• News
    • Eventi & Ultime Notizie
    • Novità Discografiche
    • Concerti
    • Premi & Concorsi
    • Scuole & Corsi
    • Comunicati Stampa
  • Recensioni
    • Cinema
    • TV
    • Videogiochi
    • Musical
    • DVD
    • Libri
  • Contenuti Speciali
    • Interviste
    • Monografici
    • Dossier
    • Reportage
    • Video & Multimedia
    • Filmografie
  • Extra
    • L'angolo dei lettori
    • Archivio Rivista Cartacea
    • 1M1 Blog
  • Partners
  • Cerca
  • Home
  • Legenda Recensioni
  • Recensioni
  • Cinema
  • Goffredo e l’Italia chiamò & L’ile du pardon
05 Giu2024

Goffredo e l’Italia chiamò & L’ile du pardon

Scritto da Roberto Scollo. Pubblicato in Cinema

cover goffredo mameli werba

Marco Werba
Goffredo e l’Italia chiamò (2023)
Cinevox CD OST-PK 047
31 brani – durata: 71’00”

cover lile du pardon cd new

Marco Werba
L’ile du pardon (2022)
Soul Trade Music Publishing Group STCD 1033
25 brani – durata: 43’53”

“Nato a Madrid (1963), vive a Roma dall’età di tre anni. La sua ottima formazione accademica – laurea in composizione e direzione corale, studi di composizione musicale e orchestrazione (al Mannes College of Music di New York), e direzione d’orchestra (all’Academie de Guerande in Francia) - e una spiccata versatilità abbinata a un elegante gusto per la contaminazione, ne fanno senza ombra di dubbio uno dei nomi «nuovi» più interessanti della nostra grande tradizione per le musiche da film” (1).


