16 Nov2011
The Shrine
Ryan Shore
The Shrine (Id., 2010)
Screamworks Records SWR11005
13 brani – durata: 40’10”
La partitura di Shore per questo horror indipendente di Jon Knautz (con cui Shore aveva già lavorato per Jack Brooks: Monster Slayer, con uno stile orchestrale molto più “vecchia scuola”) ambientato in un immaginario villaggio della Polonia (sulla scia di molto europacentrismo del genere in tempi recenti) è, diciamolo immediatamente, una partitura sostanzialmente rumoristica e pressoché totalmente “in provetta”, ossia computerizzata. Le opzioni sono radicali e dichiarate, sin da “The Shrine”: effetti percussivi rimbombanti e ricorrenti, attraversati da pedali di archi e cupi, pesanti disegni di bassi, cori muti, pulsazioni cavernose che rincorrono gli orizzonti del silenzio. Tuttavia si nota come l’intelaiatura armonica dello score sia ostinatamente dominata dall’intervallo di tritono, il marchio di fabbrica di ogni inquietudine e ogni sospensione psicologica, il cosiddetto “diabolus in musica” noto, al cinema, sin dai tempi del Ladro di Bagdad di Rózsa. Si fatica però, come spesso accade in questi casi, a discernere l’elemento musicale da quello puramente rumoristico, ma non è un inciampo di mestiere bensì un obiettivo prefissato: prendere o lasciare.
Non emergono, se non ad uno stato prettamente larvale, “temi” in senso convenzionale (spicca però il “Polish Prelude” per organo da chiesa, ostentata parafrasi bachiana), e anche il mesto tema per archi (intendiamo come tali il suono che è prodotto, non la fonte che ne è all’origine…) di “Eric Taylor”, nella cui sconsolata pacatezza si fanno largo echi della lezione di zio Howard. “The Chase”, tutto pulsazioni e rimbombi indistinti, si scioglie poi in misteriosi suoni tenuti e sommessi mentre anche in “A dense fog” è un lentissimo disegno degli archi a galleggiare sopra l’ululato in sordina degli effetti digitali. Le aggregazioni sonore di Shore, come la scansione fortemente ritmata di “Henryk”, vivono di contrasti palesi: soprattutto tra sonorità gravi, di quelle che per capirci ti fanno traballare i tweeters, e improvvisi prosciugamenti, filamentose reliquie di accenni melodici mai veramente lasciati sopravvivere. “Hunted in the lodge”, molto mossa grazie ai bassi e alla percussione e aggredita da dissonanze rasoianti degli archi (che glissano e si distorcono un po’ “alla Giacchino”), è una reminiscenza persino goldsmithiana mentre “The torture ceremony” sono quasi cinque minuti di pura, organizzatissima tappezzeria di sound orizzontali non immemore di alcune opere pendereckiane o ligetiane e, di conseguenza, di certe atmosfere kubrickiane alla Shining (probabilmente richieste anche dal regista), al centro della quale si staglia un “coro” maschile (insieme all’organo a canne, il biglietto da visita del sottofondo “religioso” e rituale delle efferatezze sacrificali rappresentate), circondato e sopraffatto da un magma sonoro inafferrabile e crescente. Più convenzionale, in parte, “Henryk chases Marcus”: pesanti accordi di percussione e ottoni, con largo uso di sincopi (di qui, ancora, il debito goldsmithiano). Interessante la costruzione del lungo “Carmen’s spiral”, nuovo repertorio di “scary sounds” (frustate, pedali dissonanti e vitrei, minacciosi diminuendi fino a remotissimi echi cantilenanti e pianissimi inudibili) concepito però per sottrazioni progressive. In realtà la figura dinamica dominante della partitura sembra essere il “crescendo”, inteso anche come progressione psicologica e graduale allargamento delle risorse sonore chiamate in campo.
“Crucifixion” sintetizza duramente i materiali fin qui esibiti, insistendo sulla violenta scansione ritmica percussiva, sulla presenza incombente del coro, sulla lacerante presenza degli archi, ma concludendosi di nuovo “alla Shore” (Howard…), fra gravi e luttuosi accordi dei bassi. Anche “The curse” ripropone inizialmente lo schema della martellante marcia sovrastata da un coro che sembra non possedere più nulla di umano, per poi scattare in una serie di irrefrenabili e irregolari compulsioni motorie di percussioni varie, su cui intervengono violenti e rapidissimi disegni degli archi.
Le conclusive, baroccheggianti “Polish Variations”, nuovamente affidate alla solennità dell’organo a canne, ribadiscono la competenza accademica e classica di Shore e, ovviamente, confliggono volutamente con la livida, ansiogena tecnocrazia del resto dello score: il quale, come s’è detto, vive e si sostanzia su scelte precise e probabilmente non da tutti condivisibili, ma non esaurisce certo le risorse e il talento di questo sapiente “nipote d’arte”.
