17 Mag2011
Anita
Marco Werba
Anita (2007)
Kronos Records KRONCD002
23 brani – Durata: 52’51”

Si percepisce uno scarto abbastanza evidente fra questi ultimi brani e lo score werbiano, anche se la strumentazione del compositore ha tentato legittimamente una unificazione stilistica rinsaldata dalla propria attenta direzione sul podio dell’Orchestra Sinfonica Digital Records. Il tema di Anita, lungo e carezzevole, felicemente modulato, è il protagonista della partitura in innumerevoli versioni fra cui spiccano quella, particolarmente malinconica, di “Anita a cavallo” per chitarra e orchestra (il sensibilissimo solista è Massimo Aureli) o – ma su una tonalità superiore – quella di “Anita è morta”, dove la chitarra è senza accompagnamento.
La formazione classica di Werba e le sue predilezioni per una scrittura densa, romantica, a volte dai colori cupi (sensazionale, all’interno di quella sfortunatissima avventura produttiva, la sua partitura per Giallo di Dario Argento, pubblicato sempre dalla Kronos Records!), emergono tuttavia in alcuni trattamenti ariosi dell’orchestra (“L’esecuzione”), dove il fraseggio degli archi si sostanzia anche di un sapiente gioco di pause e di una drammaturgia armonica quasi pucciniana; oppure nel dialogo tra flauto e violino di “La fuga” dove il tema di Anita viene esposto quasi con titubanza, per trovare poi nella successiva versione strumentale una elaborazione più sciolta e ritmata anche grazie all’intervento delle percussioni di Mario Distasio. Si nota semmai, nello score, un difetto di elaborazione del materiale leitmotivico che viene piuttosto passato di strumento in strumento senza risentire mai davvero di un “salto” di temperatura drammatica, mentre sonorità diverse, quasi alternative, misteriose ed extraorchestrali, fanno capolino ad esempio in “La maga”.
Le pagine di “Maria Soldatini/Aurelio Grimaldi” si configurano come cellule tematiche prosciugate e cameristiche (splendido il fraseggio sospeso del violoncello poi ripreso dal violino di Shalom Budeer in “Laguna”), ruotando su variazioni attorno ad un tema mesto e popolareggiante (la chitarra sola lo esprime al meglio in “Dio del mare”, mentre la fisarmonica di Antonio Carraselli e il flauto di Alessio Mancini lo variano in ballabile spensierato in “Il bordello” o in melopea ancestrale in “Il parto”).
Tornando a Werba, “L’esecuzione parte seconda” è invece un “largo” per archi dalla scrittura intensissima e dal sapore di marcia funebre, dove la mutevolezza delle arcate dinamiche ottiene un effetto emotivo molto più notevole rispetto alla prima versione del brano, e “L’inseguimento” insiste su una cadenza funebre presaga della tragedia affidando al flauto variazioni desolate sull’accompagnamento degli archi. Archi protagonisti assoluti, mossi e quasi all’unisono in “Finale”.
In uno score che come si vede ha risentito di parecchi “interventi”, incuriosisce ancor più il trattamento, delicato e rispettoso, per chitarra e archi che, in “L’arrivo di Joao” e “Il fiume”, è riservato alla Sonata per pianoforte No. 17 in Re minore, Opus 31 No. 2, “La Tempesta”, di Ludwig van Beethoven, qui accennata nel suo terzo movimento “Allegretto”. Una perla classica dentro una partitura accattivante ma nella quale una maggior libertà di ispirazione e minori condizionamenti avrebbero forse consentito al compositore di esprimersi ancora meglio.