La nota biografica di Alessandro Tordini nel suo cult “Così nuda così violenta” – must per chiunque si occupi dell’ottava arte, un enciclopedismo che richiama le summae medioevali - ci è parsa a tal punto precisa, giusta ed esauriente pur nella sua concisione, che abbiamo ritenuto di collocarla in apertura del nostro discorrere su due recenti lavori di Marco Werba (al secolo Marc Adam Werblovski), Goffredo e l’Italia chiamò e L’ile du pardon (2023 e 2022 rispettivamente), editi sia in digitale sia in compact (evento notabile oggi, nell’era dell’immateriale).
Sessantenne ormai, non appartiene né cronologicamente né per formazione e mentalità alla nuova leva di musicisti del cinema emersa tra il ventennio terminale del Novecento e il nuovo secolo. Anzi, mentre ascoltiamo la sua musica ci sentiamo ancora immersi nella felice stagione compositiva italiana dai Sessanta ai Novanta, dalla quale eredita la verve melodica e il piacere della sperimentazione e dell’effetto forte e stupefacente; senza per ciò cadere nella trappola della “musica da cinema” con i suoi cliché, le sue forme uggiose, il romanticismo d’accatto, le paure a buon mercato: insomma tutto quel sound anonimo e globale che affligge i troppo diligenti compitini di tanti (e non solo in Italia). Non meno presente l’influsso della scuola sinfonica americana e di Goldsmith nello specifico. Convinto amante della settima arte (“Il mio primo amore è stato il cinema” ha più volte confessato ricordando di avere realizzato tre cortometraggi prima di fare il compositore) (2), approda all’ottava senza soluzione di continuità. Parte alla grande nel 1988 con Zoo di Cristina Comencini, esordio importante e di alta marca compositiva; lavora poi saltuariamente nel decennio successivo (“Le difficoltà incontrate da questo giovane e dotato musicista per penetrare nella cittadella della musica cinematografica italiana, difesa da pigrizie e privilegi, rispecchiano emblematicamente la situazione attuale dell’ambiente”) (3), recupera e si afferma nel secondo decennio del nuovo secolo con una media di quattro-cinque lungometraggi per anno. Lavora in Italia e all’estero, spesso con registi poco noti e giovani, in pellicole comunque lontane dal non esaltante standard odierno. Autentico animale musicale cinematografico, riesce bene ovunque ma trova a lui davvero congeniali il thriller e l’horror (“Il cinema di genere – fantascienza, thriller, horror - apre la fantasia del compositore”. E non si dimentichi che è anche autore di un volume sulla musica nel cinema thriller) (4) dove fornisce abili prove: Fearmakers (2008, Tim Rose) Colours from the Dark (2009, Ivan Zuccon), Giallo (2009, Dario Argento, collaborazione di prestigio e score di massimo livello; il regista di Suspiria dovrebbe ricordarsi più spesso di lui invece di ricorrere all’elettronica dei poveri di Arnaud Rebotini), Native (2011, John Real), The Infliction (2012, Matthan Harris), Nero infinito (2013, Giorgio Bruno), Pro Wrestlers vs Zombies (2014, Cody Knotts); etc. A suo agio pieno nel crime, vedi Calibro 10 – Il decalogo del crimine ovvero nuovi comandamenti per più gangster (2014, Massimo Ivan Falsetta). E docufiction storiche (Gelone, la Spada e la Gloria, 2018, Gianni Virgadaula) e commedie surreali (Made in China napoletano, 2017, Simone Schettino) e fantastico/storici (I fiori del male, 2016, Clavier Salizzato) e thriller ancora anomali e psicologici (Seguimi, 2018, Claudio Sestieri; Pop Black Posta, 2018, Marco Pollini) e prese di coscienza femminili (Ballando in silenzio, 2015, Salvatore Arimatea).
Ma si presti caso ai titoli e ai nomi. O noi si vive fuori dal mondo, oppure esiste in Italia – e probabilmente altrove - una cinematografia parallela, non esclusivamente di genere, estranea ai canali ufficiali di distribuzione, esclusa dal marketing mediatico; appartata, paga del suo ambito di risonanza circoscritto, vivente una propria vita oscura e dignitosa. E degna d’attenzione, anche se non sempre poi la posa in opera conferma la bontà dell’idea di partenza: almeno però c’è un’idea. Qualche esempio? Alessia, impiegata di un ufficietto postale di provincia, frustrata e rancorosa, prende in ostaggio cinque persone, le tortura e minaccia di morte, le costringe a confessare sbagli e cattiverie varie, forse i cinque hanno a che fare con alcuni oscuri episodi della vita della donna… (Pop Black Posta). Alla fine degli anni Quaranta si fanno la guerra due paesini del Salento, Ruffano e Supersano, per una partita di calcio (La grande guerra del Salento, 2022, Marco Pollini). Tre donne di corte, dal Cinquecento al primo Novecento, si raccontano entro il contesto di un palazzo disabitato e in decadenza in un problematico tentativo di conciliare spirito e carne (I fiori del male, 2015, Clavier Salizzato).  
Il bagaglio compositivo si completa con una ventina di corti tra il 1987 e il 2023, dai titoli allettanti che lasciano presagire note fascinose, come Il dottor Jekill, Specchi, Secretum secretorum, Per vendetta, e lo splendido “Argento’s Theme” per il documentario di Lucilla Franchetti Il museo degli orrori (1999) sul regista di Profondo rosso. E con brani extrafilm che aprono compositi orizzonti tematici (“Cantata per i sopravvissuti”, “Sinfonia del deserto”, “Adagio per le vittime di Auschwitz”) o approdano alla musica “assoluta” (“Misterium”, “Concerto per chitarra e orchestra d’archi”, “Messa solenne in La maggiore”, “Canto al Vangelo” eseguito alla presenza di Giovanni Paolo II, “Tango sinfonico”). Insomma, un musicista devoto al cinema ma non ingabbiato nello specialismo, disponibile a comporre “in proprio” rinverdendo le forme ereditate dal passato. E, poiché chi sa oltre a fare può insegnare (per riprendere con libertà un noto proverbio), ecco la parallela attività di docenza esercitata in varie occasioni e che da ultimo lo ha visto impegnato in un masterclass sulla “Musica nei film storici” presso il Conservatorio di Santa Cecilia in Roma. Non gli sono mancati i riconoscimenti sin dal Premio “Colonna sonora 1989” per Zoo (patron Ermanno Comuzio che da subito ne fiutò il talento), Premio “Amici di Alberto Sordi”, Globo d’oro 2011 per Native, Premio “Massimo Jaboni” 2023, Premio Eurocomunicazione 2023, e molti altri (a quando un David, un Nastro?).

