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20 Apr2019

Intervista esclusiva a Joep Beving

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Interviste

Esplorando l’unione tra note ed esistenza- Intervista esclusiva a Joep Beving

Ogni tanto avviene, e quando accade è sempre un arricchimento personale notevole e un passo in avanti nella conoscenza di nuovi mondi musicali, provenienti da latitudini il più delle volte a noi sconosciute.
E’ accaduto con il compositore e pianista superbo Joep Beving, olandese di nascita e divenuto famoso sul web nel 2015 grazie a milioni di streams ottenuti dal suo album d’esordio, dal titolo “Solipsism”.

La sua musica è classica e minimale, con ascendenze new age ben marcate, ma sarebbe riduttivo descriverla così sbrigativamente.
In occasione dell’uscita discografica, avvenuta il 5 aprile scorso, del suo terzo album su etichetta Deutsche Grammophon (Universal), “Henosis”, a dir poco stupefacente, che chiude il trittico di ‘concept album’ iniziato con “Solipsism” e proseguito con “Prehension”, abbiamo avuto il grande piacere di intervistare un ‘gigante’ della musica, nel vero senso della parola, dato che Joep Beving è altissimo e incute un certo rispetto reverenziale nel vederlo, anche se poi parlando con lui si dimostra un omone appassionato di musica e un simpaticone; ci ha perfino intrattenuto con un concerto improvvisato al pianoforte, eseguendo 5 suoi brani colmi di fascinazione e atmosferici, da sogno favolistico ad occhi aperti. Speriamo di ascoltarlo all’opera su un lungometraggio o una serie, perché sarebbe veramente un gran sentire!



Colonne Sonore: Il piano è il suo strumento d’elezione e ascoltando le sue composizioni ho ravvisato echi classici di Chopin e Satie e un minimalismo, in parte new age, che proviene da Vangelis per giungere sino a Michael Nyman. E’ concreta tale mia percezione sonora?

JP: Per iniziare, ascolto Philip Glass, Arvo Pärt e Radiohead (risate). Può darsi che loro mi abbiano influenzato più di altri.

CS: E Vangelis che ho citato in precedenza?
JP: Si, è interessante! Quando ero giovane non mi piaceva assolutamente, non lo capivo, mi sembrava kitsch, però ora che sono cresciuto e sono invecchiato e in un certo modo riesco a capire il senso del suo lavoro, adesso credo che sia una mia fonte di ispirazione. La cosa interessante è che anche lui, come me, non era molto istruito nel modo di esprimersi musicalmente ma sperimentando è diventato di volta in volta più grande e ad un certo punto si sarà chiesto perché faceva musica in quel modo, qual era il motivo per creare quella musica. Il mio è creare una connessione, provare a farla il più universale possibile, cercando di connettermi con la maggiore quantità di persone possibile. Questo significa una ricerca di un qualcosa molto simile al Kitsch. Il Kitsch e il cliché è vero che sono cose noiose, e Vangelis ha navigato molte volte vicino al confine tra i due. E’ molto interessante come sia riuscito a creare un linguaggio sonoro universale senza scadere nel cliché o kitsch più tradizionale.

CS: Nel Cinema si è avvicinato alla composizione per immagini con tre cortometraggi drammatici, Hortum (2010), Het Cadeau (2015) e Final Review (2017). Cosa ha significato portare la sua musicalità in un contesto così restrittivo dal punto di vista compositivo quale la musica applicata?
JP: Questa è una domanda veramente complessa, vediamo: in verità ho lavorato in due corti, e in uno precedente, un progetto molto divertente, sono stato affiancato ad un altro compositore. In Het Cadeau la regista mi ha chiesto di fare la musica ed io mi ci sono dedicato molto “sottolineando” ogni momento delle immagini. Avevo poco tempo per scriverla e ho consegnato la partitura molto vicino alla scadenza. La regista mi ha detto subito “questo non sei tu”, quindi mi sono guardato indietro e la stessa sera ho scritto il pezzo “The Gift” che si trova in ‘Prehension’, che riflette il mio modo di comporre, cioè senza fare molta attenzione alle sequenze del film ed è anche il modo che ho seguito per fare il disco che si è materializzato successivamente. E’ una riga veramente sottile, questo perché non avevo e non ho ancora tanta esperienza nella composizione di musica per film, ma spero di averla un giorno.

CS: Le sue composizioni contengono sempre un concetto filosofico. Lei ritiene che la sua scrittura sia molto semplice da comprendere, però alla fine non è veramente così. E’ curioso, non è chiaro se lei vuole trasmettere un concetto o un sentimento?
JP: Ci sono diverse maniere di rispondere a questa domanda: il disco ‘Henosis’ è stato registrato in un momento della mia vita dove mi sentivo veramente alienato dalle persone attorno, a causa di una realtà che mi rendeva molto vulnerabile e ho iniziato a suonare il piano cercando essenze che potessi sentire vere, qualcosa di confortevole e delle quali fidarmi, e quando stavo finendo l’album e sono arrivato al momento di scegliere un titolo che incastrasse con la realtà fuori e dentro la mia mente, anche se le persone ti dicono che quella realtà non esiste, ho scelto ‘Henosis’, ossia ‘Unione, unificazione, unità’.

