Out of the Nest
Fabrizio Mancinelli
Out of the Nest (Id., 2024)
Sony Music Thailand
32 brani – Durata: 75’00”

Nel cuore del Regno di Castiglia, un’antica oscurità si risveglia. A ridosso dell’incoronazione del nuovo Imperatore e della sua consorte, i loro sette figli scompaiono misteriosamente. Spetta salvarli a un improbabile eroe: Arthur la Capra, un giovane fattorino. I suoi sogni di diventare un celebre barbiere svaniscono quando si ritrova, da un giorno all’altro, a fare da genitore ai piccoli eredi. Per proteggerli nel lungo e insidioso viaggio, dovrà maturare in fretta, affrontare i segreti delle sue origini e risvegliare antichi guerrieri caduti nell’oblio. Riuscirà Arthur a riportare i principi a casa e a salvare il destino del regno?
La trama di questo film d’animazione epico/avventuroso di coproduzione cino-thailandese, diretto da Arturo A. Hernandez ed Andrew Gordon, il primo proveniente dalla Disney Animation ed il secondo dalla Pixar, è bella che detta e fiabescamente classica, condotta con mano sicura, aggraziata e ispirata dalle composizioni dell’italiano, trapiantato a Los Angeles, Fabrizio Mancinelli (molte delle sue colonne sonore le trovate recensite tra le nostre pagine, tra cui il musical The Land of Dreams o i prestigiosi corti Anuja e Mushka), il quale si è dovuto confrontare con un coté leitmotivico orientaleggiante ampiamente strutturato, citato e abusato da altri (tanti) suoi colleghi prima di lui, provenienti da tutte le parti del mondo, che si sono imbattuti in pellicole del medesimo genere con esiti a dir poco notevoli – ad esempio Hans Zimmer e John Powell con la saga di Kung Fu Panda, Arturo Cardelús con Dragonkeeper, Ludwig Göransson con Red, Jerry Goldsmith con Mulan, giusto per citare i più noti –, collocate in località dell’Asia Orientale (Cina, Giappone, Corea del Sud e del Nord, Mongolia, Taiwan) o di pura fantasia ma sempre ispirate dalle zone di cui sopra per descrizione etnico-musicale-filmica.
Vi sono nella Storia del Cinema d’animazione molteplici avventure per grandi e piccini situate in località orientali ed esotiche, in cui la musica proveniente da quei luoghi, con le sue tradizionali sonorità e strumentazioni prevale (conseguentemente), divenendo il contraltare narrativo più esplicito, ed è difficile per un compositore non cadere nei cliché più scontati e nell’uso di strumenti che gridano subito ‘Oriente’, data una fortissima scuola di compositori autoctoni che hanno dettato le regole del comporre melodie di quel mondo culturale-sociale-ambientale-storico ben consolidato nell’immaginario collettivo.