Goffredo e l’Italia chiamò appartiene al filone storico-biografico, vi si illustra la breve vita dell’autore di “Fratelli d’Italia” (1847), poi “Inno di Mameli”, musicato da Michele Novaro e dal 1946 inno nazionale della Repubblica Italiana (non ancora formalizzato nella Costituzione però). Goffredo morì a soli ventidue anni difendendo la sfortunata Repubblica Romana assediata dai Francesi, nel 1849. Fu anche autore di un “Inno militare” affidato alla cura musicale di Giuseppe Verdi, oltre che di liriche varie liquidate dal Carducci come “rigatteria romantica” (ma Luigi Baldacci lo reputa “lirico di grande qualità”) (5), e persino di un abbozzo di tragedia in endecasillabi: squisitezze per iniziati, la sua notorietà resta legata al celeberrimo inno che tuttora resiste nonostante le riserve espresse da molti a cominciare proprio da Mazzini, che lo aveva commissionato ma non ne rimase soddisfatto: testo retorico, musica poco solenne ed eccessivamente orecchiabile. Non piaceva né a Garibaldi né a Puccini. Il fascismo lo tollerò, preferendogli i propri inni e la Marcia Reale. Lo storico Antonio Spinosa lo accusò di maschilismo, in quanto il testo non menziona le eroine risorgimentali (come Rosa Donato, Giuseppina Lazzaroni e Teresa Scardi). Per Fausto Montanari è militarista e incita alla guerra e alla violenza. Non sono mancate le proposte alternative come quella (plausibile) di Umberto Bossi che avrebbe voluto rimpiazzarlo con il “padano” coro del Nabucco, e quella bizzarra di Gianni Baget Bozzo che voleva sostituirlo con un inno a Berlusconi. Qualcuno indicò poi in Ennio Morricone il possibile autore di un nuovo inno nazionale: opportunità prestigiosa, anche se dubitiamo che un compositore possa offrire il meglio in occasioni ufficiali di tanta importanza, il rischio del sopra le righe è altissimo e su quel terreno scivolano anche i migliori (6).
Il maestro Werba ama i film in costume (categoria entro la quale entrano a buon diritto le pellicole “storiche”) perché la sua musica risente della fascinazione per ciò che è arcaico (7). Ovvero, la categoria del “lontano” già tanto cara a Leopardi: il Seicento de Il conte di Melissa e Masaniello, il Risorgimento di Anita Garibaldi e, appunto di Mameli. Esistono due vie di applicazione della musica al film in costume. Una esteriore, tesa a riprodurre realisticamente le forme del tempo; e dunque à la manière de, un abito d’epoca confezionato anche con ottima abilità sartoriale ma forma vuota. Un’altra, più sottile e partecipata, che realizza un equilibrio tra mimesi e nostalgia: il passato guardato attraverso la lente dell’oggi, presa d’atto della distanza che tale resta, in definitiva di una perdita. L’approccio di Werba è più il secondo, la sua score si caratterizza per l’impronta lirico-nostalgica più che celebrativa.  
Diretto da Angelo Antonucci (che già si era avvalso dell’apporto di Werba nel 2006 per Amore e libertà) (ascoltate nostra intervista podcast qui), sceneggiato dal regista insieme con Ekaterina Khudenkikh, il film tratta un soggetto poco frequentato dalla nostra cinematografia, la figura appunto di Goffredo Mameli (oggetto anche di una recente fiction RAI, Mameli. Il ragazzo che sognò l'Italia, musica da noi già recensita) (8), del quale si ripercorre la vicenda biografica partendo dall’infanzia, tra dimensione privata (la famiglia, gli amori) e partecipazione al processo risorgimentale (seguace dell’ideologia mazziniana repubblicana e unitaria, fu attivo in tutte le fasi della prima guerra d’indipendenza, dalle cinque giornate milanesi alla guerra federale, dalla guerra regia alla sua ripresa da parte dei democratici mazziniani). Emanuele Macone è Goffredo, Maria Grazia Cucinotta la madre marchesa Adelaide, Stefania Sandrelli la nonna, Vincent Riotta il padre, Stefano Baccini veste i panni di Michele Novaro.
