Basic Instinct
Jerry Goldsmith
Basic Instinct (Id., 1992)
Quartet Records QR203 – Edizione limitata 2000 copie
Cd 1, 22 brani – Durata: 71’59”
Cd 2, 20 brani + 4 bonus tracks – Durata: 53’34”

Quando nel 1992 Basic Instinct approdò come evento inaugurale in concorso al 45° Festival di Cannes, lanciando nel firmamento divistico la stella sexy della 33enne Sharon Stone, tra gli addetti ai lavori si fece rapidamente largo un’opinione condivisa: quel film non si meritava, o almeno non del tutto, un simile gioiello musicale.
Era un giudizio probabilmente troppo severo, frutto di un preconcetto diffuso intorno al cinema “eccessivo”, materialista, politicamente scorretto e ultraviolento di Paul Verhoeven: che in questa occasione confeziona un thriller ad altissima tensione, di elegante ambientazione e architettura, innervato da un erotismo malevolo, distruttivo e in qualche modo punitivo, nel quale accanto ad una spiccata misoginia si coltiva anche una sotterranea ammirazione per la dark lady centrale, secondo una visione assai più europea che hollywoodiana. Non a caso contro il film si sollevò negli States un’ondata di protesta delle associazioni gay, evidentemente stanchi di vedersi identificati come maniaci o serial killer.
A questo si aggiungeva una particolarissima “chimica” innescata tra i due protagonisti, sapientemente alimentata da un battage pubblicitario deciso a sfruttare il gossip più sfacciato, che proclamava nella Stone una bisex orgogliosa e in Michael Douglas un incorreggibile “sex addicted” (va detto che l’attore si presentò in conferenza stampa con un’aria effettivamente piuttosto provata…).
Al di là dell’aura di scandalo, resta comunque certo che lo score di Jerry Goldsmith, qui alla seconda delle sue tre collaborazioni con il regista olandese (dopo Atto di forza, 1990, e prima de L’uomo senza ombra, 2000), è un assoluto, abbagliante capolavoro che apriva quella fase decennale conclusiva e fertilissima nella carriera del compositore californiano, durante la quale egli ci ha lasciato partiture indimenticabili per film spesso dimenticabilissimi e di tutti i generi, elaborando costruzioni sinfoniche di mostruosa complessità e spessore moderno, con un respiro drammatico e a volte epico di travolgente immediatezza: citeremo solo per comodità Il primo cavaliere, L.A. Confidential, Air Force One, Deep Rising, Mulan, Il tredicesimo guerriero, La mummia, Haunting, Al vertice della tensione… Sono lavori fiammeggianti, di sfrenata inventiva timbrica e armonica, caratterizzati da un contrappuntiamo lussureggiante e da una tavolozza orchestrale straordinariamente composita e varia, oltre che da quell’imprevedibilità ritmica che è uno dei tratti distintivi del suo comporre.
Basic Instinct tuttavia li sovrasta tutti grazie ad un miracoloso equilibrio fra le sue due componenti principali: una morbosa, avviluppante sensualità e una sinistra, dilagante malvagità, il cui combinato disposto produce quell’atmosfera invasiva e intossicante di ambiguità che, come lo stesso Verhoeven ricorda, era il principale sentimento che gli interessava suscitare. Ed è esattamente da questa ambivalenza morale, sapientemente costruita anche grazie alla musica, che nasce la suspense del film, anche – ma non solo – in questo aspetto riallacciando il lavoro di Goldsmith alla lezione di uno dei suoi grandi maestri, Bernard Herrmann.
