Singin’ in the Rain a Milano

Singin’ in the Rain a Milano
Reportage del musical Cantando sotto la pioggia in scena al Teatro Nazionale CheBanca dal 15 novembre 2019 all’11 gennaio 2020
Quando mi giunge in redazione la notizia che uno dei miei quattro musical preferiti in assoluto della storia del Cinema viene trasposto al Teatro Nazionale CheBanca di Milano, una produzione totalmente inedita tutta italiana, firmata da Stage Entertainment, con un cast composto da professionisti del mondo del musical, già con all’attivo considerevoli show messi in scena sui palchi più importanti d’Italia, un brivido mi ha percorso lungo tutto il corpo. Ma non pensate che fosse un brivido di emozionante piacere, bensì un brivido intenso di paura.
Perché andare a toccare Cantando sotto la pioggia che è al secondo posto dopo West Side Story, precedendo Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music) e My Fair Lady, che tutti assieme rappresentano la mia Top Four dei Musical per eccellenza della Storia dei Musical sul grande schermo, è un sacrilegio. Sono uno di quei puristi che ritengono ancor oggi che alcuni Classici sono intoccabili, pur mettendoci tutto lo sforzo, impegno, coraggio e passione nel trasporli con amorevole rispetto in teatro o in qualsiasi altra forma multimediale. Già nel 2005 vidi, sempre a Milano, una versione con Luca Ward e Michelle Hunziker di Tutti insieme appassionatamente per la regia di Saverio Marconi che mi lasciò semi soddisfatto e attendo trepidante, con tanti timori al seguito, anche se adoro spassionatamente Steven Spielberg fin da bambino, che ne cura la regia, la versione nuova al cinema di West Side Story, quindi potete ben immaginare come mi sono sentito a dover accedere al Teatro Nazionale CheBanca per assistere alla performance di un film/musical non facile, come quello di Spielberg appena citato, da riportare in tutto il suo smagliante e sfavillante fascino cinematico musicale in una versione nuova nel nostro Bel Paese, nel teatro lombardo che tanti successi ha visto solcare il suo palcoscenico tra trasposizioni varie ed eventuali di film o musical celebri (tranne quell’orripilante versione musical del film strappalacrime fantasy amoroso Ghost, che tutt’oggi fantasmaticamente mi ritorna in forma di incubo nei miei sogni di cultore cinefilo oltranzista!). E, come capita spesso, sono rimasto folgorato dalla bravura di tutto il cast tecnico e artistico/attoriale perché hanno saputo riportare fedelmente la Magia dei ruggenti anni venti cinematografici (The Roaring Twenties) di questo Singin’ in the Rain – la trama è nota e se non la conoscete, andatevela a leggere online così sarete ulteriormente stimolati a recuperare il film – che come afferma Piero Pruzzo nel suo libro “Storia del Cinema – Musical americano in cento film” (Edizioni Le Mani, 2001): “Se il musical, come pensiamo, è favola, questa, di tutte le favole, è forse la più bella”.