La musica si dispiega nelle forme di un lirismo genuino e coinvolgente. Abilità di catturare una moltitudine di stati d’animo. L’arte di saper emozionare senza essere banali. Un lavoro raffinato, e con un retrogusto ottocentesco (reminiscenze da Chopin e Verdi) che non dispiace. Werba si cala entro la dimensione storica e psicologica del Risorgimento italiano, ne ripropone gli umori, gli ardori, le attese messianiche, le caustiche delusioni. Partitura comunque delicata, intimistica persino. Il compositore è troppo smaliziato per lasciarsi irretire dall’agiografia, dalla tentazione dell’epica ad ogni costo, dalle cadenze marziali. L’approccio è sì romantico, ma di un romanticismo che sublima la passione in fantasticherie di amor di patria e amor di donna, la musica si concentra sul vissuto interiore dell’eroe e i titoli di numerose tracce confermano tale polarizzazione sul protagonista, a partire dal “Tema di Goffredo”; e poi, “L’infanzia di Goffredo” (scritto dal solo Michele Catania che ha curato le orchestrazioni di alcuni dei brani e l'elaborazione organistica), “Il giovane Goffredo”, “La delusione di Goffredo” (composto da Catania), “La lettera di Goffredo”, “Goffredo ferito”; ancora, il “Valzer di Mameli” e “La morte di Mameli”. E anche là dove manca l’indicazione onomastica, essa è implicita nei passaggi che scandiscono la vicenda del giovane patriota, “Sulla rocca”, “Il discorso” (co-scritto con Catania), “Sofferenza”, “La morte della nonna”, “Tema d’amore verdiano” (sempre composto da Michele Catania). L’assunzione del punto di vista del/sul personaggio, e la volontà di restituirlo nella modalità traslata delle note, rende ragione del carattere omogeneo della partitura, e nelle scelte di organico – dominano pianoforte (la talentuosa Cristiana Pegoraro, pianista di fama internazionale con un curriculum da paura) (9), tromba (Marianne Li), violoncello (Luca Pincini, vecchia conoscenza), violino (Antonio Pellegrino), oboe (Fabio Severini), tutti bravissimi al servizio dell’Orchestra di Roma diretta dal compositore - e nel mood quasi crepuscolare, che appiattisce sullo sfondo il clangore della Storia ridotto (musicalmente) a microevento: piccole accelerazioni, ritmica appena più accentuata e in pochi momenti.
Il “Tema di Goffredo” è concepito per archi, con passaggi morbidi e processo melodico lineare, all’insegna di una malinconia diffusa e soffusa. Lo ritroviamo in una seconda versione per tromba e archi, in una bonus track per quartetto d’archi, in “Sulla rocca” (piano e orchestra), nel “Notturno in Re minore”, aggraziata ripresa per pianoforte solo, di gusto chopiniano, dolce e sognante; e nell’alternativa versione per organo con bell’organo corposo e solenne in apertura e chiusura, più raccolto e mistico nella parte centrale: pagina chiesastica d’effetto garantito.