Mancinelli, come i compositori succitati, riesce nell’intento di trovare la sua linea melodica, richiamando certe atmosfere compositive orientali classiche, supportate da strumenti tipici, e dare manforte alle gesta dei protagonisti con uno score brillante e delicato al contempo, da poco entrato in nomination agli autorevoli “Jerry Goldsmith Awards XVI” come miglior colonna sonora per lungometraggio e nella categoria miglior canzone con la gagliarda “You’re My Hero”, interpretata grintosamente da una voce femminile affascinante. “Prologue” si apre con l’accenno del tema portante e deflagra in un turbinio sinfonico esaltato con esposizione ironicamente festante del leitmotiv appena ascoltato, subito cantabile e dall’andamento solenne e giocoso (magnifiche le orchestrazioni di Marco Valerio Antonini). “Arthur Is Late, As Usual” è mickeymousing nel quale il tema si mostra stancamente sfrontato ma delizioso. Si intenerisce, però, nel riposante e delicato “You Need A Grow, Arthur”, con chiusura diffidente. “Proud Parents” è dolcezza cantilenante mentre “Canis To The Rescue” è un vorticoso e tensivo pezzo d’azione al calor bianco, in cui l’orchestra si lancia in un ottovolante a rotta di collo, dove il tema principale è un controcanto melodico eroico appagante. Vi sono parecchie pagine brevi nella durata (il robusto “Temple on Fire” o il puntillistico “Naming the Chicks” con fioriture armoniche alla Joe Hisaishi), di puro commento funzionale agli accadimenti rocamboleschi; ci focalizziamo sui brani più costruiti, quali quelli sopra descritti. “The Claw is in the Temple” è un andirivieni orchestrale che tocca parentesi tese mescolandole ad altre più quiete, dando libero sfogo alla compagine di prendere il sopravvento nella seconda metà con un crescendo vigoroso tra mickeymousing e action music, con corti interventi corali. “Forest Chase” è un altro momento adrenalinico in cui risalta la bravura di un compositore ancora giovane ma con un bagaglio di scrittura e di conoscenza da veterano della Film Music di stampo hollywoodiano: una scorribanda in levare con intermission tetra degna del migliore John Powell per film animati. Intensa la drammaturgia dubbiosamente quieta di “The Unknown Savior”.
“The Heroes of Castilia” tratteggia il tema in maniera magniloquente e ariosa con un’orchestrazione e uno sviluppo alla Ryuichi Sakamoto de L’ultimo Imperatore in cui, nella seconda parte, il medesimo leitmotiv respira di amorevole tragicità con un forte senso di rivalsa: stupenda manifestazione di scuola d’orchestrazione. Quanto è bello e cullante “Arthur’s Growing Pains”, che viene voglia di intonare il leitmotiv a voce scandita e dilettevole. “Protect the Eggs” è un brano di tensione incandescente dove prevalgono gli ottoni sul tema cantato dall’Ehru (strumento musicale di origine cinese, simile al violino occidentale, anche se suonato con un archetto, che però non può essere da esso separato). “Hatched” inizia tremebondo per cambiare registro e spumeggiare in un festoso effluvio orientaleggiante che, poco dopo, diviene balbettante e sfottente: ricorda quel gioco a rimpiattino musicale di Zimmer & Powell per Po in Kung Fu Panda quando è addestrato da Shifu. “Arrows” è uno stupefacente balletto sinfo-percussivo a tutta birra. Altro brano folleggiante è il giostrante e consolatorio nel medesimo tempo “The City Carnival”, che verso metà furoreggia incontrollato.
Lieve e aereo è il dolcissimo “Haircuts For All”, esplodente anch’esso sul finire in un fuoco d’artificio tematico esaltante; andatura militaresca seppur giocosa e leggiadra in “Where Is the Goat” con chiusura tensiva; armonicamente sottile come un fiore di loto che si adagia delicatamente al suolo risuona la melodia di “The Porcupine Lady”, interrotta di soprassalto da fiati e ottoni pomposi; cavalcante e combattivo suona “Magic Scissors”, mutando a metà in un vivace mickeymousing, acquietato poco dopo dal candido tema principale; “Meeting Kronus”, “Chasing the Chicks” e “In the Dungeon” sono pagine descrittive dalla forte personalità commentativa; “To the Rescue” comincia quietamente con il tema a prevalere che, ad un tratto, viene colto da trascinante eroismo; “The Dark Powers” è la traccia più lunga della score, destreggiandosi tra oscuro sinfonismo, percussivi ritmi moderni e sprazzi di crescendo orchestrale al fulmicotone ad interpretare gli atti eroici del protagonista & compagnia aiutante contro il malvagio di turno. “It’s Over” e “The Royal Coiffeur” sono gli ultimi due eccellenti pezzi strumentali prima della canzone succitata: il primo un’elegia maestosamente inneggiante, intervallata da sospesi attimi di rasserenante pacatezza armonica, dalla beltà cantabile ed il secondo un tenue attimo di pace solleticato da un cavalcante incedere orchestrale con fastoso “The End”.
