25 Lug2011
The snows of Kilimanjaro / Five fingers
Bernard Herrmann
Le nevi del Kilimangiaro (The snows of Kilimanjaro, 1952)
Operazione Cicero (Five fingers, 1952)
Naxos 8.570186
37 brani - Durata: 66’27”

Ristampando un Marco Polo di qualche anno prima, il team Naxos-Morgan-Stromberg ha fatto rifulgere due scores coevi di Herrmann, appartenenti entrambi a quella felice annata in cui il compositore stava, tra l’altro, attingendo alla messa a punto della sua unica, immensa (e criminalmente trascurata dai teatri del mondo) opera, Wuthering Heights. La particolarità è che le due partiture, qui messe di fatto quantitativamente sul medesimo piano, sono fra loro molto diverse, per ispirazione e climax, nonché per valore assoluto estetico. Ma il prezioso restauro musicologico di John Morgan, fondato anche sulla restituzione il più fedele possibile degli organici orchestrali originariamente previsti dal compositore, e la direzione partecipe, minuziosa, timbricamente magica di William Stromberg sul podio della possente Moscow Symphony Orchestra le accomunano in una crestomazia rigorosamente filologica del genio herrmanniano, qui impegnato in un affresco sinfonico della “memoria”, nel caso del film di Henry King dal racconto del 1936 di Ernest Hemingway e interpretato da un tormentato Gregory Peck, e in una commedia spionistico-esotica basata su una storia vera romanzata da L.C.Moyzisch nel caso del film di Joseph L.Mankiewicz con James Mason e Danielle Darrieux.
Non v’è dubbio che Le nevi del Kilimangiaro abbia posto a Morgan (come egli stesso spiega nel ricco booklet di 28 pagine illustrate che accompagna il cd, arricchito anche da esaurienti note di Christopher Husted e Joe Caporiccio) i maggiori problemi di “riallineamento” cronologico e tematico dei tracks, nonché di ricostruzione delle orchestrazioni originali, ottenuta grazie alle fotocopie e ai manoscritti conservati negli archivi della Fox. Siamo agli apici del romanticismo herrmanniano, arroventato e capace di distendersi in emulsioni e trasmutazioni armoniche di disarmante intensità lirica; e se l’Ouverture, rara pagina d’azione dello score, impugna un dinamismo strumentale mosso e ansioso, con inquiete scalette e pungenti interventi degli ottoni, “Nocturne”, “Memory Waltz” e “Adagietto” declinano tutto il ben noto materiale leitmotivico della partitura, che ne è una sostanziale, continua e favolosa rielaborazione. Musica della reminiscenza, scrive Morgan, musica della memoria e del rimpianto: il canto del corno nel “Nocturne” si lega immediatamente alla melopea dei legni con l’oboe che leva il tema d’amore ripreso dai violini, tra le più struggenti pagine della letteratura herrmanniana. Il “Memory Waltz” è il brano più noto dello score, anche per una indimenticabile versione con lo stesso Herrmann sul podio della Filarmonica di Londra pubblicata dalla London nel 1970 e poi più volte ristampata: è una nenia cullante e trasognata, affidata al suono impalpabile dei violini in registro molto alto, chiamati a prodursi in trilli fantasmatici ed evocativi. E’ una musica di straordinaria pensosità, che valorizza negli archi il settore forse prediletto di Herrmann (occorrerà ricordare Psycho?...), e che trova un naturale prosieguo nell’”Adagietto” (e più oltre in “The Farewell”), dove la composta mestizia del fraseggio iniziale si apre ad una luminosa parentesi lirica sostenuta dall’arpa, dunque rinviando direttamente – sin dal titolo – al modello della Quinta mahleriana, anche nel gioco di domande e risposte tra violini primi e violoncello solo.
