Dalla 66° Mostra di arte cinematografica di Venezia: Glamour Calling!
Reportage da Venezia 66

Mostra Internazionale di Arte Cinematografica 2009
Quest’anno Venezia ha superato se stessa ed ogni aspettativa. Un entusiasmo, il mio, dovuto, molto egoisticamente, alla piacevole trovata dello “spazio benessere”; una zona lounge dove poter distendere i nervi grazie a miracolosi massaggi: beninteso, a patto di riuscire a trovare una mezz’ora libera tra un film e l’altro e un’intervista e l’altra, impresa non da poco. Comunque sia, con un trattamento del genere ogni cosa diventa più piacevole…ad esempio stare in coda, sciropparsi film non proprio riusciti, correre da un albergo all’altro per i junket con gli attori e registi. A proposito di attori, quest’anno ne sono passati tanti, tutti bravi, soprattutto maschi e, cosa che non guasta, belli, come, Ewan McGregor (per una volta senza moglie e publicist al seguito ma purtroppo relegato al ruolo di vassallo di sua maestà George Clooney), Matt Damon (davvero affascinate), Ethan Hawke (l’intellettuale tormentato e segnato dalle rughe del pensatore), Jared Leto (ribattezzato, almeno da me, l’uomo senza età visto che ha ben 38 anni e un viso da 15enne), Viggo Mortensen (lo charme dell’uomo maturo), ma anche Colin Firth (il gentleman), Nicolas Cage (il timido) e per le più âgé, Omar Sharif. Senza contare i registi presenti, come Werner Herzog, Abel Ferrara, Fatih Akin, George Romero, Joe Dante, Michael Moore, Patrice Chéreau, Jaco Van Dormael, Steven Soderbergh, John Hillcoat, John Turturro,Tornatore, Placido, Comencini e la sorpresa, Tom Ford.
Non male dunque, e se ha questo si aggiunge “l’evento” gossip dell’anno, ossia la prima uscita in pubblico della coppia Clooney-Canalis che ha deciso di fare proprio sul red carpet veneziano la sua prima apparizione, ben si comprende la dimensione dell’occhio di bue puntato sulla kermesse veneziana. Ma Venezia 2009 è stata anche indimenticabile per la giornata Disney Pixar, che ha trasformato tutte le aree dedicate alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica in una sorta di paese delle meraviglie con tanto di bambini con aquiloni, gadget, palloncini colorati, gonfiabili a forma di castelli. George Lucas ha consegnato il Leone d’Oro alla Carriera al team Pixar, capeggiato da John Lasseter e dai registi Brad Bird, Pete Docter, Andrew Stanton e Lee Unkrich. “Dopo il Leone consegnato ad Hayao Miyazaki, questa è la seconda volta che Venezia premia il cinema d’animazione, ma è la prima volta che il premio non va ad una persona sola, ma ad un intero team: la bottega Pixar“, ha commentato Marco Muller, direttore del Festival; non possiamo che essere d’accordo. Ma bando alla ciance, senza indugiare nel colore che tanto piace ai lettori e alle testate giornalistiche, passiamo ai veri protagonisti, i film. Ecco quindi il programma ufficiale della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica 2009.

