29 Ago2011
Rasputin – La verità supera la leggenda
Teho Teardo
Rasputin – La verità supera la leggenda (2011)
Warner Music Chappell Italiana
10 brani + una canzone – Durata: 47’07”

Chi si attendesse infatti da questo nuovo, sofisticatissimo lavoro di Teardo una qualunque concessione alla benché minima tentazione “etnica” o anche solo vagamente citazionistica rimarrebbe fortemente deluso: l’avvolgente suono di Rasputin è, a tratti, davvero null’altro che suono, puro prolungamento del visionarismo allucinatorio del film, e – quasi – mai “commento” descrittivo. Per di più, circola un’ossessività “cellulare”, un’insistenza ricercata ed elaboratissima su alcuni fondamentali nuclei, ritmici e strumentali. Il pizzicato di quattro note che apre “Incoming” è pensato per accogliere una nenia quasi compulsiva e tremolante di arco sul ponticello, arricchita da accordi di chitarra e in coda – con sapienti pause – dal prediletto quartetto d’archi del musicista. Sonorità spettrali, catafratte, sospese nel vuoto, che come al solito Teardo ottiene miscelando sapientemente elementi acustici, cameristici, ed elettronici, si susseguono tra sussurri e grida, con tratti in cui la percussione sembra tessere dialoghi interni (“Rasputin”) che rimandano addirittura ad alcune delle prime invenzioni dei Goblin. Il “silenzio” rimane una delle componenti fondamentali del sound teardiano, inteso non come assenza di suono ma come sua “sottrazione” e divaricazione in forme e direzioni imprevedibili; si può legittimamente parlare di “effetti” (nel senso tecnico del termine), ad esempio nella seconda parte di “Avambraccio”, ovvero di una campitura sonora che fa parte integrante ed intima dell’elemento visivo e del taglio extra (più che anti) realistico del film di Nero. A momenti di improvvisa motilità (il quasi “spagnoleggiante”, per chitarre e percussioni, “My father sent me bread” o addirittura il rockeggiante “Quality of things”, sempre per chitarre) si alternano personalissime riletture del concetto di leitmotif (“An inflow”, a riproporre il pizzicato e la nenia iniziale, supportata dal canto degli archi solisti) o istanze assolutamente radicali, come il rimbombo percussivo cadenzato su un pedale “misto” (archi acuti, effetti corali) di minacciosa fissità in “Nothing bad between us”. Il leitmotif di Rasputin torna negli archi severo e incombente, introdotto dalle due note ripetute di celli e bassi, in “Afterness”, ma “sporcato” da un effetto distorsivo e disturbante di rara capacità destabilizzante: sono i momenti in cui il caos organizzato in cui sembrano muoversi le architetture sonore di Teardo raggiunge la propria compiutezza e funzionalità massime. Si è così pronti per i due brani più inquietanti del soundtrack (prima della sollevante e spiazzante, per ascolto e contesto, “Yankee Doodle” della band di Lino Patruno!): “Contour of silence” e “Horatio to the ghost”. Nel magma del primo emergono accordi iterati e nervosi di tastiere, raffinatissimi lavorii sul ritardo e il riverbero, e una complessiva, sinistra “orizzontalità” che attraversa l’ascolto. Il secondo è quasi un quarto d’ora di saggio sul sound design elettronico, dal taglio decisamente sperimentale e radicale: una ininterrotta scansione percussiva di oltre cinque minuti contrappuntata ritmicamente da pochi effetti-tamburello, su uno sfondo indistintamente rombante, prelude ad un nuovo, cupo pedale elettronico su cui si alzano autentici “lamenti”, come echi di fantasmi invendicati. Il predominio dei registri gravi si allenta solo negli ultimi quattro minuti, spostando il baricentro del suono in zona siderale, quasi psichedelica o fantascientifica, ma recuperando il motore ritmico dell’inizio e trasformandolo così in cellula “tematica” a sé stante, su cui vanno a spegnersi coppie di accordi sommessi e ribattuti del pianoforte.
E’ un lavoro fra i più intransigenti e financo ostici della produzione di Teardo, la cui coerenza di ricerca non si disgiunge però mai – ricordiamolo – da una straordinaria capacità evocativa e dal pieno possesso di un retroterra e di una devozione verso le strutture classiche (da Bach a Schubert) che fanno del musicista friulano un insostituibile e sempre più ardito anello di congiunzione fra tradizione e avanguardia.
