Shigeru Umebayashi - Vita e opere di un raffinato melodista

Shigeru Umebayashi - Vita e opere di un raffinato melodista
Nel 2023 alla Festa del Cinema di Roma viene consegnato il premio alla carriera al compositore giapponese Shigeru Umebayashi (nel 2017 gli era stato conferito anche il Lumiere Award a Lione), per gli straordinari meriti ottenuti in 40 anni di carriera; vale quindi la pena cercare di scoprire qualcosa di più su questa figura dell’area orientale spesso adombrata da altri compositori più conosciuti dal grande pubblico (semplicemente perché legati a produzioni con più alto budget e/o risonanza mediatica).
Nato il 19 febbraio 1951 a Kitakyushu nella prefettura di Fukuoka, sappiamo poco della sua infanzia per le scarse informazioni a disposizione, eccettuato il fatto che non ha ricevuto una formazione musicale classica; ben documentato è però il suo background musicale nel mondo del rock con la sua esperienza come co-fondatore e bassista del gruppo new-wave EX, all’epoca molto famoso in patria, tanto che fu scelto per aprire il tour giapponese di Eric Clapton. Questa esperienza lo accomuna ad altri colleghi connazionali, come Joe Hisaishi o Ryuichi Sakamoto, che pure avevano iniziato una carriera in ambito discografico, poi rivelatasi trampolino di lancio per il mondo della musica applicata al cinema. Nello specifico si trattava di un duo dal sound ispirato alla new wave britannica (all’epoca in Giappone era di moda più che altro il pop-rock americano) con curiose influenze surf, una scelta caratterizzante e da outsider, anche perché il mercato spingeva verso l’electric sound (Sakamoto si muoveva infatti in quest’ambito). Ume (così viene soprannominato dagli amici) ricordando questa sua prima esperienza nella sua masterclass tenuta alla Festa del Cinema, insiste molto sul divertimento di creare qualcosa da zero e sulla libertà nella ricerca del suono della chitarra anche agli sviluppi dati dalla tecnologia.

La svolta avviene con l’incontro dell’attore Yusaku Matsuda (aveva recitato in Black Rain di Ridley Scott) che affascinato dal suo istinto musicale gli chiese di scrivere una canzone per lui e gli presentò dei cineasti, introducendolo così al mondo delle colonne sonore. Il debutto avviene con due prime opere in cui il processo stesso di composizione risentiva dell’esperienza nel duo rock, poiché Umebayashi ancora non propriamente compositore esprimeva le idee musicali utilizzando la chitarra o la batteria, mostrando ai registi che tipo di emozioni poteva così richiamare. Tutto cambia con Sorekara nel 1985, poiché, frequentando uno studio vicino casa, si scontra con le difficoltà nell’esprimere idee musicali per mezzo del pianoforte; la ricerca dell'autenticità espressiva lo portò però a vedere emergere una melodia generata man mano e poi catturata su un registratore a cassette che gli servì poi per presentare l’idea al regista. Questi gli presentò la necessità di usare un suono orchestrale piuttosto che unicamente pianistico, presentando una nuova sfida al nascente compositore che in questo film stava facendo esperienza di un nuovo modo di fare musica. In Sorekara l’inconfondibile melodia tematica è nuda e distesa, puramente monodica e non contrappuntata, appare come una voce femminile che emerge dal nulla e dice qualcosa direttamente allo spettatore, pur mantenendo (incredibilmente) un collegamento con lo stile melodico del periodo nella formazione EX.

Nel 1988 una nuova parentesi discografica si interpone con la realizzazione a Londra (prima esperienza all’estero) dell’album “Ume” (il soprannome nacque in quest’occasione), culmine della frequentazione col grande musicista Georg Kajanus; esperienza formativa per il compositore che avrebbe ricevuto tanti stimoli creativi nel soggiorno londinese. Di lì in poi avrebbe composto una sessantina di colonne sonore lavorando esclusivamente nei mercati giapponese e cinese fino circa alla soglia del nuovo millennio, quando avrebbe iniziato collaborazioni internazionali.