Concorso
Baarìa, di Giuseppe Tornatore (film d'apertura)
Soul Kitchen, di Fatih Akin
La doppia ora, Giuseppe Capotondi
Yi ngoi (Accident), di Cheand Pou-Soi
Persécution, di Patrice Chéreau
Lo spazio bianco, di Francesca Comencini
White Material, di Claire Denis
Mr. Nobody, di Jaco van Dormael
A Single Man, di Tom Ford
Lourdes, di Jessica Hausner
Il cattivo tenente - The Remake (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans), di Werner Herzog
The Road, di John Hillcoat
Ahasin Wetei (Between Two Worlds), di Vimukhti Jayasundara
El Mosafer (The Traveller), di Ahmed Maher
Levanon (Lebanon), di Samuel Maoz
Capitalism: A Love Story, di Michael Moore
Zanan-e bedun-e mardan (Woman Without Men), di Shirin Neshat
Il grande sogno, di Michele Placido
Questione di punti di vista (36 vues du Pic Saint Loup), di Jacques Rivette
Survival of the Dead, di George A. Romero
Life During Wartime, di Todd Solondz
Tetsuo the Bullet Man, di Shinya Tsukamoto
Lei wangzi (Prince of Tears), di Yonfan
My Son, My Son, What Have Ye Done? di Werner Herzog
Fuori concorso
REC 2, di Jaume Balaguerò e Paco Plaza
Chengdu, wo ai ni (Chengdu, I Love You), di Fruit Chan e Cui Jian
The Hole, di Joe Dante
The Men Who Stare at Goats, di Grant Heslov
Ehky ya Schahrazad (Sheherazade, Tell Me a Story) new version, di Yousry Nasrallah
Yona Yona Penguin, di Rintaro
The Informant!, di Steven Soderbergh
Green Days, di Hana Makhmalbaf
F.C. - Cinema del presente
Napoli Napoli Napoli, di Abel Ferrara
Le ombre rosse, di Francesco Maselli
L'oro di Cuba, di Giuliano Montaldo
Prove per una tragedia siciliana, di Roman Paska e John Turturro
South of Border, di Oliver Stone
F.C. - Mezzanotte
Gulaal, di Anurag Kashyap
Dev D, di Anurag Kashyap
Brooklyn's Finest (new version), di Antoine Fuqua
Delhi - 6, di Mehra Rakeysh Omprakash
Valhalla Rising, di Nicolas Winding Refn
Orizzonti
Francesca, di Bobby Paunescu (film d'apertura)
Wahed-Sefr (One-Zero), di Kamla Abou Zekri
Dohawa (Buried Secrets), di Raja Amari
Zarte Parasiten (Tender Parasites), di Christian Becker e Oliver Schwabe
Choi voi (Adrift), di Bui Thac Chuyen
Korotkoye Zamykaniye (Crush), di Petr Buslov, Alexei German Jr., Boris Khlebnikov, Kirill Serebrennikov, Ivan Vrypayev
Repo Chick, di Alex Cox
Engkwentro, di Pepe Diokno
Aadmi ki aurat aur anya kahaniya (The Man's Woman and other stories), di Amit Dutta
Paraiso, di Hector Galvez
Io sono l'amore, di Luca Guadagnino
Dou niu (Cow), di Guan Hu
Touxi (Judge), di Liu Jie
Pepperminta, di Pipilotti Rist
Tris di donne & abiti nuziali, di Vincenzo Terracciano
Insolação, di Daniela Thomas e Felipe Hirsch
1428, di Du Haibin
Viajo porque preciso, volto porque te amo (I Travel because I Have to, I Come Back Because I Love You), di Marcelo Gomez e Karim Ainouz
Women cengjing de wuchanzhe (Once Unpon a Time Proletarian: 12 Tales of a Century), di Guo Xiaolu
Villalobos, di Romuald Karmakar
Il colore delle parole, di Marco Simon Puccioni
The One All Alone, di Frank Scheffer
Totò, di Peter Schreiner
The Movie Orgy - Ultimate Version, di Joe Dante (già film a sorpresa)
Orizzonti - Eventi
Programma 1 (corti)
The death of Pentheus, di Philip Haas
Faces of Seoul, di Gina Kim
La Bohème, di Werner Herzog
Mudanza, di Pere Portabella
Programma 2
Deserto rosa - Luigi Ghirri, di Elisabetta Sgarbi
Blokadnje Dnevniki (reading Book of Blockade), di Aleksander Sokurov
Armando Testa - Povero ma moderno, di Pappi Corsicato
La Danse - Le Ballet de l'Opéra de Paris, di Frederick Wiseman
Hugo en Afrique, di Stefano Knuchel
Via della Croce, di Serena Nono
The Marriage, di Peter Greenaway
Great Directors, di Angela Ismailos
Controcampo italiano
Poeti, di Toni D'Angelo
Negli occhi, di Francesco del Grosso e Daniele Anzellotti
Il compleanno, di Marco Filiberti
Dieci inverni, di Valerio Mieli
Cosmonauta, di Susanna Nicchiarelli
Hollywood sul Tevere, di Marco Spagnoli
Il Piccolo, di Maurizio Zaccaro
Controcampo italiano eventi
Giuseppe De Santis, di Carlo Lizzani
Retrospettiva Eventi
Lola, di Giulio Questi
Hotel Courbet, di Tinto Brass
E ora vediamo nel dettaglio alcuni film presentati nelle varie sezioni.