“L’infanzia di Goffredo” di Catania è melodia «fanciullesca» sobria ed avvolgente che vede dialogare piano, flauto e violino; e tanto di cappello per avere evitato le seccanti convenzioni legate all’infanzia. Ne “Il giovane Goffredo” udiamo corrispondersi cello (qui suona Joe Zeitling) ed archi vivaci, ne nasce un brano cameristico dalla forma quieta ma pervaso da vibrazioni sottese. “L’incontro in chiesa” si sviluppa in cadenza lenta con piano e orchestra in sfondo e approda ad oasi introspettive (archi soli), penombre sonore d’indeterminata suggestione. Bel pathos romantico in “La lettera di Goffredo” impostato sull’interazione archi/orchestra. Incisi degli archi e poi flauto e oboe in “La morte della nonna”. In “Goffredo ferito” si inserisce la plastica voce della soprano polacca Dominika Zamara, presente anche in “La morte di Mameli” dove intona un composto catartico epicedio in linea con l’understatement diffuso. Amore e patria, binomio inossidabile. Ecco allora il luminoso “Tema d’amore verdiano” di Michele Catania, affidato al cello su chitarra arpeggiata: aperture liriche di ottimo gusto, snodi melodici di disarmante pregnanza, forme di un classicismo riscritto, vivo, non museale.
Più mossi “La carrozza” (oboe ed archi accesi), “La banda/Il giocoliere” (bandistico con misura e gioioso con fiati, tamburi e flauti), “La rissa politica” (momento drammatico con archi concitati). “Il discorso” espone archi sordi e cadenze di marcia, una solennità che cresce (con qualche consonanza ideale con l’Allosanfan morriconiano): ci senti la spinta rivoluzionaria. Archi in ritmo in “La battaglia”. “La rapina” di Catania gioca su ostinati e timbri scuri e chiude in sospeso, unico brevissimo momento tensivo (i tempi sequenza non perdonano).
Momenti manieristici sono “Valzer di Mameli” e “Musica da salotto” (co-composto da Catania e Ekaterina Khudenkikh). Manierismo da intendersi, più che come rifacimento, nel senso di manipolazione avveduta di forme pregresse. “Musica da salotto” non bara, dichiara sin dal titolo la propria simulazione di un colto intrattenimento in funzione sociale: il “salotto” di qualche signora intellettuale (ve n’erano molti allora in fastosa gara tra primedonne) popolato da scrittori e artisti vari, uomini politici e d’affari, aristocratici e gente del bel mondo, riuniti per qualche minuto di condivisa fruizione: musica elegante, non troppo impegnativa, da udirsi tra una chiacchiera e un pettegolezzo. Le note ricreate da Werba e l’interpretazione virtuosa di Cristiana Pegoraro paiono materializzarsi da qualche vecchio dagherrotipo. Il “Valzer di Mameli” è pagina di perfetta (ri)costruzione ed amabilità.
Il brano “Fede, passione, amore” è sempre di Michele Catania, pezzo per chitarra sola costruito su brevi frammenti ora più intensi ora più quieti. Infine, l’Inno d’Italia, proposto in duplice versione, strumentale e corale, sempre a cura di Catania che se ne appropria e in qualche modo lo riscrive, rendendolo più godibile di quello ufficiale, conferendogli una veste meno pomposa e valorizzandone la componente melodica attraverso un’accurata ricerca timbrica e un ricco organico. Dopo un bell’esordio con trombe, tromboni, clarinetti e ottavino, l’inno parte con moderate percussioni, trombe in eco e apporto dell’orchestra e chiude in solenne calando. Il canto degli Italiani ne esce rinfrescato, deterso dalle scorie delle assuefatte abitudini di ascolto e dell’ideologia, e si riscopre con vera gioia musicale. Anche la versione cantata risulta alleggerita, il coro procede sicuro ma senza quelle impennate volontaristiche che, giustificate nel contesto risorgimentale e nelle occasioni celebrative, lo escludono dalla fruizione.
Il maestro Werba aggiunge con Goffredo un nuovo pregiato tassello al suo mosaico ed offre l’ennesima bella prova del suo talento, ben degna del premio “Stelvio Cipriani” conferitole nel 2023.