Shigeru Umebayashi ha collaborato con successo in particolare con due registi tra loro diversissimi, entrambi cinesi: Wong Kar-wai e Zhang Yimou. Il primo è dei due quello che l’ha reso più celebre al pubblico occidentale grazie alla straordinaria pellicola In the Mood for Love, opera prima di un sodalizio che sarebbe poi proseguito per i successi tre film. Si racconta qui la storia di un amore spontaneo che nasce tra due vicini di casa, entrambi in relazioni complicate con i rispettivi coniugi, sempre assenti: la musica racconta la solitudine e la precarietà a tempo di valzer, con una melodia (il famoso “Yumeji’s Theme”) discendente e che sembra non volersi esaurire, vaga nel suo registro in cerca di meta, un po’ come i protagonisti del film. L’amore per la melodia è quindi caratteristica ormai assodata del compositore che ne sente necessità anche nelle colonne sonore moderne, in una sorta di agognato ritorno al passato per stabilire una linea di demarcazione più chiara tra colonna musica ed effetti sonori. Questo tema deve però il suo nome all’omonima pellicola indipendente del 1991 diretta da Seijun Suzuki per cui era stato originariamente composto; risulta quindi incredibile l’efficacia drammaturgia del suo riadattamento sul film di Kar-wai. Aneddoto incredibile è che il regista ha lavorato a questa opera e al successivo 2046 senza sceneggiatura e inviando di volta in volta sequenze al compositore, apparentemente riuscendo comunque a mantenere un’idea interna ben precisa e focalizzata dell’effetto cercato. In 2046 (film del 2004) un nuovo tema viene ri-adattato in più generi per una totale affermazione della melodia sul contesto ritmico e armonico, che cambia attorno ad essa per preservarla attraverso le varie circostanze. La versione principale di questo spigoloso tema (formato da tre incisi stringenti e polarizzati), severa e poggiante su un ritmo serrato quasi di marcia, si contrappone così a una rumba in cui lo stesso tema appare sotto una luce completamente nuova; è questa una delle grandi doti del compositore, che in questo film propone anche un “Adagio” e una rimarchevole “Polonaise”. L’ultimo lungometraggio del regista, The Grandmaster (2013), segna anche l’ultimo atto (per ora) di questa straordinaria collaborazione: trattasi di un lungometraggio di genere wuxia incentrato sulla vita di Yip Man, il grande maestro di arti marziali, con un risultato visivo e musicale però completamente differente rispetto all’altro film sul celebre sensei del 2008. Qui le tinte si fanno più scure e offuscate, con un massiccio utilizzo di strumenti etnici (soprattutto percussioni ed erhu, uno strumento ad arco tradizionale) e una melodia solenne ma pur sempre intima, che non rinuncia all’indagine interiore dei protagonisti: l’impronta stilistica del Maestro si riconosce infatti subito nel “Love Theme”, con i suoi brevi incisi che sembrano porre incessanti domande all’ascoltatore.

Il regista wuxia per eccellenza rimane però Zhang Yimou, con il quale cominciò una fruttuosa collaborazione nel 2004 in La foresta dei pugnali volanti, secondo film da lui realizzato sul genere dopo Hero (2002). Ume descrive il regista come metodicamente opposto a Kar-wai, poiché molto specifico nelle indicazioni di sceneggiatura e richieste musicali, però al contempo aperto a proposte e soluzioni. In questo caso diede infatti carta bianca al compositore lasciandolo libero di esprimersi e si ottenne così un commento musicale in netto contrasto con quello di Tan Dun per il precedente Hero. Prevalgono qui le armonie pentatoniche orientali e il colore degli strumenti etnici, tra cui spiccano lo shakuhachi (un tradizionale flauto giapponese) e soprattutto l’erhu che intona il bellissimo tema d’amore, presente anche nei titoli di coda in forma di canzone (testo in inglese). L’opera successiva sarebbe poi stata La città proibita (2006) dove emerge soprattutto l’uso del coro diviso tra voci maschili e femminili.

Come si accennava, Umebayashi è diventato molto apprezzato anche in Occidente grazie soprattutto a questi lavori e frequenti sono state le richieste internazionali di collaborazione nel nuovo millennio. In Italia le sue musiche commentano i film Mare nero di Roberta Torre del 2005 e Come il vento di Marco Simon Puccioni del 2013, dove mostra tutta la sua versatilità utilizzando strumenti etnici e chitarre elettriche distorte (avrebbe poi dichiarando di non sentirsi vincolato dall’ambientazione per le scelte strumentali).

Lavoro riuscitissimo seppur incompleto e che merita un commento a parte, è quello per il film drammatico opera prima dello stilista-regista Tom Ford del 2009, A Single Man. Ritorna qui l’impronta semi-occidentale del gusto di Umebayashi nel valzer scritto per il protagonista, dove compare la sua ormai inconfondibile linea melodica a incisi separati, per raccontarci i pensieri di un protagonista tormentato da pensieri di morte. Una perla degna di nota presente nell’album è il brano “A Variation On Scotty Tails Madeleine”, rielaborazione minimalista e moderna da Vertigo di Bernard Herrmann come intuibile dal titolo stesso, in cui è chiara l'ammirazione del compositore per la tradizione cine-musicale occidentale (lui stesso si dice grande ammiratore delle musiche di Nino Rota e desideroso un giorno di poter collaborare con Martin Scorsese). Il lavoro risulta però nel complesso solamente parziale, poiché sarebbe poi subentrato un secondo compositore, il polacco Abel Korzeniowski, per il completamento di questa colonna musicale.

A conclusione (si spera momentanea) di questa carriera la collaborazione col compositore Ilan Eshkeri per il videogioco ambientato nel Giappone feudale Ghost of Tsushima del 2020 e il film indiano In the Belly of a Tiger (Jatla Siddartha, 2024).