Il Festival ha aperto le danze con Giuseppe Tornatore, regista nostrano che con Baaria racconta non solo la storia e la cultura della sua terra, ma anche quella di tutto il paese. Storia civile e politica, per un film che lui stesso definisce “il suo più personale”. In realtà duole ammetterlo, ma si tratta di un film pretenzioso, eccessivo, sovraccarico nelle immagini, musiche, personaggi e assunto narrativo. Altro che realismo, questo è l’inno alla voglia di grandezza, il desiderio di fare non un film, ma il film. Si noti l’abuso di dolly e carrelli, la fotografia dai toni esasperati, l’andamento che alterna melodramma, tragedia e commedia a situazioni senza soluzione di continuità, senza parlare poi dei pedanti momenti onirico -fantastici. In tutta questa smania di fare e mettere, Tornatore ha dimenticato la cosa più importante, il cuore, la passione, perse nel baratro di immagini formalmente belle ma vuote, fredde e prive di alcun fascino, utili al massimo per un spot.
Passiamo a Dieci inverni, di Valerio Mieli un’opera prima di buon livello. La storia, prende inizio da una notte del 1999, in cui due giovani, incontratisi per caso, trascorreranno una “platonica” notte assieme: sarà l’inizio di un amore che travalica l’attrazione e che richiederà dieci anni per confessarsi e accettarsi. E’ fuor di dubbio che si parli di amore, ma Mieli ha il pregio di farlo senza sporcare le immagini di melassa. Qui non si vuole raccontare nulla di nuovo, si vuol solo narrare una storia come tante, ma con quella onestà di fondo che pervade la scrittura, le vicende, i dialoghi e persino la recitazione degli attori. La misura e la sobrietà premiano; se Mieli lo ha chiaro sin dal suo film d’esordio, c’è da attendersi grandi cose nel futuro.
Guai a dire a Werner Herzog che il suo Bad Lieutenant: Port of Calls New Orleans è il remake dell’originale film di Abel Ferrara, il regista tedesco potrebbe, con ragione, inalberarsi; perché questo tenete è sì un cattivo tenente, drogato, immorale e poliziotto, ma le assonanze finiscono qui. In questa versione si tratta di un personaggio animalesco (e di animali se ne vedono brandelli qua e là sparsi nei fotogrammi), lo stile con cui viene descritto, è poi indefinibile, e si colloca a metà tra i telefilm polizieschi dei primi anni Ottanta, e le atmosfere irreali alla Lynch. Peccato Herzog non sia riuscito a fare di meglio, anche perché, detto tra noi, non è così frequente che Cage, sia, come in questo caso, in parte. 
