26 Ott2011
Djurado
Scritto da Federico Biella. Pubblicato in Cinema
Gianni Ferrio
Djurado (1966)
GDM Music ”The Hillside Series” CD 4143
21 brani (19 di commento + 2 canzoni) – durata: 55’ 11’’
Gianni Ferrio è un compositore che in genere incontra i favori degli amanti del western per il sofisticato lirismo dei suoi commenti. Particolarmente fruttuoso è stato il sodalizio con il regista Giorgio Ferroni da cui sono scaturite tre pagine cinemusicali di incontestabile valore e a loro modo idiosincratiche sia con il western americano sia con quello all’italiana:
Un dollaro bucato (1965),
Per pochi dollari ancora (1966) e
Wanted (1967), tutti episodi ben noti agli appassionati. Ma come ignorare altre partiture parimenti rappresentative, ad esempio le più tarde
Los Desperados (1970), vibrante di pathos decadente, e
California (1977), accorata e crepuscolare?
Spaghetti western girato con pochi mezzi e ancor meno pretese,
Djurado - dal nome del protagonista, un imbattibile giocatore di poker improvvisatosi giustiziere - vanta come unico fiore all’occhiello proprio la colonna sonora. Il maestro Ferrio l’ha curiosamente concepita come se dovesse applicarla ad un film di spionaggio: lungi dall’evocare cavalcate nelle praterie e duelli al sole, i continui prestiti dal pop degli anni Sessanta e i nettamente intelligibili echi bondiani si intonerebbero con maggiore pertinenza a location urbane e ad atmosfere da night club. Scendendo nel dettaglio delle tracce del CD - l’ennesimo dell’ormai fittissimo catalogo targato GDM Music/Hillside - poche segnalazioni daranno una sufficiente idea complessiva: il coro I Cantori Moderni di Alessandroni esegue “Golden Poker kid (titoli)”, la canzone d’apertura che influenzerà con le sue venature beat varie versioni strumentali; una di esse, “Seq. 2”, sfoggia trascinanti assoli di chitarra elettrica improvvisati su scale pentatoniche e blues; “Seq. 7”, dopo una prima parte dominata da una sezione fiati incalzante come nel più tipico degli spy movie, si concede anch’essa una serie di divagazioni chitarristiche che sconfinano addirittura nel rockabilly. Meno eterodosso rispetto alle consuetudini del western appare il duplice rimando, sempre chitarristico, al patrimonio del flamenco e al repertorio classico novecentesco: rientrano in tale raggruppamento “Seq. 1” - tra l’altro inserita da Ferrio col titolo di “Hot Mexico” pure nel western jazzistico Sentenza di morte (1967) - “Seq. 3”, “Seq. 9”, dove la sei corde dialoga mestamente con il coro, e “Seq. 13”.
Djurado è insomma una OST provocatoria e disorientante ma forse neanche troppo se consideriamo che già nel 1965 Piero Piccioni aveva dimostrato con
Minnesota Clay, uno score divenuto paradigmatico (seppure per pochi epigoni), che esistevano delle valide alternative alle soluzioni adottate da Ennio Morricone nei film leoniani. In ogni modo, tutti i temi - agitati, meditativi o drammatici che siano - risultano ben costruiti e di grande fruibilità. Se quindi riuscirete a prescindere dagli inevitabili raffronti con il corredo stilistico morriconiano, non potrete non rendere merito a questo poliedrico lavoro di Gianni Ferrio, uno dei musicisti che hanno fatto la storia del western di casa nostra.
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