Ad un quarto di secolo dalla prima uscita Varèse e ad un decennio da una parziale extended edition della Prometheus (senza contare un paio di bootlegs usciti ad inizio dei 2000), ora la Quartet propone questa fondamentale partitura in una vera e propria edizione critica tecnicamente superlativa, composta dall’integrale dello score più la ristampa dell’album originale in una rimasterizzazione da manuale curata in Gran Bretagna da Bruce Botnick, prezioso ed esperto collaboratore del compositore. Il tutto accompagnato da un ricco booklet illustrato di 24 pagine con un lungo saggio-guida all’ascolto traccia per traccia curato da Daniel Schweiger, essenziale per orientarsi in una partitura labirintica e seducente, ma anche estremamente complessa e a tratti sfuggente, che non a caso viene qui riproposta in ordine rigorosamente cronologico. Detta complessità, tuttavia, non si fonda su elementi costitutivi particolarmente intricati o criptici ma piuttosto sulla loro reciproca interazione: anzi, i nuclei tematici di Basic Instinct sono di immediata e riconoscibile elementarietà. Il tema di Catherine, ad esempio, è un semplice, iterato motivo di due note discendenti interpretabile in ogni direzione: da quella più romantica e insinuante (come in “Crossed legs”, l’ormai leggendaria sequenza dell’accavallamento di gambe della Stone) ad una versione decisamente minacciosa e portatrice di una sessualità violenta (come in “Beth and Nick”). Analogamente, il tema dei Main title, ondulatorio, carezzevole e insidiosamente fascinoso nella sua esposizione dei flauti cui rispondono i violini divisi, il tutto avvolto da echi synth, possiede qualcosa di ipnotizzante e ubiquo, sospeso tra attrazione e repulsione; come tale, si salda perfettamente ad un secondo tema, detto “dell’inseguimento” ma più in generale addossato alle parti più movimentate del film (“Night life”), per le quali Goldsmith fa appello ad un dinamismo convulso, fortemente cadenzato, scatenando una frenesia sonora travolgente e irresistibile – che tocca forse l’apice in “Roxy loses”, martellato da percussioni selvagge – dove il sound plastico e scultoreo della National Philharmonic sotto la direzione implacabile dell’autore dà il meglio di sé. Questa tempestiva spontaneità comunicativa dello score vale ovviamente anche per le sequenze di sesso-omicidio, a partire da quella d’apertura (“First victim”), dove la progressione in crescendo di gruppi cromatici si fa soffocante sino ad esplodere in brutali accordi ferocemente ribattuti, perfette icone musicali di un orgasmo concepito e vissuto come la “piccola morte” di cui parlava Georges Bataille.
L’incessante, certosino lavorio di Goldsmith su questo materiale tematico crea un clima di oscura doppiezza intorno alla protagonista, come accade ad esempio nel superlativo “Catherine’s sorrow”, che manipola entrambi i temi principali per archi in una chiave addolorata e sospirosa, o in “It won’t sell”, che pone delicatamente a contrasto il tema di Catherine con una accattivante tessitura per piano e archi; utilizzando con oculatezza anche il reparto synth, soprattutto per creare effetti di riverbero quasi onirici, Goldsmith costruisce lentamente ma inesorabilmente un’atmosfera di angoscia e sospetto lungo lenti fraseggi degli archi contrappuntati da eteree esposizioni nei legni del tema dell’inseguimento (“The games are over”): è un’atmosfera capace di caricarsi di desolata malinconia e rassegnazione in “Evidence”, con i violini a disegnare una specie di estremo epitaffio marcato in chiusura dal motivo di Catherine. Con perfetta circolarità, film e score si chiudono in “An unending story/End titles”, momento rivelatore e di inafferrabile ambivalenza psicologica: Goldsmith riprende infatti il materiale di “First victim” riportandolo a temperature incandescenti sino al suo zenith apparentemente liberatorio, dopo il picco dell’estasi; ma ecco l’atmosfera reincupirsi tra fosche dissonanze e le note gravi del pianoforte, sino al dettaglio disvelatore alloggiato sotto al letto dei due amanti e accompagnato da una serie di spaventosi e irregolari schianti della percussione: solo a questo punto Goldsmith può riproporre, con impeccabile simmetria, la musica dei Main title per troncarla con un imperioso, ampio tratteggio dei violini scandito da pochi, bruschi e percossi accordi conclusivi.
Se tutto questo occupa il primo dei due CD Quartet, di non minore importanza da un punto di vista filologico è il secondo CD, dove è stata recuperata e “ripulita” la versione originale dell’album del ’92, che presentava molti di questi stessi brani ma in durata ridotta: e, proprio riguardo alle vicende censorie che accompagnarono il film costringendo regista e produttori ad una versione più “castigata” per il mercato Usa, di particolare interesse si dimostrano quattro bonus tracks composti da Goldsmith per gli adattamenti più edulcorati e meno aggressivi di alcune sequenze, come “First victim” (alleggerito ad esempio nella percussione) o “Beth and Nick” (decisamente meno rabbioso e impetuoso dell’originale).
Anche queste sono testimonianze tangibili di una magistrale sinergia che si era creata – persino nelle circostanze più difficili – tra compositore e regista: e che fa rimarcare a Verhoeven come questa partitura sia ancor oggi “una meravigliosa commistione di evocativa originalità e di audacia, pur nella sua estrema semplicità”.