E’ poi il turno di Cosmonauta, della Susanna Nicchiarelli. Siamo innanzi ad un interessante esordio, che muove le fila da una curiosa storia di crescita personale. Nella cornice dell’Italia dei primissimi anni Sessanta, Luciana, un’adolescente che ha ereditato la fede comunista dal padre. E’ così che la Nicchiarelli racconta due storie strettamente intrecciate tra di loro: quella della maturazione di Luciana raccontata con un registro narrativo lieve e quella di una stagione intensa della storia del nostro paese a cui riserva uno sguardo affettuoso. Passiamo ora a Persécution, film di Patrice Chéreau, che narra la storia di Daniel, un ragazzo spigoloso e solitario spinto, da un bizzarro legame, verso un’autoanalisi impietosa ma necessaria. Spessore tematico piuttosto importante quindi, collegato al macrocosmo dei sentimenti e delle emozioni umane nelle sue sfumature e declinazioni, che Chéreau sceglie di scandagliare utilizzando un registro da thriller. I moti dell’animo umano sono per lui imprevedibili come le mosse di un killer.
Dalle emozioni all’economia, con Capitalism: a love story di Michael Moore. E’ sempre uno spasso vedere Michael Moore alle prese con i grandi tarli del sistema mondiale, sia questo sanitario, politico o come in questo caso, economico, nella fattispecie quello del capitalismo contemporaneo e naturalmente del potere senza limiti di banche e corporation. Il marchio di fabbrica di Moore, ossia lo stile docu-fiction e il tono furbesco -che ha il pregio di tener alta l’attenzione dello spettatore- rimangono. A dirla tutta lo stile si è affinato, sfrondato di velleità ruffiane; punta maggiormente al sodo e si fa secco e diretto, centra i fatti e lo fa mantenendo intatti i momenti di leggerezza, ironia e divertimento che sono parte integrante del suo cinema.
Parliamo ora di un film, 36 vues du Pic Saint-Loup di Jacques Rivette che, nonostante un primo momento di originalità, cade anzi, inciampa su se stesso risolvendosi in un susseguirsi di scene volutamente “teatrali”, che si irrigidiscono in questa forzata ricerca di autorialità; autorialità che, calamitata dalla smania di autosufficienza, fa a meno di musica e dialoghi. Purtroppo il film non riesce a camminare da solo. Lavorare per sottrazione è un bene, ma ridurre una pellicola ad una serie di immagini è davvero poco.
Chi invece non rinuncia a musica e dialoghi e anzi fa del ritmo il punto di forza, è invece Steven Soderbergh, nel suo The Informant: una storia basata su eventi realmente accaduti, che hanno per protagonista un biochimico, Mark Whitacre, passato a ruoli dirigenziali in una grande multinazionale che produce cereali e derivati, che diventa un informatore dell’FBI per portare alla luce un cartello dei prezzi clandestino tra la sua e le aziende concorrenti. Il dato divertente però, è fornito dalla sua patologica inclinazione alla menzogna che lo porterà sul banco degli imputati per aver sottratto alla sua azienda diversi milioni di dollari grazie a delle truffe contabili. Steven Soderbergh per narrare la stramba vicenda utilizza i toni della commedia e lo fa servendosi di un’estetica anni ‘70 che ha i tempi e i ritmi tipici delle sit-com di quegli anni. Il protagonista, Matt Damon, merita una menzione a parte, non solo per la capacità di calarsi nel ruolo come fosse un barbapapà, ma perché non si tira indietro di fronte a nessuna sfida e si carica il peso del film sulle spalle, riuscendo a dare credibilità ad un personaggio incredibile, ma reale.
Passiamo ad una regista italiana, Francesca Comencini, e al suo Lo spazio bianco. Il film racconta la vita di Maria, una donna indipendente e dal carattere volubile, a cui nasce una figlia prematura che rimane per un periodo in bilico tra la vita e la morte. L’evento mette in moto nella donna tutto il complesso di sentimenti che la sceneggiatura del film, tratta dall'omonimo romanzo di Valeria Parrella, tratteggia con toni decisi. La Comencini non la prende alla leggera, va alla radice dei sentimenti grazie ad una regia attenta. Da notare la fotografia di Luca Bigazzi e la piacevole colonna sonora.
