivo delle Silly Symphonies, così riproposto all’ascolto puro, rivela una straordinaria compattezza e una stringente, quasi aristotelica unità concettuale. Come si diceva sopra, qui si gettano le basi non solo per gli sviluppi successivi del rapporto immagine-suono nel mondo di Disney, ma per il metodo e la prassi dell’allora nascente disciplina della musica per film.
Le fondamenta della cosiddetta Golden Age, insomma, si pongono qui; in una pre-storia che è già futuro, e che riscoperta oggi brilla di accecante modernità.