Il tempo che ci vuole
Fabio Massimo Capogrosso
Il tempo che ci vuole (2024)
CAM
11 brani – Durata: 20’51”
Francesca Comencini racconta suo padre, il celeberrimo regista Luigi Comencini (Salò, 8 giugno 1916 – Roma, 6 aprile 2007) – eccellenti le opere filmiche Pane, amore e fantasia, Tutti a casa, Il compagno Don Camillo, Incompreso, Lo scopone scientifico e quelle televisive quali Le avventure di Pinocchio e Cuore –, in una pellicola autobiografica piena d’amore. Ma non solo: rubo (con il suo permesso) uno stralcio delle parole dell’amico compositore e violinista Pierluigi Pietroniro, che mi hanno colpito parecchio, riportate a caldo sul suo profilo Facebook di ritorno dalla visione in sala, il quale ha pure preso parte come figurante al film: <<Stasera ho visto un film che tocca corde intime, di chi lo ha creato e di chi lo ha guardato. In questa storia ci sono finito anch’io: come rinunciare all’andare nel paese dei balocchi a 57 anni (l’anno scorso...)? Un film che racconta la storia di una figlia e un padre, di un padre e una figlia. A me è passato in secondo piano chi fossero, poi, realmente i personaggi di cui si narra. Bravi gli interpreti: un Fabrizio Gifuni emozionato ed emozionante che anche fuori dai ciak non mollava il personaggio. Un padre “elegante”, per dirla con una battuta del film. E commuoversi nel vedere un uomo radersi con un vecchio rasoio a lametta, è segno che anche per me il tempo sta passando... Ognuno potrà trovare il proprio “film” in questo film. Delicati ed efficaci gli interventi musicali di Fabio Massimo Capogrosso, che ben si difendono in confronto alle insuperabili melodie “pinocchiesche” (anche magistralmente “sfiorate” in piccole citazioni dal compositore) di Fiorenzo Carpi>>.
Un film importante come lo è lo score di Capogrosso, il quale abbandonato per il momento il sodale Marco Bellocchio, con il quale ha esordito nella colonna musicale cinetelevisiva con Esterno Notte e poi Rapito, torna al Cinema e lo fa in punta di fioretto, con estrema delicatezza e brillantezza d’intenti compositivi, citando qui e là con altrettanta grazia (senza mai strafare o straziare il materiale originario) il sempre poco rammentato e sopraffino Fiorenzo Carpi per il noto capolavoro TV Le avventure di Pinocchio del 1972 con Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Vittorio De Sica, Lionel Stander e Andrea Balestri.
Capogrosso in “Padre e figlia – Versione pianoforte”, che ritorna nell’album digitale per violoncello e piano e per orchestra (qui si sfiora l’intenerimento ad ogni ascolto reiterato), è rimarchevole con un tema leggerissimo come il tocco pianistico che lo esegue, colmo di nostalgiche amorevolezze infantili trasformatesi col tempo in dolciastre consapevolezze. “Omaggio a Fiorenzo” è dimostrativo dell’amore della Comencini regista per una delle opere più iconiche del padre e del compositore di questo film per Carpi: una marcia sghemba dove affiora giullarescamente il tema di Pinocchio in una girandola fanciullescamente sinfonica e sagacemente congetturata su pentagramma. “Solitudine” riecheggia fosca e mestamente lontana, con un violoncello eseguito nelle note più basse e gravi, con una concettualizzazione enfatica del riverbero alla Jóhann Jóhannsson. “La magia del cinema” sembra provenire, con quel suono degli archi lievi (quasi) in levare, da un altrove fantasmatico ed impalpabile come quell’essenza dei sogni che ci fa star bene al risveglio. “Il paese dei balocchi” è un pezzo bandistico solo all’apparenza, con il tema di Pinocchio che, come in “Omaggio a Fiorenzo”, cerca di prevalere, rimanendo ancorato ad una sarabanda in uno sconclusionato e divertente crescendo. “Repertorio Pinocchio” ça va sans dire, con una breve e trattenuta citazione carpiana del tema di cui sopra. “Variazione su tema infantile” è un’allegorica marcetta popolare alla Carlo Rustichelli per fagotto, xilofono, archi pizzicati, percussioni varie, clarinetto e flauti. Gran conclusione con un fiabesco sinfonismo desplatiano e prokofieviano in “Finale” prima della chiosa definitiva con “La magia del cinema – versione pianoforte solo”, risultante più accorato con un tocco pensoso alla Satie nella sua esecuzione.
