14 Mag2012
Bel Ami
Lakshman Joseph De Saram, Rachel Portman
Bel Ami – Storia di un seduttore (Bel Ami, 2012)
Varèse Sarabande 302 067 142 2
23 brani – durata: 48’11”
Dunque un tandem calcolatamente omogeneo e culturalmente coeso, che con il progredire dello score sembra aver assegnato alla Portman le pagine più di commento psicologico e drammatizzante, e a De Saram la parte più romantica e le occasioni di “circostanza” più descrittive, d’epoca e referenziali rispetto ad epoca e ambienti narrati. Dunque la 51enne musicista premio Oscar per Emma si incarica di un tematismo robusto e imperioso, sovrastato dal leit-motif portante (“Bel Ami”, “Poverty”), una drammatica figurazione degli archi a salire, su un vigoroso inciso ritmico, dal profilo quasi beethoveniano; a questo risponde, da De Saram, una seconda idea cantabile molto più lirica e francesizzante che inizia su eleganti pizzicati e prosegue a violini spiegati (“A more memorable name”). Il dialogo a distanza procede con il sistematico appello agli archi, uniti o solistici, in un paesaggio crepuscolare e intimamente pessimista che la Portman riesce anche a virare in forte perorazione (“Charles dies”), laddove il cingalese prosegue nel proprio soave, disteso melodismo romantico (“Clotilde”), sulla voce struggente di un oboe e gli appassionati interventi dei violini. Ma, si diceva, è nelle occasioni più strettamente connesse ad epoca e ambientazione del film che De Saram si produce al meglio, con pagine danzanti e scenografiche (“La Vie Française/Celebration”) per quartetto d’archi che sembrano uscite dalla penna di qualche compositore da salotto francese dell’Ottocento. E mentre il tessuto sonoro della Portman si raddensa e si fa incombente, scuro e grave nel brontolìo di celli e bassi in “Betrayal/Virginie submits”, appellandosi anche al sommesso ma preoccupante intervento dei fiati, o nel crescendo soffocante di “You disgust me”, De Saram sviluppa al meglio il proprio secondo, sconsolato tema (“The man I have lost”), fra archi e corno inglese, probabilmente ricordandosi anche del musicista che per sua stessa ammissione lo ha maggiormente folgorato nel suo approccio al cinema, ossia Ennio Morricone; e poi indugia su movenze neoclassiche squisitamente “parisiennes” in “Rousset’s party” o raffinatamente barocche e settecentesche in “Suzanne’s entrance”, dalla formidabile, vivaldiana ripartizione tra i solisti. Brani a confronto come “Madeleine” di De Saram, dominato dal canto fluente e dolcemente accorato del cello, poi dell’oboe e dei violini, e ad esempio “A Fool” della Portman, teso adagio gravido di male di vivere, fondato sull’incessante susseguirsi di quartine nelle viole, non potrebbero evidenziare meglio la divisione dei compiti fra i due artisti.
Ma se ci sorprende scoprire in De Saram un compositore così sapientemente “occidentalizzato”, padrone fin quasi al mimetismo di moduli e forme accademiche e latore di un lirismo così immediato e fluido, non meno stimolante è ribadire in Rachel Portman un profilo di musicista consapevolmente multiculturale severamente intenta a colorare di tinte forti e contrastanti la vicenda maupassantiana; attraverso una scrittura inesorabile e rigorosa, che bandisce ogni sdolcinatezza od ogni manierismo semmai rivisitandolo in chiave sornionamente sarcastica (il moto di valzer vagamente beffardo di “Whose arms are these?”), e che si raggruma quasi corrucciata intorno a quell’invenzione centrale così agitata e imperativa, definitivamente sviluppata e liquidata nella ricapitolazione finale “It’s not enough to be loved/The wedding/Bel Ami Reprise”.
Partitura dunque intrigante per le modalità di realizzazione, le opzioni stilistiche prescelte e il doppio profilo che la caratterizza, all’insegna di un denominatore comune linguistico che cela in realtà due personalità tanto diverse quanto – qui – in complementare e fertile sintonia.
