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12 Mar2023

Santa Sangre

Scritto da Roberto Scollo. Pubblicato in Cinema

cover santa sangre lpSimon Boswell
Santa Sangre – Sangue santo (Santa Sangre, 1989)
AMS/Cinevox LP OST 031
17 brani – durata: 36’ 74”

Il cinema è visione, non tutti i registi sono visionari. Troppe pellicole restano superficie piatta, mimesi di un reale guardato con gli occhi pigri dell’abitudine. Poi ti arriva gente come Buñuel, Fellini, Argento, Arrabal, Cronenberg, Lynch, Lanthimos, Von Trier: punte di diamante di un drappello di veggenti ostili ad ogni naturalismo, trivellatori del sottosuolo, sguardi deformanti o solo indagatori del deforme celato dietro innocue apparenze. E se vogliamo un cineasta eccentrico, surreale e crudele, visionario allo zenit, il riferimento sicuro sarà Alejandro Jodorowsky, poliedrico cileno di origine russa, romanziere e metteur en scène teatrale, disegnatore di fumetti quali il ciclo L’Incal e – dulcis in fundo - regista. Autore di non molti film, ma tali da marchiare l’immaginario spettatoriale. Come El Topo (Id., 1970), del quale fu anche interprete, western bizzarro e cruento (al confronto quelli di casa nostra paiono spettacolini per collegiali, esclusi Fulci e Questi), liberamente ispirato ai codici del genere, debitore anche nei confronti di Sergio Leone, ma a tal punto sovraccarico di simbolismi sessuali e misticismo e popolato da figure abnormi e mutilate da richiamare certo Buñuel del periodo messicano. O il celeberrimo La montagna sacra (La montaña sagrada, 1973), che i flani dell’epoca definirono “due ore di delirio”, ”due ore di immagini deliranti”, scalata ad una misteriosa montagna alla ricerca dell’immortalità, “cult movie della controcultura psichedelica” (https://www.treccani.it/enciclopedia/alejandro-jodorowsky_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/; ultimo accesso: febbraio 2023).
In fine, a sedici anni di distanza e dopo avere accarezzato l’adattamento di Dune (passato poi a David Lynch), Santa Sangre (“sangue santo”), malsana mistura di milieu circense e horror estremo; debordante, eccessivo, macabro, teratologico, carico di humor nero, subcoscienziale. “Traumatizzato dall’infanzia (sua madre evira con l’acido solforico il marito adultero che le amputa le braccia e si sgozza) e ricoverato per vent’anni in clinica, Fenix evade e si mette con la madre in un numero di cabaret in cui le presta braccia e mani. Ma è un posseduto, spinto a uccidere giovani donne dal demone della madre fanatica e monca”. L’ottima sintesi di Morando Morandini illumina il plot di un film prendere o lasciare, di certo non per tutti i gusti, opera al nero (e al rosso, visti i bagni di sangue) dall’enorme suggestione visiva, davvero distraente nella sua sintassi onirica. Coproduzione italo-messicana, si vale dell’apporto di Claudio Argento (fratello di Dario) quale produttore e sceneggiatore (insieme con Roberto Leoni e con il regista), di Daniele Nannuzzi per la scintillante fotografia, di Mauro Bonanni per il frenetico montaggio. Attori per noi sconosciuti e un po’ di pesca in famiglia con Axel e Adan Jodorowsky figli del regista. Domina un proteiforme iperrealismo che diviene surrealismo, coagulato attorno a figure e archetipi manipolati attraverso la non-logica dei sogni. Il circo innanzitutto, ambiente che l’autore aveva frequentato in gioventù facendo il clown e occupandosi di spettacoli di marionette. La vicenda si ambienta in quello spazio altro, il padre di Fenix è un lanciatore di coltelli, la madre inscena grottesche pantomime. D’istinto si pensa a Fellini, eppure l’analogia non tiene. Per il regista riminese il circo è incanto, magia, rêverie nostalgica e gentile; per Jodorowsky, una sfilata di atroci sbagli di natura che possono ricordare i freaks di Tod Browning. Un secondo nucleo è lo strano, ambiguo rapporto madre-figlio. Quando la donna si esibisce è Fenix nascosto dietro di lei a fornirle gli arti superiori originando una figura dalla forte pregnanza simbolica, interazione e contraddizione al tempo stesso. Mostri, simbiosi profonde. E sangue. Il film vira spesso e con voluttà sullo splatter imparentandosi con l’horror più efferato. L’esito è un melting pot sorprendente, vero stupor oculi. Può piacere oppure no, Jodorowsky; ma non lascia indifferenti, offende gli sguardi sensibili, appaga le pupille ingorde di prodigi: quelli che solo il cinema, carne del nostro immaginario, può sortire.