Finalmente, è il caso di dirlo, “ ci facciamo due risate” intelligenti. Tocca a Grant Heslov, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, e al suo The Men Who Stare at Goats (in italiano, L’uomo che fissa le capre). Oltre ad essere un bel vedere per via dei suoi affascinanti protagonisti, George Clooney e Ewan McGregor, questo primo film dello sceneggiatore di Good Night and Good Luck (nonché attore tra gli altri in quello stesso film e In amore niente regole, entrambi di Mr Clooney), si ispira al materiale di un libro che racconta con toni ironici e bizzarri i tentativi del governo americano di utilizzare il paranormale a scopi militari. Nel film, infatti, Ewan McGregor è un giornalista che dopo essere stato mollato dalla moglie, parte alla volta dell’Iraq alla ricerca di una storia ma si imbatte in George Clooney, ex membro di un reparto segreto dell’esercito americano nel quale si addestrava una nuova generazione di soldati “Jedi”, capaci di ricorre ai poteri della mente. Un film frizzante, ritmato, ben calibrato per ottenere il giusto respiro. Un applauso anche al cast, una ciurma divertente che, oltre ai già citati protagonisti, si avvale di comprimari spassosi come Jeff Bridges e Kevin Spacey. Ma non è tutta commedia. Se il tono induce a prenderla alla leggera, il sorriso si stringe quando viene tirata in ballo la politica statunitense degli ultimi anni, il conflitto in Iraq, i lati oscuri della ricostruzione gestita da corporation e corpi di mercenari e persino sul ruolo dei media. Bell’esempio di cinema intelligente e divertente, due parole che di rado si trovano nella stessa frase.
Passiamo a Brooklyn's Finest, di Antoine Fuqua che decide di raccontare in parallelo la vita di tre poliziotti (Richard Gere, Ethan Hawke, Don Cheadle) che lavorano a Brooklyn, accumunati dalla disillusione nei confronti del proprio mestiere. Non c’è molto da dire quando un film, di forte impatto e angoscioso, riesce. Fuqua e i suoi tre poliziotti, sia che si tratti di personaggi sia che si tratti di storia o regia, vanno a segno. Paura degli zombie? Non più, almeno secondo l’ultima “revisione” di George A. Romero. Gli zombie di Survival of the Dead sono più il pretesto per raccontare una storia che più che all’horror si rifà al mondo umano per eccellenza, mentre i compari del 1968 erano i protagonisti veri, seppur spaventosi, del film. Romero vuole mostrare una natura umana egoista, cui vola alto il senso di comunione di intenti anche a scapito, come in questo caso, della stessa sopravvivenza. Peccato, l’intento è interessante, ma si perde lungo la strada. Si perde per la strada anche Il grande sogno di Michele Placido intento a raccontare il “suo” Sessantotto; lo fa utilizzando uno stile dinamico e caratterizzato da un’estrema mobilità della camera e da cambi di impostazione nella fotografia. Tutto molto interessante. Peccato però che questa impostazione sia, alla fine, sopra le righe. Non che sia facile trovare una strada originale per raccontare vicende come quelle del Sessantotto, ma la voglia di strafare di Placido, conferisce al film una superficialità di fondo, che impedisce -e questo è il vero guaio- allo spettatore di entrare e partecipare alla storia. Come per Tornatore, la voglia di fare , seppur lodevole, è rincorsa con troppa foga… e il film arranca senza scampo.
Passiamo ad un esordio fortunato, quello de La doppia ora di Giuseppe Capotondi, che tenta un esperimento estetico interessante: porta avanti un'idea, la mette in scena con classe e coerenza, evita qualsiasi cambio di ritmo in favore dell'introspezione psicologica dei personaggi e della possibilità di entrare in empatia con loro. La sua carta vincente è la linearità che ha il solo difetto di produrre, se proprio si vuole, una certa sterilità emozionale; il lungometraggio rimane però un prodotto sicuramente degno di interesse, che tradisce forse l'inesperienza del cineasta ma che al tempo stesso ne esprime le potenzialità.
