16 Mag2011
Buried
Victor Reyes
Buried - Sepolto (Buried, 2010)
Milan 399 344-2
18 brani più una canzone – Durata: 54’09”

Superato questo primo impasse, pochi secondi di ascolto chiariscono immediatamente che nelle intenzioni di regista e compositore la musica è qui, l’”altro” personaggio del film, e cioè il solo delegato a fare compagnia allo sventurato protagonista. L’aggressività minacciosa e percussiva dei “Main title”, con i latrati degli ottoni e l’ostinato ritmico degli archi, ci introduce immediatamente in un clima da thriller estremo: il linguaggio armonico è elementare, come spesso nei compositori spagnoli di questa generazione abituati a non andare troppo per il sottile, la dinamica strumentale al calor bianco, la brutalità delle soluzioni, che vede spesso le percussioni protagoniste (“Thanks for calling the Conroys”), inappellabile e a tratti onomatopeica. Reyes non fa sconti al lato horror della vicenda, anche se tesse pagine dalla scrittura più articolata come il “lento” doloroso di “You American? Then you soldier” o le strascicate, incombenti dissonanze degli archi di “I was informed of what’s going on”, che tuttavia sono sempre sostenute dal pulsare delle percussioni, prevalentemente il tamburo militare. Crescendi bruschi e continui, tremoli e rapide frasi degli archi sul ponticello mantengono altissima la temperatura della tensione, con scelte sicuramente convenzionali ma altrettanto sicuramente efficaci sul piano dell’immediatezza comunicativa. Esemplare ovviamente la confezione di “Ssssnake!”, un pedale immobile in pianissimo di violini su cui s’ìnnestano tremoli gelidi degli altri archi fino all’esplosione di un allegro furioso per ottoni e percussione. Il contrasto con pagine più meditabonde, e strumentate con neoclassica compostezza (il cello solo di “A kid from New Hampshire”) è naturalmente toccante, ancor più in quanto seguito dal deflagratorio, fulmineo “Make video now”. Lo score procede evidentemente per frammenti spesso basati sulla ricerca di suoni onomatopeici che scandiscono le poche ore che restano all’uomo per trovare una via di scampo: di qui, spesso, l’andatura oscillatoria e ticchettante (“Chicago field office”), ripetitiva, con uno schema pressoché stabile: archi in moto perpetuo e percussioni a fare da pendolo del destino. Man mano che si procede con l’inesorabile compiersi dei fatti (la partitura è riportata nell’album in ordine rigorosamente cronologico) l’atmosfera si arroventa prendendo colori esoticheggianti (la melopea araba e la strumentazione caratteristica di “Is this Paulie? You get money! My name is Paul Conroy”) ma lasciando anche alla percussione il compito di una dilagante, tellurica disperazione. L’oasi lirica di “It’s a bunch of lies/The Crack”, dove il rombare cupo dei contrabbassi si contrappone all’ostinato dell’arpa e a frammenti melodici, è provvisorio e illusorio; la seconda parte del track è scatenata al calor bianco in un’orchestrazione particolarmente secca e selvaggia. La tragedia incombe, annunciata dalla voce di un muezzin mescolata ad un adagio per archi in “I got you”, e gli ultimi violenti accessi di furore strumentale percuotono forsennatamente “They’re dead”, ancorché ormai sovrastati da un colore sonoro funebre, dalle armonie disturbate e luttuose; la frenesia ritmica cede il passo ad una progressiva rassegnazione, e Reyes trova una pacatezza straordinaria, accasciata, quasi mahleriana in un brano come “You’re a piece of shit” o nelle sconsolate melodie discendenti di “I should have listened to you”, sigillato dall’intensissimo canto del violoncello solo. “You show blood” tenta l’ultima sintesi fra i due aspetti: un frenetico, estremo agitarsi di archi, ottoni e tamburi su cui però si distende inesorabile una serie di accordi finali a precedere le ultime frustate percussive. “I’m sorry Paul, I’m so sorry” è l’epicedio solenne, la trauermarsch in stile quasi barberiano che Reyes dedica al destino di Paul Conroy, sollevando la massa di archi in un elogio funebre accorato e straziante.
Il conclusivo “In the lap of the Mountain”, scritto da Reyes insieme al regista e interpretato dalla band Breath-No-Brothers di Garret Wall è l’alleggerimento beffardo e ironico, in coda, ad uno score temerario per impostazione anche se abbastanza prestabilito e prevedibile come struttura, ma senz’altro coraggiosamente incurante di ipotetici “ostacoli” teorici alla propria minacciosissima ed efficiente presenza.