Nei film precedenti il versatile regista si era occupato personalmente della musica, pur facendosi affiancare da collaboratori (Nacho Mendez, Don Cherry, Ronald Frangipane). Qui si affida ad un compositore specializzato, l’inglese Simon Boswell, autore di circa cento score, sessantaseienne, ancora attivo. Ha scritto per pellicole messicane e U.S.A. (El Amarre, Gore); ma anche ceche (Bathory: Countess of Blood), bosniache (Summer In The Golden Valley), norvegesi (Manhunt), inglesi (Shallow Grave, A Midsummer Night’s Dream). Internazionale insomma. Che in questo caso non corrisponde a omologato o anodino (non come la cucina, per intenderci). Identità autoriale e consapevolezza non gli difettano come si deduce e dall’ascolto di una sua qualsivoglia partitura e dalle dichiarazioni rilasciate a Giovanni Aloisio proprio per “Colonne sonore” nel 2007 (http://www.colonnesonore.net/contenuti-speciali/interviste/510-intervista-alla-carriera-a-simon-boswell.html; ultimo accesso: febbraio 2023), uno dei pochi se non l’unico documento in lingua italiana su di lui. Si è posto anche al servizio del nostro cinema, soprattutto agli inizi della sua attività. Dopo un esordio di prima classe con Dario Argento nel 1985 (un tema per Phenomena, “The Maggots”), scrive per Lamberto Bava, Michele Soavi, Ignazio De Angelis, Romolo Guerrieri, Carlo Vanzina. Efficace in tutti i generi (come ogni buon film composer dovrebbe essere), sembra tuttavia prediligere l’horror, le vicende inquietanti e misteriose, le trame noir (come quel piccolo gioiello di Shallow Grave): “[…]  credo di avere una affinità ed una predisposizione naturale verso questo genere di atmosfere e sono particolarmente abile a cacciarmi in situazioni un po’ tetre e paurose, tanto che mi viene naturale scrivere musica al servizio dell’horror”. Di formazione classica e insieme aperto alla modernità, al rock, alle nuove tecnologie, crea amalgami seducenti di musica techno e orchestrale.
Di Santa Sangra la Cinevox pubblicò un LP nel 1989 e un compact nel 2020 (senza contare le etichette inglesi President Records e Flick Records e l’italiana Rustblade Records). Adesso lo storico label targato Bixio ripropone in vinile a tiratura ridotta. (Quanti pensarono che il compact disc avrebbe sotterrato il presunto obsoleto disco nero, si sono dovuti ricredere di fronte alla reviviscenza dell’allora cosiddetto «padellone», che da oggetto di culto e forma di modernariato ha acquisito un ruolo di coprotagonista e talora unico attore). Un bel vinile rosso vivo (e ci sta) e una meravigliosa copertina da suscitare invidia al più titolato surrealismo figurativo (riproducente quella della prima edizione, così che di quel passato qualche traccia perduri) ci mettono in mano un oggetto da contemplare per se stesso non meno che in funzione dell’ascolto.
“Jodorowsky mi ha sempre spinto a fare qualcosa di diverso, verso sonorità estremamente violente e poco convenzionali […]. Santa Sangre rimane uno dei miei film preferiti. Non perché ne abbia composto le musiche, ma in quanto lo reputo davvero un lavoro di alto spessore artistico e giudico Alejandro un genio, un grande talento della cinematografia. Ci tenne a mostrarmi alcuni giornalieri del film, per farmi subito entrare nello spirito di questo suo lavoro. Mi ha dato piena autonomia ed ha lasciato che fossi guidato solo dal mio istinto”. Un istinto formidabile, una musica che aderisce al film come seconda pelle: lo interpreta, lo plasma, lo trasforma, ne immilla il fascino veemente e blasfemo.