Nella ricerca di una formula definitoria, non esaustiva ma a sufficienza rappresentativa della musica di Marco Werba, parleremmo di “melodismo elegante” pur nella consapevolezza della natura equivoca del primo termine che spesso vale a indicare una cantabilità facile, “popolare”, di pronta e superficiale presa, propensa all’effusione del sentire senza controllo alcuno, erede degenere della tradizione operistico/melodrammatica italiana e di un romanticismo da cartolina illustrata divenuto formula standard di tanta pop music. Niente di più distante dallo stile di Werba, seguace della linea musicale tracciata dai nostri compositori maggiori e con orecchio attento alla scuola anglosassone (fra i suoi numi tutelari, Bernard Herrmann, John Barry, Jerry Goldsmith, i nostri Morricone e Piovani), capace di rarefazioni intense, impasti sonori sofisticati nell’apparente semplicità del percorso melodico, linee pulite, fraseggi tersi supportati da una preparazione solida coniugata con una sensibilità che fa la differenza. Goffredo ne è un bell’esempio, L’ile du pardon l’attestato di convalida.
Parliamo di un film non distribuito in Italia (che noi si sappia), firmato dal regista tunisino Ridha Behi, presentato alla quarantaquattresima edizione del Cairo International Film Festival 2022. Tra gli interpreti, Hichem Rostem, Claudia Cardinale, Paola Lavini, Katia Greco. Andrea Licari, un tunisino di origine italiana oggi sessantenne, professore universitario a Roma, torna a Djerba, sua città natale, per esaudire l’ultimo desiderio della madre defunta ovvero portarne le ceneri nel luogo di nascita. Sarà l’inizio di un percorso interiore doloroso, pieno di ricordi da elaborare, ossessioni, rancori, rabbia, per giungere ad una pacificazione: al “perdono” verso coloro che lo fecero soffrire ed anche verso se stesso. Ancora una volta Werba scrive al di fuori del mainstream filmico, abita le zone in ombra della settima arte, dispensa le sue note di qualità alle periferie vitali dell’impero in decadenza che si puntella su di una mediaticità stanca e stucchevole. E’ bello sapere di film (e libri) non pubblicizzati nei talk show della prima serata, da scoprire tramite canali non usuali, da cercare nelle zone meno turistiche della città del cinema.
Ne L’ile du pardon il compositore esplica ancora una volta la propria vena: sciolta, sicura, precisa. Geometricamente perfetta. Dalla ricca intensità emozionale. Punta all’economia espressiva e utilizza un organico dominato dall’orchestra d’archi, abbelliti dagli interventi di chitarra e pianoforte. Dal punto di vista tematico assistiamo ad una concentrazione della materia, quasi per intero risolta nel brano “Rosa’s Song”, con limitati interventi a latere. Una scelta conforme alla situazione da commentare, un unico stato d’animo da rendere tramite sfumate variazioni di tono e di timbro che evitano il rischio della monotonia.
“Rosa’s Song” è pagina introspettiva, di positiva malinconia, costruita lungo due segmenti concatenati. Una versione si affida alla vocalità morbida ma determinata della soprano gallese Ellen Williams – non nuova alla musica del cinema, ricordiamo almeno le sue cover del tema d’amore di Nuovo Cinema Paradiso, di Tarzan e di Il gladiatore - che plana sullo sfondo rarefatto dell’orchestra appena variato da sobri arpeggi di chitarra. Nella sostanza, un contrappunto sofisticato per voce ed archi, di grande equilibrio formale. Nuovi colori nella variazione per chitarra ed archi: l’arpeggio di Riccardo Rocchi sovrasta dapprima l’orchestra, poi le lascia la conduzione leitmotivica e passa al ruolo di accompagnatore discreto. Riproposta per pianoforte solo, la melodia si rapprende in cristallini nitori. Da non trascurare “The Island Walz” dove il tono nostalgico si attenua a favore delle volute dinamiche degli archi ed assume valenze gioiose, quasi combattive. Altrove, il tema è ripescato per cenni, la cellula iniziale – sovente affidata al cello - non trova sviluppo e si perde nello sfumato degli archi con effetti di sospensione onirica. Si ascoltino a titolo d’esempio “A Scream in the Night” dove la ripresa col violoncello solo e di seguito con l’orchestra tutta approda ad una impalpabile evanescenza di archi filiformi; o “The Bird, The Train”, in pizzicato; o ancora “Gaetano’s Death” con gorgheggi femminili e parti strumentali in alternanza di timbri acuti e gravi.
La persistenza tematica non esclude altre soluzioni ora in linea con il main theme ora indirizzate verso altri climi. “The Move” è per archi e chitarra, i primi compongono sonorità indefinite, la seconda vira sul nostalgico con arpeggi lenti, pausati. “Walz in E minor” utilizza la forma valzer come struttura d’appoggio, mentre il discorso musicale, interiorizzato, punta ad una malinconia segretamente assaporata. “Military Theme” e “Gaetano and the Gangsters” aprono nuovi orizzonti d’ascolto. Esordisce il primo con contenuti rulli di tamburi, indi il ritmo diviene sincopato, si inseriscono tuba e flauto, sino all’animazione finale nel moto rapido e drammatico della massa orchestrale. “Gaetano and the Gangsters” crea una dimensione di minaccia sospesa con la nota ribattuta del piano, inquieta con le scansioni secche e i sibili degli archi. Tira sul serio aria di gangster movie, la musica profuma di noir. Sono due rapide (un minuto o poco più) incursioni nel “genere”, occasioni preziose che solo il cinema può offrire. Ancora una volta lamentiamo la brevità, ci sono le premesse per sviluppi in vista di future composizioni, eventualmente autonome.
Fin qui l’apporto di Werba. Ci sono poi le musiche addizionali di Bruno Di Stefano, orchestrate e dirette da Michele Catania e che, a parte “Ouverture” (incipit di una certa solennità con orchestra in espansione), si orientano verso un popolare colto con mandolini e chitarre (“Rosa and Andrea, Zigou”, “The Letters”), o si aprono a moti di danza e a qualche sconfinamento in territori astratti (“The Port”, “Discussion”): tutte pagine che si amalgamano senza fatica nella score. Il compositore scriverà anche la musica del prossimo film del regista, Zanobia.
La musica, insignita dal premio Colosseo d’Oro, è stata registrata a Londra, le recording sessions con l’English Session Orchestra diretta dall’autore si sono svolte presso gli Angel Studios (quelli de Il re Leone, di alcuni 007, della serie Downton Abbey etc.) alla presenza del Sound Engineer Marco Streccioni e dell'Assistant Pro Tools Gabriele Conti direttamente dalla Sud Ovest Records di Roma (http://www.sudovestrecords.com/) (qui potete leggerne reportage del nostro direttore Massimo Privitera che ha seguito le recording session in prima persona).

