24 Ago2012
The Amazing Spider-Man
James Horner
The Amazing Spider-Man (Id., 2012)
Sony Classical 88725438052
20 brani – Durata: 76’55”
Facendo un oculato utilizzo delle risorse elettroniche ma soprattutto gestendo ferreamente in prima persona orchestrazione e direzione d’orchestra, Horner – compositore che, ricordiamolo, si è formato nello studio in particolare del sinfonismo russo novecentesco (Sostakovich in primis) – amministra le risorse di una partitura estremamente eterogenea ma senza disperdere mai idee o energie. Le pagine d’azione (“The Spider Room/Rumble in the Subway”) sono sostenute principalmente da elementi ritmici poderosi e altrettanto perentori staccati degli archi, mentre l’attenzione leitmotivica non conosce cedimenti (“Secrets”, marcato da un celestiale effetto corale) e alcune soluzioni, come il disegnino staccato e petulante dei legni di “The Briefcase” più volte ripreso, si rivelano di icastica quanto penetrante efficacia descrittiva e psicologica. Inoltre le opzioni e gli accostamenti di timbro (pianoforte, arpa, percussioni, archi), mai convenzionali, si traducono spesso in un clima rarefatto e sospeso (“The Equation”) o solennemente sinistro, contrapposto ad improvvise, ariose aperture melodiche (“The Ganali Device”): la continua alternanza tra oasi cameristiche, prevalentemente per piano solo, e il cospicuo sostegno orchestrale o elettronico crea inoltre una stimolante conflittualità emozionale nella partitura, impedendole di rifugiarsi in qualsivoglia stereotipo di genere. Esemplare, in tal senso, “Ben’s Death”, con la melodia modale iniziale esposta in uno stupefacente pianissimo dal corno solo e la successiva costruzione in crescendo con l’inevitabile sfogo ritmico inframmezzato dal tipico “motto” horneriano del guizzante disegno ribattuto degli ottoni. Ma l’”Horner’s touch” è ben ravvisabile anche nel fraseggio degli archi con cui si apre “Metamorphosis”, stroncato da una brutale progressione ritmico-percussiva ancorché sigillato da una luminosa riesposizione negli ottoni del Main Theme.
La struggente serenata per pianoforte e archi e poi oboe di “Rooftop Kiss” svela finalmente la fisionomia di quel love theme, modulato tra maggiore e minore, che avevamo già assaporato in “The Briefacase”: qui spicca tutto il talento di Horner per una concezione leitmotivica della musica per film, il che è l’elemento che lo connette più strettamente alla lezione dei grandi maestri sia della Golden Age che della “generazione dei ‘30”. Impressionante poi “The Bridge”, con l’adrenalina ritmica a mille e il richiamo a tutta forza dei corni scandito con brutalità dalle percussioni, in un dispiego di forze che tuttavia si interrompe repentinamente per lasciare ancora il passo ad un clima più sospensivo e allarmante. Il clarinetto si riaffaccia pensoso con il tema di Spider-Man in “Peter’s Suspicions”, poi ecco la stretta degli archi e delle percussioni al solito minacciosissime, prima di una tagliente dissonanza ultimativa. Horner evita in questo modo, con interventi calibrati anche nella durata, il rischio comune ai soundtrack di questo ormai dilagante genere action-comic-fantasy, cioè quello di scomparire sotterrati dal diluvio della colonna-effetti o di dover, per evitarlo, adeguarvisi pompando decibel a casaccio. La sua opzione lavora, al contrario, anche per sottrazioni ed ellissi, e alcune audacissime soluzioni timbrico-armoniche (“Making a Silk Trap”) si rivelano preziose; inoltre, le deflagrazioni o le accelerazioni di passo come in “Lizard at School” – dove comunque trova sempre posto il Main theme – appaiono governate da un’architettura formale implacabile e disseminate di indizi e soluzioni assolutamente personali. Il lunghissimo “Saving New York”, articolato in almeno tre sezioni, è nuovamente fondato su una grandiosità più strutturale che esteriore, nella quale le continue modulazioni armoniche giocano un ruolo decisivo, così come alcuni elementi inconfondibilmente horneriani (il musicista possiede ormai un vasto repertorio di “marchi” stilistici ben riconoscibili), quali i secchi e agghiaccianti accordi dissonanti del pianoforte inframmezzati da lunghe pause, o il recupero dell’effetto corale in una accezione quasi misticheggiante. L’intero climax della partitura sembra venire ricapitolato e compulsato in una sorta di galop liberatorio e sfrenatamente hi-tech con “Oscorp Tower”, ma è nell’irresistibile, sublime e dolente adagio per archi in apertura di “I can’t see you anymore” che ricompaiono e catturano il fiume lirico e la matrice classica dell’ispirazione horneriana. Il fraseggio degli strumenti, la distribuzione delle pause, il dialogo del pianoforte con gli archi, la dinamica degli strumenti con punte di pianissimi quasi impercettibili, la nobiltà dell’eloquio con cui vengono riproposti i temi principali, amalgamati in una concezione unitaria e reciprocamente dialogante, testimoniano un’idea del ruolo e delle possibilità della musica, anche in film apparentemente votati a relegarla in ruolo di riempitivo, frutto di un talento e una filosofia culturale superiori. E così, in “Promises/End Titles”, il tema di Spider-Man può liberamente e gioiosamente dispiegarsi tra archi e ottoni in una sorta di “Americana Forever” che rinvia sicuramente a certi epiloghi goldsmithiani, quando il groviglio inestricabile delle disarmonie e le calcolatissime, spiazzanti zoppìe ritmiche si risolvevano solarmente in marce trionfali e accecanti: ma nulla, in nessun momento, appare facilmente enfatico o pompieristico nello score horneriano. Dove invece avvertiamo con chiarezza una malinconia di fondo e un senso di inquietudine che sono forse la cifra musicale più consona alla rilettura di un eroe sui generis, e suo malgrado, dei fumetti, instabile e nevrotico, fragile ed emotivo, timido ma romantico, apparentemente insicuro ma positivo e vincente. Proprio come la musica di James Horner.