Tocca a Lebanon di Samuel Maoz. Prima guerra del Libano, giugno 1982. Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall'aviazione israeliana. Ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale. Quando scende la notte i soldati feriti restano rinchiusi nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe d'assalto siriane che avanzano da ogni lato. Gli eroi del film sono una squadra di carristi – Shmulik, l'artigliere, Assi, il comandante, Herzl, l'addetto al caricamento dei fucili, e Yigal, l'autista –quattro ragazzi di vent'anni che azionano una macchina assassina. Non sono coraggiosi eroi di guerra ansiosi di combattere e di sacrificarsi. C’è poco da dire: l’esordiente regista israeliano gira un film di guerra contro la guerra, riuscendo a dimenarsi con abilità tra i temi tirati in ballo.
Parliamo adesso di El Mosafer (The Traveler) di Ahmed Mohaer, regista che mira decisamente alto soprattutto per lo stile ridondante e i richiami a modelli cinematografici che si palesano in una emulazione -purtroppo solo di un surrogato privo - di Federico Fellini. Per raccontare il viaggio esistenziale del suo protagonista, il regista si è lasciato possedere dalla sua stessa passione, un peccato veniale, quando si è agli inizi, difficile da contenere. Mohaer è troppo innamorato della sua pellicola per rimanere obiettivo e prendere la giusta distanza da un assemblaggio di immagini di fascino e oniriche sì, ma anche vuote e sconclusionate. Una bella occasione sprecata, soprattutto per la presenza di un sempre apprezzabile Omar Sharif. Voglia di cibo? Spero di sì perché ci trasferiamo in cucina, anzi, nella allegra e colorata Soul Kitchen di Fatih Akin. Il nuovo film del regista turco-tedesco Fatih Akin (vedi intervista nella sezione apposita) ruota intono alla vita che ha il suo cuore nel ristorante che dà il titolo al film: un locale di Amburgo, gestito con grande passione da un cuoco bislacco. E’ la commedia a trascinare la vicenda con tutti i suoi risvolti rocamboleschi. Si tratta di un film godibile, scandito dal ritmo incalzante di una discreta colonna sonora. La carta vincente del film risiede nel suo non prendersi troppo sul serio; si intuisce lo spirito leggero, pervaso di umorismo scanzonato, con cui Akin è in grado di trattare una storia, delle situazione e dei personaggi comunissimi.
E ora il mio secondo film preferito (dopo The men who stare at goats): Mr. Nobody, di Jaco van Dormael. E’ un bell’esperimento quello di Van Dormael. Un viaggio nei “se e ma” della vita. Un affresco caotico che segue il flusso dei moti dell’animo umano di fronte alle scelte della vita, o meglio, un susseguirsi di vite, che il protagonista, Nemo Nobody, avrebbe potuto avere…se avesse scelto quella ragazza piuttosto che un’altra, quella via, quel genitore o quella strada. Ma veniamo alla storia: Nemo, il protagonista, sta per compiere 118 anni ed è l’ultimo uomo sulla Terra destinato a morire di vecchiaia; nel mondo nel quale vive, infatti, la ricerca genetica è capace di bloccare l’invecchiamento dando agli uomini una sorta di immortalità. Nemo, con lucidità e furbizia, si racconta allo spettatore grazie alle confessioni da lui rilasciate ad un giornalista, accorso al suo capezzale proprio per intervistare e documentare la dipartita dell’ultimo uomo mortale sulla terra. Van Dormael gioca bene le sue carte; la regia e la sceneggiatura formano un tutt’uno con l’idea di fondo- si potrà obiettare non del tutto originale- che viene trattato con piglio personale e ricco di fascino. Il tutto è coadiuvato da una eccellente colonna sonora originale composta ad hoc dal fratello del regista.