Con Marco Werba l’ottava arte torna agli antichi fasti. Non vale soffermarsi su questo o quel nome: è un clima, una maniera di fare musica che pareva estinta e invece perdura. Si attenua la percezione di discontinuità: armonie, orchestrazioni, timbri recano echi (rivisitati, rimodulati eppur ben individuabili) di una storia che, senza ripetersi, fa rima con se stessa (come diceva Mark Twain). Sì, Marco Werba è davvero un rimatore impareggiabile.

(1)    ALESSANDRO TORDINI, "Così nuda così violenta. Enciclopedia della musica nei mondi neri del cinema italiano", Roma, Arcana, 2012, pp. 344-345.
(2)    https://www.colonnesonore.net/contenuti-speciali/interviste/5859-la-musica-nel-cinema-thriller-intervista-a-marco-werba.html
(3)    ERMANNO COMUZIO, "Colonna sonora. Dizionario ragionato dei musicisti cinematografici", Roma, Ente dello Spettacolo Editore, 1992, p. 652.
(4)    “Conversazione con Marco Werba” in TORDINI, pp. 345-350: 348. MARCO WERBA, "La musica nel cinema thriller", Alessandria, Falsopiano, 2019; in origine, La musica en el cine de terror, Editorial Rosetta, 2018.
(5)    Poeti minori dell'Ottocento, a cura di L. Baldacci, Milano-Napoli 1958, pp. 365-375.
(6)    SERGIO MICELI, "Morricone, la musica, il cinema", nuova edizione a cura di Maurizio Corbella, Milano, Ricordi-LIM, 2021, p. 335 n. 92. Per la serie televisiva Cefalonia (2005) Morricone (ri)scrisse una versione “più maestosa” del nostro inno e propose di eseguirla al Quirinale, ma non glielo permisero (ENNIO MORRICONE, "Inseguendo quel suono". Conversazioni con Alessandro De Rosa, Milano, Mondadori, 2016, p 367).
(7)    Cfr. nota 2.
(8)    https://www.colonnesonore.net/recensioni/tv/9901-mameli-il-ragazzo-che-sogno-l-italia.html
(9)    https://www.cristianapegoraro.com/it/about-cristiana/biography/

Stampa

  • Indietro
  • Avanti
CS on Spotify
soundtrackcity

Daniela Bocconi

  • Pubblicità
  • Redazione
  • Cookie Policy
  • Info & Contatti

Copyright © 2017 - ColonneSonore.net | Vietata la riproduzione anche parziale dei contenuti

  • News
    • Eventi & Ultime Notizie
    • Novità Discografiche
    • Concerti
    • Premi & Concorsi
    • Scuole & Corsi
    • Comunicati Stampa
  • Recensioni
    • Cinema
    • TV
    • Videogiochi
    • Musical
    • DVD
    • Libri
  • Contenuti Speciali
    • Interviste
    • Monografici
    • Dossier
    • Reportage
    • Video & Multimedia
    • Filmografie
  • Extra
    • L'angolo dei lettori
    • Archivio Rivista Cartacea
    • 1M1 Blog
  • Partners
  • Cerca