Partitura costituita a volte di semplici frammenti (l’atmosfera etnica di “The Silence”, l’improvvisa urgenza drammatica dei corni in “The Fall”, l’apertura gioiosa ai suoni di natura in “Barcarolle”), The snows of Kilimanjaro vive anche – come sempre in Herrmann – di continue e instancabili reinvenzioni e sperimentazioni timbriche spesso fulminanti nella propria semplicità: il piccolo tema iterato nei legni in “The Awakening”, con ottoni in sordina e archi, ripetuto nell’Interlude I, ne costituisce un probante esempio, mentre l’Interlude II è una variante drammaticamente infiammata del love theme. “The River“ non fa che ricapitolare in una cangiante, liquescente alchimia di arpe, vibrafoni e archi i materiali di “Nocturne”, dimostrando in Herrmann l’orchestratore titanico che ben conosciamo. E lo stesso “The Hyena” riprende negli archi, su sfondo minaccioso e scansione dei timpani, il piccolo ossessivo tema di “The Awakening”, mentre “Helen”, brano del delirio e dell’”altra” donna (Susan Hayward, contrapposta nel vissuto del protagonista alla Cynthia di Ava Gardner), vibra di un lirismo intossicato e febbricitante. L’esplosione dissonante di “Witch Doctor” prepara una riesposizione ancor più ossessiva e minacciosa di quello che chiameremo ormai un “annuncio di morte” in “The Death-watch” (il lamento insistente di “The Awakening”). Trilli perforanti e allucinati di legni e ottoni deflagrano in “Panic” e conducono al rapido, trionfante e solare “Finale”, in cui anche la stereotipia drammaturgica imposta dai canoni di Hollywood trova in Herrmann un commentatore mai prevedibile.
Molto più divertissement anima il rutilante esotismo folklorico di Five fingers, sin dall’orientaleggiante e movimentato Prelude, per non parlare delle movenze arabe di “The Old Street” (ma ascoltate il tappeto dissonante di archi sul fondo…); qui il lavoro di Morgan e Stromberg è stato ancora più paziente perché si è trattato di ricostruire puntigliosamente tutti i “cues” lasciati dal compositore in quella che di fatto è una prima esecuzione integrale assoluta: di qui l’impressione di grande frammentarietà e la brevità icastica di alcuni tracks. Fanno capolino stilemi che apparterranno poi al grande Herrmann degli anni hitchcockiani, soprattutto nella scelta dei tempi di attesa: l’incerto temino del clarinetto, quasi un lamento, di “Cicero” e “The Embassy”, e il decorso strascicato, cupo di archi e legni in “The Film” (dove compare nel movimento serpentino e guizzante degli archi una prefigurazione della scena dell’incubo di Vertigo) e poi di “Departure” denotano già un’idea della suspence musicale che in Herrmann passa sempre attraverso un’economia francescana di mezzi e un’esplorazione inesausta delle risorse timbriche e ritmiche, con procedure iterative (“The Safe”) che in Psycho troveranno ad esempio il proprio apice.
A differenza che in Snows qui l’urgenza non era tanto quella di individuare un tessuto leitmotivico di riferimento quanto di connotare i diversi ingredienti narrativi di un’operazione narrativamente abbastanza bizzarra, da sophisticated-comedy con risvolti spionistici (Intrigo internazionale?...); e tuttavia può accadere di sentire improvvisamente aprirsi, in “Dreams”, una delle più accecanti frasi liriche degli archi di tutto Herrmann, ripresa in “Romance” secondo un percorso ascendente dagli orizzonti infiniti. I suoni vitrei dei violini fissi, su un riverbero elettronico (anno 1952!.. ma il teremin di Ròzsa era già storia…) fanno di “Alone” brano esemplare per efficacia, così come l’alternarsi di ottoni in sordina e archi, su due accordi, di “The Chairwoman”. “Escape” ma soprattutto il ribollente “The Pursuit” e “The Boat” insistono su una ritmica violentissima, percussioni scatenate e suoni inediti (nacchere, tamburello, corni ululanti, trombe in sordina). Convenevoli e quasi ironicamente cartolineschi i trenta secondi di “Rio” mentre il “Finale” riprende, in tonalità più alta, i materiali etnici del “Prelude” concludendoli rapidamente e vittoriosamente.
Dunque un’edizione che, aggiungendosi a The Egyptian, scritto in tandem con Alfred Newman, e il dittico Garden of Evil e Prince of Players, consente alla Naxos e al team Morgan-Stromberg di proseguire nel ripristino e nella restituzione all’ascolto di alcune tra le meno battute ma spesso più entusiasmanti e pregiate partiture cinematografiche di colui che – ma l’opinione qui è strettamente personale – rimane il n.1 assoluto in questa arte.