E ora l’ultimo film A Single Man, esordio dietro la macchina da presa di Tom Ford (noto stilista di casa Gucci), intento a raccontare la storia di un professore, Colin Firth (che per questo ruolo ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore, ed ora è candidato all’Oscar), che, rimasto “vedovo” poiché il compagno è morto in un incidente stradale, vive una profonda crisi tanto da pensare al suicidio. Ma i casi della vita lo porteranno a rivedere questa sua decisione. E qui mi fermo per non svelare il finale. Partendo da un romanzo di Christopher Isherwood, Ford racconta una storia pregna di emozioni, valori e pilastri fondamentali della vita: l’amore, la morte e la vita stessa. Lo fa con un stile elegante, con toni che rispecchiano la densità del mondo interiore dei personaggi, dimostrandosi capace di suonare note emotive profonde. Il racconto e il film convince per la sua linearità e essenzialità (che sono anche le carte vincenti degli abiti da lui disegnati).

Festival di Venezia 2009 i premi della sezione Orizzonti e gli altri premi collaterali
PREMI UFFICIALI ORIZZONTI:
Premio Orizzonti a:
Engkwentro, di Pepe iokno
Premio Orizzonti DOC:
1428, di Du Habin
Menzione speciale:
The Man's Woman and Other Stories, di Amit Dutta
PREMIO FIPRESCI:
Miglior film Venezia 66:
Lourdes, di Jessica Hausner
Miglior film Orizzonti e Settimana Internazionale della critica:
Choi Voi di Bui Thac Chuyen
PREMIO SIGNIS:
Lourdes, di Jessica Hausner
menzione speciale a Lebanon, di Samuel Maoz
PREMIO SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA "REGIONE DEL VENETO PER IL CINEMA DI QUALITA'"
Theroun, di Takmil Homayoun Nader
PREMIO FRANCESCO PASINETTI (SNGCI)
a Baaria, di Giuseppe Tornatore
miglior film: Lo spazio bianco, di Francesca Comencini
miglior protagonista maschile: Filippo Timi per La doppia ora
miglior protagonista femminile: Margherita Buy per Lo spazio bianco
premio Pasineti speciale a Riccardo Scamarcio per Il grande sogno
premio Pasinetti speciale a Armando Testa - Povero ma moderno di Pappi Corsicato
PREMIO LABEL EUROPA CINEMA - GIORNATE DEGLI AUTORI 2009
The Last Days of Emma Blank, di Alex van Warmerdam
PREMIO LEONCINO D'ORO 2009
Capitalism: A Love Story, di Michael Moore
segnalazione Cinema for UNICEF a Women Without Men, di Shirin Neshat
PREMIO LA NAVICELLA - VENEZIA CINEMA
Lourdes, di Jessica Hausner
PREMIO CICT UNESCO ENRICO FULCHIGNONI
Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans, di Werner Herzog
PREMIO SPECIALE CHRISTOPHER D. SMITHERS FOUNDATION
El Mosafer, di Ahmed Maher
Venezia 2009 i premi della 66ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica 
Leone d'Oro miglior film:
Lebanon, di Samuel Maoz
Leone d'Argento miglior Regia:
Shirin Neshat, per Woman Without Men
Premio Speciale della Giuria:
Soul Kitchen, di Fatih Akin
Leone del Futuro, Premio Luigi De Laurentiis per un'Opera Prima:
Engkwentro, di Pepe Diokno
Coppa Volpi migliore attore:
Colin Firth per A Single Man
Coppa Volpi migliore attrice:
Kseniya Rappoport per La doppia ora
Premio Marcello Mastroianni miglior attrice/attore emergente:
Jasmine Trinca per Il grande sogno
Osella per la miglior sceneggiatura:
Todd Solondz per Life During Wartime
Osella per il miglior contributo tecnico:
Sylvie Olivé per le scenografie di Mr. Nobody
Controcampo italiano:
Cosmonauta, di Susanna Nicchiarelli
Menzione speciale a: Negli occhi, di Francesco del Grosso e Daniele Anzellotti