Polivalente e pluritematica, la score spazia dal popolare/colto al chiesastico, dal carnevalesco allo pseudowestern, dall’astrattismo al tensivo spinto. Il cospicuo apporto originale è integrato da brani di musica preesistente. Ne consegue un affresco acceso e pieno di contrasti cromatici; si gusta un piacere della varietà raro nella musica per film, di solito impostata su poche linee tematiche variamente rimaneggiate. Qui, nessun tema principale, al massimo tenui richiami, ogni momento si offre nella sua unicità. Tuttavia perdura un sentimento unitario, la percezione di un «meraviglioso» esposto in forme eterogenee che interpretano lo sguardo allucinato del regista e immergono l’ascoltatore in una temperie di favola strana, ora malinconica ora assurda e sempre ai confini del reale, sbilanciata su altri versanti, aperta alle infinite possibilità del sogno; talora sulle soglie di una liquefazione del significato a favore di un significante puro che approda all’indistinto e all’informe. Ne offre un ottimo esempio “Heart”. Amelodico, frammentato, molto novecentesco, procede per giustapposizioni di brevi segmenti di violino, violoncello e pianoforte; poi si movimenta con trombe e timbri scuri degli archi e fraseggi astratti del piano: un crescendo fragoroso, drammaticissimo e distante dalla presa diretta, fotostatica di tanta musica da film. Il brano, al contrario, esplica una costante autonomia fruitiva. “Herbage” partecipa della medesima atmosfera sospesa ed incorporea, pianoforte e campanelli non pervengono ad alcuna riconoscibilità melodica. Tale linea sfuggente è compensata da momenti più definiti in prospettiva tonale, come “Alma”. Il flauto andino (poi surrogato dalla chitarra acustica) sugli archi in ritmo intona cadenze di canto popolare e immerge in un contesto messicano/sudamericano culturalmente mediato e dunque evitando il folk: educato, gentile y triste. Popolaresco con misura anche “Kid’s Theme” con chitarra e marimba, melanconico e marionettistico, in parte ripreso in “Sweet Dreams” con sibili tipo glassarmonica a suggerire climi iperuranici. “Holy Guitar” e “Triste” sono due interludi per chitarra; introspettivi, rallentati, crepuscolari, non avrebbero sfigurato in qualche nostro western della prima ora, quei momenti stracchi in cittadine o villaggi messicani, quiete prima della tempesta, o nel bivacco notturno per il sonno del giusto dei peones. “Church Tattoo” saggia un registro paraliturgico con brevi frasi in modo minore dell’organo in progressione solenne e massiccia. “Wingbeat” è vorticoso e senza respiro con archi, piano e base di chitarra in aumentazione. Di bella fattura i momenti tensivi. “Acid Revenge” martella con piano, archi pizzicati, percussioni secche e selvagge, trombe (e si coglie qualche eco stravinskijano). Colpi solitari del piano, effetti minacciosi e fascia sintetica in “Grave Business”, momento di greve attesa. Attesa e minaccia anche in “Truck”, pagina molto curata. Borborigmi elettroacustici, stilettate dei contrabbassi, qualche tocco di chitarra, basso, effetti metallici, prodromi di ostinati ci sprofondano entro un aberrante universo di malignità. Il mosaico si completa con “Karnival”, festaiolo e baracconesco con bonghi, voci, trombette, spunti elettronici e buon ritmo.
Il materiale pregresso include “Fine del mundo”, tradizionale messicano arrangiato da Boswell con le fisarmoniche; “Bésame mucho”, piccolo classico di Consuelo Velasquez; “Dejame Llorar” di Alfonso Exparza Oteo; e “Alejandra” di Enrique Mora, pastiche bandistico e circense che ammicca al tango e al valzer con qualche memoria straussiana e si produce in momenti di surreale, grottesca imponenza. I succitati brani si integrano nella score originale con naturalezza, tutto scorre fluido all’ascolto, per trenta minuti abbiamo visitato un mondo diverso di suoni, colori, suggestioni che ci distraggono dalla realtà.
Santa Sangre di Simon Boswell & Altri è una score che si lascia apprezzare, collocata nella giusta via di mezzo che le autorizza l’accesso alla nostra privata collezione.

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Daniela Bocconi

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