CS: In che modo osserva questa New Wave musicale che proviene dal Nord Europa, dato che lei ne fa parte, di compositori che stanno cambiando il modo di scrivere musica applicata alle immagini, ad esempio lo svedese Johan Söderqvist (Lasciami entrare, In un mondo migliore, Una folle passione), il finlandese Tuomas Kantelinen (Mongol, Hercules – La leggenda ha inizio, The Adventures – Gli avventurieri), il compianto, prematuramente scomparso, islandese Jóhann Jóhannsson (Prisoners, La teoria del tutto, Sicario, Arrival), nominato due volte all’Oscar, l’islandese Ólafur Arnalds (Electric Dreams) e il neo-vincitore dell’Oscar alla migliore musica, Ludvig Goransson (Black Panther, Creed 1 & 2)?
JP: Onestamente credo che alcuni compositori l’hanno fatto già in precedenza anzi penso che sia al contrario, credo che sia la musica per film ad influenzare i compositori della nuova generazione anche se non si occupano prevalentemente di musica per immagini. Desumo che i compositori della New Wave nordica cerchino di creare colonne sonore che rispecchino la vita reale delle persone; il loro è un complemento in note. Il film che hai nella tua mente o quello che di fatto vivi: penso sia questa la base creativa dei compositori che hai nominato… però questa è solo la mia opinione (risate).

CS: Cos’e mutato nel suo stile e nella sua vita privata dal suo album di debutto “Solipsism” a l’ultimo “Henosis”?
JP: Nessuno mai si aspetta che tutto questo accada… in un certo senso tutto è cambiato, ma in un altro è tutto uguale. Mi preoccupo di mantenere salda la vita famigliare, perché i miei bambini non hanno scelto un padre che viaggia per tutto il mondo. Cerco di non rimanere lontano per troppo tempo, però quando vado in viaggio cerco anche di godermi questa nuova vita, perché è molto gratificante conoscere tanti luoghi nuovi.
E’ un nuovo inizio, mi ci è voluto un pò a capirlo… ma giusto in tempo, prima della crisi di mezza età… (risate)

CS: La sua carriera ha inizio con la composizione di jingle per la pubblicità. Dopo arriva la sua musica classica con un lancio inusuale sul web usando lo streaming di Spotify. Un sistema assai attuale per far conoscere la sua musica denominata dai critici ‘neoclassica’. Condivide questa terminologia che è stata affibbiata al suo modo di comporre?
JP: Non ritengo che la mia sia musica classica, non ho pensato neanche a darle un nome. La composizione inizia a vivere con dei risultati…
Prendo in prestito un pò del vocabolario musicale classico, come quello classico presta il suo vocabolario al Jazz. In un certo senso uso la bellezza di questo vocabolario per creare canzoni pop abbastanza brevi, non in questo album, ma negli altri si (risate), senza andare nella complessità del classico, ovvero un suono più semplice, comprensibile: cosi la vedo io.

CS: Finora ha eseguito un solo concerto con piano solista, però ha portato in giro anche un concerto per orchestra e alcuni solo elettronici. Come muta per lei il modo di approccio durante i suoi concerti così diversificati? Le è venuto in mente di scrivere dei brani con liriche e usando anche la sua voce?
JP: Scrivere non è molto diverso dal comporre un pezzo per un piano solista o per un organico differente, eccetto che non sono molto bravo a trascrivere musica, pertanto compongo tutto e dopo mi faccio aiutare da un orchestratore. Facendo questo genere di musica sono diventato dipendente dal coinvolgimento di altre persone nel mio lavoro e ciò ha reso tutto molto interessante, portando a delle novità per i concerti dal vivo che abbiamo fatto quest’ultimo mese, nella speranza di mantenere l’attenzione del pubblico e cercando di creare un tipo di magia. Sono abbastanza sicuro che abbiamo raggiunto tale scopo ed è molto emozionante riuscirci sin dall’inizio. Ci sono molti fattori che influiscono. Ci sono alcuni pezzi che richiedono la “clip track”, ed è completamente diverso suonarli live, quindi spaventoso ed eccitante al contempo e speriamo l’anno prossimo di poter portare il mio show in altri posti nel mondo.
Poi, per la seconda domanda, nel disco precedente, ‘Conatus’, ho chiesto a uno dei miei cantanti favoriti di registrare una canzone ed è stata la prima volta che ho lavorato alla pari con un cantate. Magari potrei focalizzarmi a lavorare con la mia voce, ma forse potrebbe causare una serie di effetti strani nel processo, e non penso che io sia un bravo cantante. Ma è una cosa con cui posso sperimentare in futuro.

CS: In conclusione, le posso dire che avrei visto splendidamente aderenti alle sequenze di Blade Runner 2049 le sue composizioni, specialmente quelle dell’ultimo album, “Henosis”, e soprattutto il brano “Morpheus’ Dream”, come effettiva colonna sonora del sequel del 2017, piuttosto che quella scritta da Hans Zimmer e Benjamin Wallfish che ritengo non appropriata…
JP: Si? Dobbiamo parlare, allora, con Ridley Scott (risate). Scherzi a parte, mi piace Han Zimmer. Interstellar è una colonna sonora fenomenale, che è divenuta per me definitivamente un’ispirazione. Poi Ennio Morricone che ho sentito in concerto due anni fa ad Amsterdam. Non ci sono parole!

Traduzione a cura di Claudia Sabater.

Un ringraziamento a Raffaella Leva e Giovanni Mazzucchelli della Universal per avermi concesso questa interessante intervista nella loro sede. E ad Andrea Morandi di Hot Corn per l'amichevole supporto.

Ed un grazie speciale al compositore Joep Beving per la disponibilità, cortesia ed enorme simpatia.

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Daniela Bocconi

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