A ragion veduta, aggiungerei, perché trattasi di grande ‘favola’ che anche sul palco del Teatro milanese ha saputo sprigionare tutta la sua essenza magica della Fabbrica dei Sogni di un glorioso passato hollywoodiano, e ahimè oggi inimmaginabile e non più riproponibile in sala, e della sua controparte inesauribile e necessaria, ossia la Musica, facendo sì che questo Cantando sotto la pioggia, con la regia accurata, appassionata ed esuberante di Chiara Noschese, sia la riproposizione compiutamente fascinosa, smagliante e sfavillante, come dichiarato poco sopra, del film omonimo che, sempre nelle parole di Pruzzo è “Tutto al posto giusto e con il ritmo giusto… […] Prendendo a pretesto l’epoca del passaggio dal muto al sonoro, il musical, qui, rievoca ironicamente i propri balbettìi, ma contemporaneamente esibisce l’attuale maturità di linguaggio”. Se nel film originario vi erano, nei ruoli principali, interpreti e cantanti e ballerini straordinari quali Gene Kelly, Donald O’Connor e Debbie Reynolds, tutti perfetti e indimenticabili, nella versione italiana della Noschese, troviamo gli stupefacenti Giuseppe Verzicco (Don Lockwood/Gene Kelly), Mauro Simone (Cosmo Brown/Donald O’Connor) e Gea Andreotti (Kathy Selden/Debbie Reynolds) che non sfigurano affatto con i capostipiti originali; per non parlare della strepitosa Martina Lunghi nella performance della gracchiante e inascoltabile diva del muto (affascinante fino a quando rimaneva per l’appunto ‘muta’!), Lina Lamont (Jean Hagen nella pellicola del 1952) che ha strappato applausi scoscianti con la medesima intensità di godimento elargita ai protagonisti primari summenzionati, da parte di un pubblico numerosissimo ed esaltato da tutto il meraviglioso impianto coreografico, scenografico, registico e canoro-attoriale del musical. Difatti nelle dichiarazioni della regista Noschese vi è tutta l’essenza della messa in scena tributo difficoltoso ma doveroso e amorevole ad uno dei capolavori della Storia del Musical su grande schermo: “Affrontare da regista un cult come Singin’ In The Rain, è un’occasione unica, nel mio percorso professionale perché è un musical eccezionale, una meraviglia di intrattenimento: numeri musicali, melodie indimenticabili e gag comiche esilaranti, oltre a una bellissima storia d’amore. Inoltre, è la prima volta che mi capita di dirigere un musical che interpretai come attrice, anni fa; avrò la fortuna di affrontare questo titolo intramontabile, dall’altra prospettiva. Singin’ In The Rain ha un potere ineguagliabile, anche oggi: è una macchina drammaturgicamente e musicalmente perfetta. È una storia che strappa una risata e fa sognare, la perfetta “evasione” senza mai un momento di noia, quell’ “evasione” unica, che capita solo quando siamo chiusi in un teatro, immersi in una storia che ci porta in un mondo lontanissimo dal nostro, che parla di poesia, talento, musica, arte, di quella “materia divina” di cui, a mio avviso, abbiamo una grande nostalgia”.

Ribadisco che si parla del miglior musical di tutti i tempi, ‘incoronato simbolo del teatro musicale americano e mondiale’ e che torna ad esserlo nelle performance meravigliose di un cast abbagliante per bravura e simpatia, supportato da tutto l’impianto inattaccabile e attraente, ovvero dalle coreografie di Fabrizio Angelini, dalla supervisione musicale di Simone Manfredini con la direzione musicale di Andrea Calandrini delle musiche originali e canzoni di Nacio Herb Brown su testi di Adolph Green, dalle scenografie di Lele Moreschi, dai costumi di Ivan Stefantutti e dalla traduzione e adattamento liriche di Franco Travaglio su traduzione e adattamento testi di Gianfranco Vergoni. Non ultime le canzoni iconiche “All I Do Is Dream Of You”, “Make ‘em Laugh”, “Beautiful Girl”, “You Are My Lucky Star”, “Moses”, “Good Morning”, la strumentale e lunga “Broadway Melody Ballet” (vi ricordate l’erotico ballo burlesque di Cyd Charisse nell’originale?) e la sempreverde, ovviamente, “Singin’ in the Rain” qui riprodotta con una reale pioggia on stage dall’incantevole e incantato scroscio scenico sulla danza colma di amorosi sensi, con ombrello rosso svolazzante, del nostro attore/divo Don Lockwood (Giuseppe Verzicco). Cosa chiedere di più? Solo andarlo a vedere il prima possibile perché sarebbe un’occasione davvero sprecata! E ve lo dice modestamente un ‘purista’ dell’originale, quindi a buon intenditor poche parole.
